Dal 4 giugno scorso e fino al 13 una ventina di teologi ed esperti, radunati a porte chiuse a Roma, sta analizzando ed elaborando il testo che, una volta visionato e approvato dal Consiglio ordinario del Sinodo dei vescovi, verrà reso noto nei primi 10 giorni di luglio e che è tecnicamente definito Instrumentum laboris. Con questo si entrerà più da vicino nella discussione dell’Assemblea di ottobre 2024 (cf., qui su Re-blog, il post del 20.3.2024).
Molti i contributi giunti a Roma: in questa rubrica abbiamo preso in considerazione quello della Chiesa tedesca e quello della CLAR.
Secondo il card. Mario Grech, segretario generale del Sinodo, emerge non solo un elenco di temi ma il fatto che la sinodalità «non è un sogno da realizzare, ma già una realtà viva che genera creatività e nuovi modelli relazionali all’interno della stessa comunità locale o tra diverse chiese o raggruppamenti di Chiesa» (Vatican news, 5.6.2024).
Il cammino italiano
Per quanto riguarda l’Italia, nell’ultima Assemblea generale della CEI (20-23.5.2024) si è parlato del contributo che le Chiese della penisola stanno inviando a Roma (174 diocesi hanno inviato testi in merito) e di come esso s’integrerà con i lavori dei 5 gruppi del Comitato sinodale (cf., qui su Re-blog, il post del 4.3.2024) e andrà a formare il testo-base (Lineamenta) per le due Assemblee sinodali italiane che si terranno a novembre 2024 – quindi dopo quella della Chiesa universale – e a marzo 2025.
Le notizie che abbiamo di questo lavoro – non è stata resa pubblica sinora la sintesi italiana inviata alla Segreteria generale del Sinodo dei vescovi e il lavoro delle commissioni deve passare al vaglio dell’episcopato italiano – si possono trarre dal Comunicato finale dell’Assemblea e del Consiglio permanente che si è tenuto subito dopo, ma soprattutto dalla relazione del presidente del Comitato sinodale italiano, il vescovo di Modena-Nonantola Erio Castellucci. Entrambi i testi sono pubblicati nell’ultimo numero di Regno – Documenti (11,2024,363).
Dalla relazione di mons. Castellucci
Con finezza e garbo, ci sono in Castellucci numerosi elementi interessanti che sarebbero da valorizzare. Ne cogliamo alcuni.
– «Il popolo di Dio che è in Italia desidera una Chiesa più accogliente, evangelica, aperta, capace d’accompagnare i cammini della gente, prossima, domestica, semplice e libera».
– La modalità scelta dalla CEI, che può apparire «complessa» è stata pensata perché in ciascuna fase intervengano «con diverse modalità tutti e tre i soggetti della Tradizione, ponendosi in ascolto reciproco»: battezzati, teologi, vescovi».
– C’è consonanza nelle comunità cristiane sul fatto di vivere in un tempo di «fine della cristianità» e, lasciate da parte le frange estreme, quella «tradizionalista» – forte sui social – e quella «progressista» – che «avanza proposte impegnative (…) che eccedono le competenze delle Chiese in Italia» –, c’è un «atteggiamento maggioritario» condiviso.
– In negativo, il vescovo emiliano nota l’assenza dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso.
Fare cultura. Ma come?
– In positivo, nota che tutti sono consapevoli di dover valorizzare il kairos della crisi che convive con una «intensa e profonda rete di relazioni, di generosità quotidiana, di fatti di Vangelo, che intessono la vita della gente “normale”».
– Si percepisce la necessità di fare cultura. Ma come? «Noi abbiamo tanti argomenti ben fondati da una parte e tante esperienze ben collaudate dall’altra; ma troppe volte le due sponde non si parlano; il pensiero è coltivato ed esposto negli atenei di teologia e la prassi evangelica è vissuta nelle famiglie e nelle comunità: scarseggiano i ponti, che evitino le derive dell’accademismo e dello sperimentalismo. La profezia (…) non dovrebbe essere intesa come abbandono della cultura. Se cultura e profezia (…) vengono poste in alternativa, con il rischio di relegare la cultura nelle accademie e la profezia nelle piazze, per noi cristiani la profezia è la scelta di seguire integralmente il Vangelo e la viva Tradizione, abbracciandone tutti gli aspetti. Non siamo obbligati a scegliere tra dialogo e annuncio, ma siamo metodologicamente coinvolti su entrambi i fronti se vogliamo obbedire al comando missionario di Gesù».
Le donne: peso operativo e peso decisionale
– Nell’opposizione «consultivo / deliberativo», che spesso attanaglia il dibattito sinodale, Castellucci individua una terza via: quella della «categoria del “propositivo” (…) però non facile da normare».
– Infine, la questione del «ruolo delle donne nella Chiesa». È vero che l’argomento «eccede le competenze della Chiesa in Italia»; ma è altrettanto vero che non si può ignorare un dato: pur essendo «l’ampia maggioranza di coloro che prendono parte alla vita comunitaria (…) il loro peso decisionale è inversamente proporzionale al loro peso operativo». In una «rete di corresponsabilità (…) la “guida sinodale” delle comunità cristiane» non può ridursi al solo «servizio dei pastori».
Insomma, condizioni e spazi per innovare creativamente e fedelmente la vita pastorale in Italia sono presenti. Nei prossimi mesi si vedrà come saranno valorizzati.
Maria Elisabetta Gandolfi
Caporedattrice Attualità per “Il Regno”
