Il 3 giugno è morto a Tubinga, in Germania, a 98 anni Jürgen Moltmann, uno dei più noti teologi evangelici degli ultimi decenni, capace di coniugare le tradizioni filosofiche con i temi contemporanei. Le sue opere più importanti sono state Teologia della speranza, pubblicata nel 1964, ed Etica della speranza, pubblicata nel 2010.

Basandosi sul filosofo ebreo Ernst Bloch e sul suo «principio speranza», Moltmann ha descritto come le persone che sperano in Cristo non si rassegnino alla realtà, ma soffrano per essa e cerchino di migliorarla. Vicino intellettualmente e biograficamente al teologo fondamentale cattolico Johann Baptist Metz, Moltmann ha formulato una «teologia dopo Auschwitz» e sostenuto una fede ancorata al presente. Sarà sepolto il 14 giugno nel cimitero della città di Tubinga.

Per i nostri lettori abbiamo tratto dall’archivio de Il Regno un suo scritto del 2017. Ne proponiamo una parte, rimandando per la lettura completa al sito ilregno.it. (D. S.)

La libertà in Cristo 

Il testo La libertà del cristiano appartiene ai grandi scritti riformatori di Martin Lutero, insieme alle opere La cattività babilonese della Chiesa e Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca, e risale all’anno 1520. Allora ebbe immediatamente ampia diffusione e colpisce ancora oggi il mondo cristiano. Ha fatto del cristianesimo evangelico la «religione della libertà», come sostenne Hegel con orgoglio nel XIX secolo. Ci ha insegnato a vivere l’esperienza di Dio in comunione con Cristo come un’immensa esperienza di libertà.

Il vasto effetto persuasivo di questo piccolo «trattato», come Lutero chiamava il suo scritto, non si nota. È uno scritto dedicato, in maniera decisamente provinciale, al vicario del principe della piccola città di Zwickau, dove un certo Magister Agran nel 1520 teneva già prediche evangeliche. Lutero era ancora un monaco «agostiniano» e si definiva lui stesso così. Il suo trattato è costruito secondo le regole accademiche come una disputazione: Lutero pone a confronto due tesi, che sembrano contraddirsi.

 

Il Vangelo delle vittime

Secondo la prima, un cristiano è un libero signore sopra ogni cosa e non è sottoposto a nessuno. Per la seconda, un cristiano è un servo volenteroso in ogni cosa, e sottoposto a ognuno.

In queste due tesi Lutero vuole esporre «la libertà che Cristo ha acquistato per noi e ha a noi donato»: ottenuta in croce, donata nella Parola e nel sacramento. Poi scioglie questa apparente contraddizione in trenta paragrafi, per annunciare nel trentesimo una conclusione che suona come un giubilo: «Ecco, questa è la vera libertà spirituale, cristiana, che fa libero il cuore da tutti i peccati, le leggi e i comandamenti; che supera ogni altra libertà, come il cielo la terra».

Ripercorrerò brevemente il corso dei suoi pensieri e lo commenterò in rapporto all’attualità. Nella seconda parte del mio intervento, però, voglio completare la dottrina di Lutero sulla liberazione degli autori dei peccati attraverso Cristo con la mia visione della liberazione delle vittime attraverso Cristo.

 

Il ragionamento di Lutero

Per sciogliere la contraddizione tra libertà e servitù, Lutero parla innanzitutto di due nature di ciascun cristiano: la natura spirituale interiore e la natura corporea, esteriore. Per quanto riguarda l’anima il cristiano viene chiamato «uomo spirituale, nuovo, interiore», per quanto riguarda la carne e il sangue, però, è definito «uomo corporale, vecchio ed esterno».

Lutero qui riesce a comporre il dualismo platonico di anima e corpo con il conflitto paolino tra uomo vecchio e nuovo, tra spirito e «carne» (e come Agostino li confonde). Con ciò vuole dire che nessuna cosa esteriore può rendere l’uomo interiormente libero o prigioniero. Libertà e malvagità sono corporali ed esteriori: «Nessuna di queste cose arriva fino all’anima per liberarla o imprigionarla, per renderla pia o malvagia». Portare abiti consacrati o civili non aiuta né danneggia l’anima.

 

La vera, giusta fede

Fin qui la tesi non suona propriamente biblica, ma Lutero vuole mostrare che l’anima in cielo e in terra per essere «pia, libera e cristiana» non ha nient’altro che il santo Vangelo, la parola di Dio predicata da Cristo (§ 5). Là dove l’anima ha la parola di Dio è libera e beata.

Qual è però questa parola di Dio? Come dice Lutero, è la parola di Cristo che ti comanda di darti con fede salda così che i tuoi peccati debbano esserti perdonati in forza della tua fede, la tua perdizione superata e tu sia giusto e libero. La vera, giusta fede (der rechte Glaube) in Cristo porta con sé ogni beatitudine e scaccia da noi ogni tristezza.

Che cos’è però la vera, giusta fede? Lutero non intende qui la fede in senso passivo, bensì attivo al massimo grado: tra gli uomini contano fedeltà e fede. Quando dico: ti credo, allora ti riconosco, ti considero veritiero e ti dimostro con la mia fiducia il più alto riconoscimento. Ti do ragione e onoro il tuo nome.

 

Dio, l’anima, la fede, la grazia

Se non mi fido di un’altra persona allora la ritengo bugiarda, sleale e inaffidabile, e questa è la più grande offesa che io possa farle: la rifiuto. Quindi se io credo in Dio mi fido di lui, gli do ragione e lo giustifico nella sua parola. Una simile fede in Dio soddisfa il primo comandamento ed è la giustificazione di Dio per mezzo degli uomini.

