Mons. Repole al clero di Bologna: nuove prospettive pastorali

Viviamo tempi nei quali la domanda più frequente è «Che fare?». Che fare del ministero del prete oggi, a fronte del calo delle vocazioni? Che fare con le chiese e parrocchie che abbiamo sul territorio? Che fare con comunità che si restringono sempre più? Offrire risposte a queste domande urgenti non è facile. Per questo occorre cercare una visione complessiva: solo così sarà possibile leggere quei «segni» dei nostri «tempi» con lo sguardo sapienziale del Vangelo.

È questa la prospettiva in cui si è posto mons. Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, rivolgendosi ai preti bolognesi, riuniti il 9 maggio nella cripta di San Pietro nella tradizionale giornata di riflessione per il clero durante la presenza in città dell’immagine della Madonna di san Luca. Il suo intervento, sul canale Youtube diocesano 12 Porte, è stato rivisto e pubblicato nell’ultimo numero della rivista Il Regno.

 

Tre priorità

Partendo dal dato di fatto della fine della cristianità, cioè di quel periodo storico-sociale dove appartenenza alla società civile e alla Chiesa (cattolica) erano coincidenti, oggi ci ritroviamo in eredità strutture come le parrocchie, pensate per quel tempo e che erano istituzioni che si occupavano di tutto. Ereditiamo anche l’idea di un tessuto sociale coeso, mentre oggi abbiamo a che fare con una forte spinta all’individualità. Siamo entrati cioè in pieno nella secolarizzazione e addirittura anche nella post-secolarizzazione: il che non significa che la domanda spirituale sia venuta meno.

Dunque: «Che fare?». Mons. Repole ha individuato tre priorità.

Innanzitutto la centralità dell’ascolto della Parola; un compito per tutti, anche per i preti, perché implica un ridiventare continuamente credenti.

Poi ripensare le parrocchie come comunità di comunità che abbiano al centro l’unica celebrazione domenicale e nella periferia tutto il resto, dalla preghiera quotidiana alle attività di oratorio e caritative.

 

Il presbitero e gli altri ministeri

Infine il presbitero, che deve essere inteso come colui che presiede la comunità di comunità (che si ritrova la domenica nella celebrazione eucaristica) e non come colui che esaurisce tutti i ministeri. Per questo, accanto a lui vi possono essere i diaconi, intesi come tessitori di relazioni nelle comunità periferiche che rischiano la frammentazione e la solitudine; ministeri battesimali come il/la catechista, lo/la accolito/a; il ministero della guida di comunità nelle quali non è presente il presbitero…

«Da questa prospettiva – ha concluso mons. Repole – il servizio di presidenza richiesto al presbitero è realizzato anzitutto come presidenza di un gruppo ministeriale, composto dai diaconi, e dai ministri battesimali con i quali condivide la cura di una comunità di comunità. È, credo, una prospettiva teologicamente plausibile. (…) È una proposta orientativa perché la concretezza della vita e della fede possa trovare nuove forme e noi possiamo rispondere in maniera consona» alla «provocazione di Gesù» che ci invita a saper discernere i segni dei nostri tempi.

 

Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi

Caporedattrice Attualità per “Il Regno”

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