La potenza delle immagini e il dolore delle vittime

Alla fine è intervenuto il card. Sean O’Malley. Il 28 giugno è infatti apparso sulla pagina web della Pontificia commissione per la protezione dei minori da lui presieduta un comunicato che riferisce di una lettera inviata (il 26) a tutti i responsabili dei dicasteri vaticani. Il comunicato afferma che il porporato ha posto all’attenzione dei propri omologhi la necessaria «prudenza pastorale» in base alla quale è bene che i media vaticani non espongano «opere d’arte in un modo che potrebbe implicare una discolpa o una sottile difesa “dei presunti autori di abusi” o indicare indifferenza per il dolore e la sofferenza di tante vittime di abusi».

Infatti, scrive il porporato, «dobbiamo evitare di trasmettere il messaggio che la Santa Sede ignora il disagio psicologico che tanti stanno soffrendo», come più e più volte segnalato da «vittime e sopravvissuti ad abusi di potere, spirituali e sessuali» a motivo del «continuo utilizzo di opere d’arte di padre Marko Rupnik da parte di diversi uffici vaticani, tra i quali il Dicastero per la comunicazione».

 

L’incandescente questione Rupnik

L’origine della missiva sta (anche) nelle risposte che il prefetto del Dicastero per la comunicazione Paolo Ruffini ha dato alle domande fattegli a margine di un suo intervento alla Catholic Media Conferenze di Atlanta (USA) il 21 giugno. Le due domande (Colleen Dulle di America e Paulina Guzik di OSV News) vertevano proprio sull’uso delle immagini delle opere del prete Marko Ivan Rupnik nelle pagine web dei dicasteri vaticani e del (ri)sentimento delle vittime in merito.

Questione incandescente, come sappiamo, quella che riguarda Rupnik. Per via di una condanna tenuta segreta cui è seguita una scomunica poi tolta, di interviste a vittime cui sono seguite indagini presso i gesuiti di cui Rupnik faceva parte, di fatti non giudicabili per via della prescrizione cui è seguita una retromarcia, di pareri artistici osannanti da un lato cui sono seguite commissioni di valutazione sul mantenimento o meno delle sue opere in santuari molto cari alla devozione cattolica. Senza che mai il diretto interessato abbia detto una parola. Ne abbiamo scritto qui, qui e qui. 

Non era facile rispondere. Ma alla luce della lettera di O’Malley è opportuno soffermarsi su alcune delle risposte.

 

Violenze di serie B

«Non stiamo parlando di abusi su minori» – ha detto il prefetto –. Vero, ma una delle accuse che viene più spesso fatta dalle vittime maggiorenni, donne, specie religiose, è di non venire credute perché è diffusa la convinzione che un adulto in qualche misura è sempre consenziente. In assoluto una violenza o un abuso nei confronti di un minorenne è ovviamente più grave di quelli perpetrati nei confronti di un maggiorenne; ma la capacità dei colpevoli di aggirare le difese delle vittime, di distorcere le relazioni, specie quelle di guida spirituale fanno della «gravità» un peso soggettivamente molto elevato a prescindere dall’età.

 

Non siamo al punto zero

«Stiamo parlando di una storia che non conosciamo» – ha proseguito Ruffini – perché «c’è una procedura in corso». Quindi le immagini delle opere di Rupnik nelle pagine web vaticane sono state «lasciate» e lì potrebbero rimanere fintanto che i procedimenti giudiziari – per altro riaperti dal papa per «gravi problemi» nella gestione dei passati procedimenti, su spinta della Pontificia commissione per la tutela dei minori – saranno in corso.

Ma una condanna con tanto di scomunica c’è stata, la fuoriuscita dalla Compagnia di Gesù c’è stata, la chiusura della Comunità Loyola c’è stata… Non si poteva prudenzialmente smettere di usare le riproduzioni dei mosaici di Rupnik, vista la ricchezza dell’iconografia passata e presente dell’arte cristiana? Tanto più che questo non significa affatto distruggere le sue opere in quanto tali. Ma implica una libera scelta e un giudizio possibile.