A questo punto arriva la conclusione di Lutero sulla reciprocità di Dio e fede: «Ma quando Dio vede che l’anima gli riconosce la verità e così lo onora con la sua fede, egli la onora di ritorno e la tiene anch’essa per pia e verace». L’anima giustifica Dio con la sua fede in lui e Dio giustifica l’anima con la sua grazia.

Lo strumento è la parola di Dio, in cui Cristo arriva all’anima. «Chi si attiene alla Parola con vera fede si unisce a Dio così interamente e saldamente che tutte le virtù della Parola diventano proprie anche dell’anima». E così l’anima diventa figlia di Dio (§ 10).

 

L’anima e Cristo, un corpo solo

Nel § 12 Lutero porta il pensiero del ricongiungimento dell’anima con Dio nella fede al suo punto culminante. Da buon agostiniano riprende l’immagine mistica del matrimonio dell’anima con Cristo, suo sposo celeste. Se l’anima diventa «simile» (gleich) alla parola divina, allora la fede unisce l’anima con Cristo stesso come «una sposa con il suo sposo». Diventano un corpo solo.

Si tratta però di un’unione che mantiene la reciprocità: quel che appartiene a Cristo diventa proprio dell’anima; e quel che appartiene all’anima diventa proprio di Cristo. A Cristo appartengono ogni bontà e beatitudine, che diventano propri dell’anima; all’anima appartengono tutti i vizi e i peccati, che diventano propri di Cristo. 

 

Tutto è vostro ma voi siete di Cristo

È questo il famoso «felice scambio»: Cristo assume su di sé i peccati, la dannazione e la tristezza dell’anima e li annega; l’anima si libera da tutti i peccati con la sua fede e riceve la giustizia di Cristo. «Non è forse questo un felice connubio, che il ricco, nobile e virtuoso sposo Cristo prenda in sposa la povera, disprezzata, malvagia, piccola meretrice, e la liberi da tutti i mali adornandola con tutti i beni? Allora non è possibile che i peccati la dannino, perché essi ora riposano sul Cristo e sono in esso assorbiti». Il colpevole non deve essere eternamente un «colpevole».

Il mio commento: Lutero inizia il suo trattato con il percorso agostiniano su Dio e l’anima. Poi approfondisce l’immagine relativa allo strumento (das Medium) che congiunge Dio e l’anima: la parola di Dio e la fede dell’anima. L’anima s’imprime nella mente la parola di Dio e ne assume la forma, la sua fede riconosce la fedeltà di Dio e gli dà ragione. Da questo consegue la reciproca giustificazione di Dio e dell’anima.

 

Dove avviene il «felice scambio»

Dio e anima si riuniscono in Cristo e diventano tutt’uno. Questa per Lutero non è però una mistica trascendentale dell’anima, ma il reale riconoscimento di Cristo: nel suo soffrire e morire in croce Gesù Cristo assume su di sé i peccati del mondo, per dare ai credenti la libertà della sua risurrezione e la pienezza della vita.

Il «felice scambio» non avviene nella solitaria vetta dell’anima, che si fonda sul mistero di Dio, come nella mistica medievale o nei moderni esercizi spirituali, ma nella fede attraverso il fatto che Cristo coinvolge l’anima credente nella sua passione e nella sua risurrezione. In croce prende i suoi dannati peccati su di sé, nella risurrezione le dà la sua libertà e la sua vasta vita. Così Lutero ha spezzato l’esilio della teologia spirituale di Agostino. Nel § 12 si dà a vedere la sua rottura riformatrice verso la teologia di Cristo.

 

Il cristiano del futuro

Il «cristiano del futuro» dovrà essere un «mistico», come ha sostenuto Karl Rahner? Io non credo. Sono molto più convinto di questo: il «cristiano del futuro» sarà il cristiano stesso. Egli riconoscerà Cristo, colui che lo libera da tutti i peccati, le dannazioni e le tristezze e che lo porta con sé sulla sua via verso la risurrezione e la pienezza della vita. I «cristiani rivolti al futuro» vivranno nella fede dall’esperienza di Cristo, tutto il peso della colpa e la tristezza li abbandoneranno, diventeranno giusti, saranno «buoni, integri e belli», come mia moglie Elisabeth Moltmann-Wendel esprime la nuova autocoscienza femminista, perché Cristo è diventato la loro vita.

Per tornare a Lutero: «Un cristiano è un libero signore sopra ogni cosa e non è sottoposto a nessuno», così è formulata la sua prima tesi. Sappiamo ora come viene intesa? 

 

Signoria spirituale sul mondo

Non è affatto una formula di dominio sul mondo: «Non già che siamo proprio padroni corporalmente di tutte le cose per possederle o usarle come fanno gli uomini sulla terra. Perché dobbiamo morire corporalmente, e nessuno può sfuggire alla morte».

È intesa come signoria spirituale e come forza interiore rivolta verso la vita. Attraverso la fede tutti i cristiani sono con Cristo «re e sacerdoti», elevati in alto su tutte le cose, perché tutte le cose sono loro sottoposte, in quanto li sostengono nel raggiungere «la beatitudine». Lutero cita perciò le pertinenti parole di Paolo: «Tutto è vostro: (…) il mondo, la vita, la morte (…) Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1Cor 3,21-23). «Tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio» (Rm 8,28). «Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8, 38s).

 

 

Continua a leggere…

Jürgen Moltmann

Teologo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Share via
Copy link
Powered by Social Snap