Le elezioni europee del 2024, per effetto del voto in Francia e in Germania – i due paesi che tradizionalmente hanno retto l’Unione attraverso la loro decennale intesa strategica – registrano uno spostamento del baricentro politico del progetto europeo. La realtà europea sin qui realizzata, nel senso di un’area integrata di stabilità e crescita economica, non sembra immediatamente a rischio. Ma il sogno di una Europa liberal-democratica, istituzionalmente unita, politicamente decisiva su un piano internazionale, al momento s’allontana.

 

Quale Europa?

La vittoria dell’estrema destra del Rassemblement National (RN) di Marine Le Pen, che raggiunge il 40%, ha spinto il presidente francese Emmanuel Macron allo scioglimento immediato del Parlamento: «Il ritorno al popolo sovrano è l’unica decisione repubblicana», l’unica risposta democratica, un momento di chiarimento, ha detto Macron. Il voto del 30 giugno e del 7 luglio dirà quale Francia vuole la maggioranza dei francesi. È un passaggio storico, perché la domanda su quale Francia diventa anche la domanda su quale Europa.

Non meno decisiva la vicenda tedesca. L’Alternative für Deutschland (AfD), partito di estrema destra xenofobo, diventa la seconda forza nazionale, con il 15,9%, ma soprattutto la più forte nei Länder della Germania orientale e supera a livello nazionale il Partito socialdemocratico (SPD) del cancelliere Olaf Scholz. Infatti, i socialdemocratici si fermano al 13,9%, il peggior risultato della loro storia. L’unione tra i Cristiano sociali (CSU) e i Cristiano democratici (CDU) arriva al 30% e vince le elezioni. Tra i partiti della coalizione al governo, oltre al crollo dell’SPD, si evidenzia la débacle dei Verdi, scesi all’11,9%, e la flessione dei Liberali (FDP), oggi al 5,2%.

Il cancelliere Scholz ha tuttavia rifiutato di tornare al voto, pur non avendo, stante il risultato delle europee, una maggioranza reale.

Anche se la prossima maggioranza del Parlamento europeo riconfermasse sostanzialmente la precedente alleanza – magari allargata, ma solo con accordi esterni su singole questioni, all’European Conservatives and Reformists Party (ERC) in cui siede il partito di Giorgia Meloni – , e rieleggesse alla presidenza della Commissione europea Ursula von der Leyen, espressione del Partito popolare europeo, l’Unione dovrebbe comunque riuscire a esprimere una leadership più forte rispetto al recente passato.

La crisi francese e quella tedesca rendono più incerta l’identità riformatrice e meno decisiva e decidente la strategia dell’Unione di fronte ai problemi fondamentali che l’Europa ha di fronte a sé: la guerra in Ucraina con la Russia, lo scontro commerciale con Cina e Stati Uniti, la competizione sulle nuove tecnologie, dalla rivoluzione digitale all’intelligenza artificiale.

 

Indicazioni dall’Italia

Il quadro politico italiano, pur non cambiando sostanzialmente, registra significative indicazioni. A fronte di un aumento record dell’astensionismo (hanno votato solo il 49,69% degli aventi diritto; cf. anche in questo numero a p. 339), Fratelli d’Italia (FdI) prende 6 milioni e 704.000 voti, con una percentuale vicina al 28,8%, confermandosi il primo partito nazionale. Ma perde quasi 600.000 preferenze rispetto alle politiche del 2022, quando aveva ottenuto 7 milioni e 300.000 voti.

Forza Italia, per la prima volta al voto senza il suo fondatore Silvio Berlusconi, prende 2 milioni e 237.000 voti, contro 2 milioni e 279.000 del 2022; il partito oggi guidato da Antonio Tajani (che si è presentato assieme a Noi moderati) ha preso il 9,6%. Non crolla come molti temevano, ma neppure sfonda al centro. Sorpassa la Lega di Matteo Salvini, che prende 2 milioni di voti contro i 2 milioni e 400.000 del 2022 e si ferma al 9%.

La lista Stati uniti d’Europa, formata da +Europa e Italia viva, si è fermata al 3,8%, mentre Azione di Carlo Calenda al 3,4%. Entrambe queste liste non eleggono parlamentari europei (unite ne avrebbero avuti 7). Il duplice, contrapposto, esperimento nella stessa area italiana ed europea segna la fine delle ambizioni elettorali di entrambi.

