Il mito delle radici cristiane dell’Europa

Chiamati alle urne il prossimo giugno, dovendo anche fare i conti con la presentazione di liste di candidati nazionali che, una volta eletti, confluiranno in gruppi politici europei, gli elettori sentono sempre più spesso pronunciare appelli da una parte e dall’altra che offrono proposte, temi e slogan per aggregare consenso. Uno di questi – usato e abusato – è anche quello delle «radici cristiane» del Vecchio continente, che torna oggi d’attualità sia perché il continente sperimenta una guerra alle sue porte, sia perché proprio questa guerra fa riferimento alla cristianità che avrebbe dovuto dare solidità a quelle radici.
Torna quindi utilissima – come scrive Daniele Menozzi – la ricerca storica di Sante Lesti, Il mito delle radici cristiane dell’Europa. Dalla Rivoluzione francese ai giorni nostri (Einaudi, Torino 2024 che contestualizza l’espressione vagliando una grande quantità di testi.
Si tratta di un «mito», scrive Menozzi, perché «l’identità del continente è il prodotto di una pluralità di fattori, anche se poi rimane aperta la discussione sul peso attribuibile a ciascuno di essi. Ma il richiamo alle radici cristiane del Vecchio continente costituisce un mito non solo perché è una costruzione fantastica, ma soprattutto perché la deformazione della storia assume tratti di elaborazione ideologica funzionale alla mobilitazione di una comunità transnazionale allo scopo di conseguire determinati obiettivi politici.

Questo aspetto emerge fin dalle origini dell’identificazione nel cristianesimo dell’essenziale tratto identitario dell’Europa, quando ancora non si ricorreva, per connotarlo, al termine “radici”. Lesti lo individua alla fine del Settecento, negli scritti di tre autori controrivoluzionari».
Si passa poi all’età romantica, fino ad arrivare alla «cesura» delle due guerre mondiali e al riferimento che ne viene fatto in chiave cattolica da Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II che, dopo l’allargamento al «polmone» orientale dell’Europa inserisce anche il riferimento all’influsso giudaico. Con Benedetto XVI se ne parla rispetto all’«impegno dei credenti per l’affermazione sul piano degli ordinamenti legislativi dei valori non negoziabili della bio-politica cattolica».
Infine Francesco e il suo «sguardo diverso» al continente. C’è sì la «riproposizione del mito», che tuttavia «s’alterna all’abbandono della sua interpretazione in chiave esclusivista ed essenzialista» – che piace tanto ai regimi illiberali nazionalisti –.
La conclusione è tutta da scrivere, ma il libro è un’utile bussola di navigazione.

 

Dal nostro scaffale

👉 Una visita alla Fiera del libro per ragazzi di Bologna porta Maria Elisabetta Gandolfi a un insolito incrocio: quello tra i Preraffaelliti – in questi giorni in mostra a Forlì – e un’insolita, accurata e colorata rivista per ragazzi, il Junior poetry magazine, che parla di poesia, di libri – ovviamente –, di bouts-rimés, di giochi e molto altro. Leggi qui la Chiave di lettura di questo numero.

👉 L’acronimo vaticano più noto è sicuramente lo IOR. Quando infatti si parla dell’Istituto opere religiose non vengono subito in mente i fatti (e i misfatti) che attorno alla «banca vaticana» si sono svolti; ma se si dice «IOR», sicuramente sì. libro recensito da Paolo Tomassone è quello di Francesco Anfossi, IOR. Luci e ombre della banca vaticana dagli inizia a Marcinkus, Ares, Milano 2023. E la novità – perché sullo IOR in effetti sono stati versati fiumi d’inchiostro – è data dal fatto che l’autore ha, tra l’altro, potuto consultare il Fondo Casaroli presso l’Archivio di stato di Parma, dove ha ritrovato una missiva del card. Carlo Maria Martini, che chiedeva all’allora segretario di Stato A. Casaroli, di rimuovere mons. Paul Marcinkus dai vertici dell’istituto.

👉 «Ciò che le donne sanno è che nella gestazione il corpo gravido si fa complice della materia vivente, conosce il modo d’essere della zoe, il suo essenziale e contingente singolarizzarsi nel processo stesso di un corpo singolare che si frammenta in un altro corpo singolare. In questo lavorio del divenire, da materia-vita organica a carne singolarizzata, il corpo femminile sperimenta l’origine come generazione della forma singolare di vita, nel rigenerarsi della materia vivente. Dire l’origine è un compito che la filosofia si è sempre assunta ma, troppo astratta e ignara dell’esperienza femminile dei corpi, ha allenato il lavoro del concetto sostanzialmente rimuovendo (censurando) qualsiasi fenomenologia corporea della maternità». Così Bianca Maggi presenta l’ultimo lavoro di Adriana Caravero, Donne che allattano cuccioli di lupo. Icone dell’ipermaterno, Castelvecchi, Roma 2023.

👉 Il «Gigante» del mese è il card. Achille Silvestrini, il cui profilo è tratteggiato dal direttore Gianfranco Brunelli, che del porporato è stato amico e collaboratore, arricchito da alcuni particolari meno noti della sua vicenda biografica: sulla famosa lettera di Bettazzi a Berlinguer, sul cercare di togliere la scomunica a Baget Bozzo, sulla riunione di cardinali alla vigilia del conclave del 2005…

👉 Ma, attenzione! La rubrica «Sulle spalle di giganti. Storie cristiane del nostro tempo», curata da Marco Vergottini, con questo numero chiude il suo ciclo, iniziato sul n. 16 de Il Regno-attualità del 2020 con la presentazione di Giuseppe Lazzati a firma di Luciano Caimi. E grazie alla collaborazione con l’editore Vita e pensiero tutti i «giganti» pubblicati rientreranno in un volume che sarà disponibile a fine 2024.

👉 In un numero che dedica ampio spazio al tema del sacerdozio e dei ministeri anche alle donne (cf. l’intervista di Mauro Castagnaro alla vescova anglicana che ha partecipato al C9 col papa, Jo Bailey Wells e il corposo e postumo «Studio del Mese» di Francesco Rossi De Gasperis SJ su «L’umorismo della Lettera agli Ebrei»), non poteva mancare un riferimento librario. Lo individuiamo nel volume di Andrea Grillo, L’accesso delle donne al ministero ordinato. Il diaconato femminile come problema sistematico (San Paolo, 2024. Ecco una citazione tratta dalla Conclusione del libro che offriamo sulle nostre pagine: «Una concezione vivente della Tradizione non può chiudere la Chiesa nelle evidenze del passato. L’equilibrio tra le attestazioni del passato e il magistero contemporaneo è sempre ancora da realizzare, e non è possibile affermare un lato negando l’altro. Per questa sintesi occorre coniugare, nell’accesso a depositum, monumentum e signum, attestazione storica ed evidenza attuale. Proprio la Chiesa che “non può avere autorità” sul depositum “non può non avere autorità” sulla proposta e sull’interpretazione del depositum. Alla luce di questa consapevolezza, rispetto alla pretesa con cui Ordinatio sacerdotalis identifica, direttamente, l’attestazione con l’evidenza e l’evidenza con l’attestazione mediante un’ermeneutica troppo semplificata, troppo polarizzata e senza alcuna considerazione del “segno dei tempi”, una forma più classica di interpretazione della Traditio ci consente di rileggere i documenta mediante i “segni dei tempi”».

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