 

Un conto le riproduzioni, un altro le opere

Rimuovere l’arte – l’opera in quanto tale, non la sua riproduzione (Walter Benjamin docet) – del prete sloveno dallo spazio pubblico «non è una risposta cristiana», ha detto Ruffini.

Sono d’accordo, ma forse sarebbe stato meglio dire che la rimozione di opere d’arte non è una risposta e basta. Non c’entra il cristianesimo. Perché fa riferimento a un’ideologia oggi molto forte, quella della cancel culture che ha come mito fondativo la purezza di un nuovo inizio, dove ogni bruttura e stortura del passato deve venire cancellata dalla faccia della terra per far sì che la storia riparta in modo nuovo, limpido e cristallino… Lo argomenta a dovere il teologo Pierre Gisel nel testo pubblicato dal Regno; e lo argomenta altrettanto puntualmente il filosofo gesuita Paul Valadier su La Croix (22.6.2024), quando ricorda il «purismo ideologico» dei regimi totalitari, che si tratti dei talebani rispetto ai Buddha o dei rivoluzionari francesi e bolscevichi rispetto alle Chiese o alle statue.

Questo, però, non significa ri-produrre, ri-proporre, ri-utilizzare quelle immagini come se niente fosse.

 

La vicinanza alle vittime: come? Formando un giudizio

Vi sono state poi due affermazioni, «La vicinanza della Chiesa alle vittime è evidente» e «Come cristiani ci viene chiesto di non giudicare», che, credo, abbiano infine fatto tracimare il vaso. Perché da un lato la vicinanza non significa commiserare a parole le vittime, ma implica un impegno fattivo per fare luce, chiarire, ammettere e, anche, avere il coraggio di dire: «Abbiamo sbagliato».

Il silenzio e la poca trasparenza sul «caso Rupnik» non hanno giovato né alla presunzione d’innocenza dovuta fino a prova contraria (un primo processo canonico c’è stato; un’indagine interna ai gesuiti c’è stata) né alle tante vittime che hanno parlato, spesso mettendoci la faccia.

Certamente il rischio che le vittime diventino quasi una sorta di lobby che abbia ragione a prescindere e che stia sempre sulle barricate, difesi a oltranza dai giornalisti, c’è. Ma il tutto sarà direttamente proporzionale alla poca trasparenza che la controparte avrà loro dimostrato.

Per questo il cristiano deve giudicare. Deve giudicare i fatti, le condizioni, assieme alle perversioni e alle storture, sospendendo il giudizio verso le persone che sono innocenti, appunto, fino a prova contraria e anche dopo, in quanto non spetta a lui farlo nel senso più profondo.

Spesso è la mancanza di questo giudizio sui fatti che da un lato non ci fa credere che certe violenze siano possibili e che dall’altro ci fa salire, una volta scoperchiata la verità, sul carro del giustizialismo, che – va detto – dai giornalisti è il più amato.

 

Prudenza pastorale

Torniamo al testo di O’Malley. Attualmente il «Dicastero per la dottrina della fede sta indagando sulle accuse di abuso psicologico e sessuale di diverse donne consacrate da parte di padre Rupnik, che è stato licenziato dalla Compagnia di Gesù nel giugno 2023».

E mentre si dice d’accordo che la presunzione di innocenza durante le indagini debba essere rispettata, conclude che «la Santa Sede e i suoi uffici devono esercitare una saggia prudenza pastorale e la compassione verso coloro che sono stati danneggiati da abusi sessuali clericali. Papa Francesco ci ha esortato a essere sensibili e solidali con coloro che sono stati danneggiati da ogni forma di abuso. Vi chiedo di tenerlo presente nella scelta delle immagini che accompagneranno la pubblicazione di messaggi, articoli e riflessioni attraverso i vari canali di comunicazione a nostra disposizione».

 

Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi

Caporedattrice Attualità per “Il Regno”

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