Il crollo più impressionante è quello del Movimento 5 Stelle (M5S). Due anni fa alle politiche il movimento oggi di Giuseppe Conte aveva ottenuto 4,3 milioni di voti e alle europee ne ha presi 2,3, passando dal 15,4% al 10%. Elly Schlein, che ha giocato queste elezioni come un referendum interno, prende 5 milioni e 604.000 voti, 250.000 in più rispetto alle politiche, passando dal 18,9% al 24,1%. Il partito di Fratoianni e Bonelli beneficia della candidatura di Ilaria Salis e raccoglie 1 milione e mezzo di voti, ben 500.000 in più rispetto alle politiche 2022, (6,7%).

Secondo l’Istituto Cattaneo, la crescita di FdI e del Partito democratico (PD) viene da una base di elettori stabili, che avevano già votato i rispettivi partiti nel 2022. Il PD ha saputo mobilitare una quota importante del proprio elettorato fedele (80%), mentre Fratelli d’Italia ne ha mobilitato il 60%. Entrambi i partiti attingono all’ex Terzo polo, ma per quello che riguarda il PD significative sono le emorragie locali (Bari e la Campania) del Movimento 5 Stelle.

Il successo di Forza Italia dipende in larga parte dalla Sicilia. I voti persi dal M5S (assorbiti in minima parte dal PD) sono rifluiti soprattutto nell’astensione. Giorgia Meloni guadagna voti sulla Lega (soprattutto al Nord) e Forza Italia, mentre Alleanza Verdi e sinistra ne sottrae al PD. La Lega perde al Nord e rimedia con la crescita in Sicilia e la trovata del generale Vannacci.

 

Una pessima polarizzazione

Uno sguardo complessivo ci fa dire che nell’area di centro-destra cambia poco. Giorgia Meloni conferma pregi e difetti del suo successo. Piace il suo populismo, non ha ancora classe dirigente, beneficia, per l’ambiguità della politica estera dei suoi avversari, della considerazione internazionale. La sconfitta della Lega, ma non il suo crollo, e la vittoria di Forza Italia, ma non il suo trionfo, sono il migliore risultato possibile.

Dovrà affrontare mesi duri sul piano dell’economia reale e lasciare cadere le riforme costituzionali. La Lega non può giustificare nel suo parziale successo meridionale l’autonomia differenziata delle regioni. Il risultato nordista di Fratelli d’Italia apre una eccessiva contraddizione sul piano della visione nazionalista.

La fine del cosiddetto Terzo polo (ipotesi politica arretrata, se non a interpretare un passaggio politico che condizionasse ed evitasse una radicalizzazione a sinistra), apre un vuoto di rappresentanza sull’elettorato moderato e riformatore. Vuoto che Forza Italia non è in grado di colmare. Mentre Calenda e Renzi, per favorire il loro disegno dichiarato, dovrebbero dimettersi. Ma è evidente che non ci credono. Rimarranno. Impedendo ogni evoluzione del centro-sinistra.

La segretaria del PD Schlein vince la competizione col M5S di Conte, il quale difficilmente potrà rivendicare la leadership della coalizione di sinistra. E vince la competizione con i centristi di Calenda e Renzi. Ma la sua vittoria equivale a una condizione d’isolamento. Né per visione politica, né per grandi questioni la segretaria del PD è in grado d’aggregare forze diverse in un nuovo grande progetto. Il solo progetto alle viste è uno vecchio: quello dell’unità della sinistra (per altro mai realizzato), oggi in salsa ideologica su un piano politico (fascismo/antifascismo) e radicale su un piano sociale (la questione dei diritti), una volta scomparsa la questione operaia. Altro che nuovi ulivi!

Il bipolarismo Meloni/Schlein, che emerge da queste elezioni, mette in luce la riproduzione-riduzione dello scontro ideologico sinistra/destra e ci porta indietro nel tempo di molti decenni, definendo di fatto la vicenda quarantennale della Democrazia cristiana e dei valori fondativi della convivenza repubblicana della nostra democrazia come una parentesi.

Il paese e la sua storia sono tornati a essere divisi e spaccati.

Gianfranco Brunelli

Direttore de “Il Regno”

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