Dal «diritto ecclesiastico» al «diritto e religione»

Nel 1884 la regia università di Napoli bandisce il primo concorso per la copertura di una cattedra di Diritto ecclesiastico nel Regno d’Italia. Centoquarant’anni dopo, l’università «Federico II» ha ricordato l’evento con un convegno che si è tenuto lo scorso 6 maggio. L’incontro di studio ha rappresentato anche l’occasione per analizzare la figura e il magistero di Francesco Scaduto, che nel 1886 è risultato vincitore del concorso, in rapporto a Francesco Ruffini, noto quale «maestro di libertà». 

Professori, ricercatori e giovani studiosi della disciplina si sono ritrovati così nella città partenopea per una riflessione ad ampio raggio sul metodo, sulla storia e sulle prospettive future del diritto ecclesiastico italiano, sotto il patrocinio dell’Associazione dei docenti universitari della disciplina giuridica del fenomeno religioso (ADEC). Come ha sottolineato la presidente dell’ADEC Maria D’Arienzo, ordinaria a Napoli: la «materia cammina su radici ben solide e la vitalità della nostra disciplina è impressa nella realtà sociale». 

 

Il Concordato, l’Accordo di revisione, le Intese

A distanza di quasi un secolo e mezzo dal suo momento accademico fondativo, il diritto ecclesiastico rimane tra le materie che caratterizzano i corsi di laurea in Giurisprudenza delle università statali. Negli anni la disciplina ha vissuto importanti trasformazioni. Da una prospettiva fortemente istituzionalistica – da intendersi sia come libertà della religione dallo Stato sia come libertà della religione nello Stato – si è passati a una dimensione maggiormente individualistica. 

Il Concordato con la Chiesa cattolica, siglato nel 1929 in piena epoca fascista, è stato al centro di un progressivo processo di adeguamento costituzionale che ha portato alla sua revisione con l’Accordo del 1984. In quello stesso anno, l’Intesa con la Tavola valdese ha aperto (finalmente) la strada all’attuazione dell’articolo 8, comma 3, della Costituzione italiana e, quindi, alla stipula di Intese dello Stato con le confessioni religiose diverse da quella cattolica. 

 

Davanti alla libertà di credere e di non-credere

Intanto, la libertà di religione si è sempre più proposta come diritto soggettivo da rivendicare nei confronti della comunità politica. Ai nostri giorni, la diversità nella diversità (o meglio, la super-diversità) che caratterizza le società multiculturali, anche grazie ai crescenti processi migratori, rende indispensabile la formazione di giuristi e di operatori del diritto in grado di gestire i conflitti interreligiosi. La libertà di credere implica anche, com’è ovvio, la libertà di non-credere, al punto che le organizzazioni non confessionali giustamente rivendicano una posizione paritaria rispetto alle comunità di fede (a norma, peraltro, del diritto primario dell’Unione Europea). 

Insomma, sembra che l’aggettivo «ecclesiastico», accanto al termine diritto, non sia più in grado di cogliere appieno la complessità sociale che questa disciplina è chiamata a interpretare. Peraltro, è un aggettivo che può generare facilmente confusione. Il diritto ecclesiastico non è il diritto della Chiesa cattolica (vale a dire, il diritto canonico) né il diritto delle confessioni che si riconoscono come «ekklesia». 

 

Una denominazione più immediata e intuitiva

Così, opportunamente un recente decreto ministeriale, pubblicato il 9 maggio scorso sulla «Gazzetta ufficiale», denomina il gruppo disciplinare «diritto e religione». Una denominazione più immediata e intuitiva, maggiormente aderente ai cambiamenti sociali in corso. I docenti e i cultori di «diritto e religione» delle università statali, oltre che allo studio del diritto statale sulla religione, si dedicano alle religioni come ordinamenti giuridici. Accanto al diritto canonico, negli atenei italiani ormai si insegna pure diritto islamico, diritto buddhista, diritto induista e, in generale, diritto comparato delle religioni. Inoltre, nella nuova declaratoria ministeriale non manca il riferimento al diritto vaticano, al diritto del terzo settore, al diritto dei beni culturali di rilevanza religiosa e al diritto interculturale. Rimane ancora aperta la questione – affrontata pure nel corso del convegno napoletano – se ci si trovi di fronte a un sottosistema giuridico o a una lettura trasversale, sulla base del fattore religioso, che attraversa l’intero ordinamento giuridico. Di certo, dal 1884 a oggi se n’è fatta di strada. Ma, denominazione a parte, il diritto ecclesiastico non perde di attualità.

 

Luigi Mariano Guzzo

ricercatore in Diritto ecclesiastico

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