Settimana sociale di Trieste. Dal vescovo Renna un primo bilancio

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, partecipando alla 50ª edizione delle Settimane sociali dei cattolici italiani (3-7 luglio), ha stigmatizzato i rischi attuali, in Italia e in Europa, di una caduta dei valori democratici a livello formale e sostanziale. Papa Francesco, concludendo i lavori, ha affermato che la democrazia «nel mondo di oggi non gode di buona salute», anzi è proprio malata, ha «un cuore ferito, infartuato». Che sia in affanno è evidente a tutti, ma ci sono anche tanti motivi per cui vale la pena continuare a sperare in essa. Ci sono «buone pratiche», nella vita di ogni giorno, che non sempre vengono messe in risalto dai media. E c’è «una grande voglia di partecipazione». Su queste – secondo l’arcivescovo di Catania monsignor Luigi Renna, che è presidente del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali – occorre far leva per i tempi futuri. 

 

I numeri della Settimana

– Mons. Renna, partiamo dal bilancio di questa edizione intitolata «Al cuore della democrazia». 

«I numeri sono molto positivi e incoraggianti. A Trieste si sono dati appuntamento 1.192 delegati dalle diocesi italiane, di cui 368 donne, 310 giovani, 82 vescovi e 3 cardinali. Sono stati realizzati 108 stand delle Buone pratiche con le testimonianze di 300 persone. Per la messa del papa sono stati distribuiti 8.700 pass. Oltre agli appuntamenti ufficiali si sono svolti 12 eventi culturali organizzati e ospitati da alcune associazioni e movimenti, come ad esempio quelli dei Giuristi cattolici o dell’UCID, per citarne solo alcuni. Le Piazze della democrazia sono state 16 e gli spettacoli hanno visto la partecipazione dei delegati, ma anche dei cittadini di Trieste e non solo. È stata una Settimana sociale aperta all’esterno, con momenti dedicati al discernimento di alcune questioni per noi fondamentali. Si è respirato davvero un clima di grande partecipazione: c’era desiderio di incontrarsi, di confrontarsi sul tema della democrazia, per sentirsi parte della comunità civile, per dare delle risposte a un mondo nel quale l’individualismo è diventato molto pervasivo».

 

La vocazione delle Settimane

– Dal 1907 a oggi si sono celebrate cinquanta edizioni delle Settimane sociali. È una forma ancora in grado di coinvolgere cristiani impegnati nel bene comune? 

«Le Settimane sociali, da quando sono apparse nell’orizzonte dell’esperienza della Chiesa italiana, si sono sempre rinnovate; hanno avuto dei momenti di sosta, ma poi sono sempre rinate perché evidentemente l’esigenza di ritrovarsi come cattolici su temi che riguardano propriamente l’impegno sociale è impellente. In questo la Chiesa, nelle varie stagioni della storia italiana ed europea, ha sempre sentito l’esigenza di ritrovarsi per discutere e lavorare insieme. Quando sono rinate nel 1988 l’allora papa Giovanni Paolo II disse che “si pongono con il compito di servire alla formazione, alla riflessione e vogliono davvero rinnovare l’impegno sociale dei cattolici”. Credo che a questa vocazione esse rispondano in senso pieno».

 

I cristiani e la democrazia malata

– Il presidente Mattarella e papa Francesco hanno parlato di una democrazia malata. Qual è stata la reazione dei delegati a Trieste?

«Credo che questa Settimana sociale non si sia soffermata troppo sugli aspetti negativi che riguardano i temi attuali, piuttosto abbiamo sottolineato maggiormente il positivo che si trova nelle nostre società. Siamo consapevoli dell’affanno in cui vive la democrazia, come l’ha definito il presidente Mattarella, siamo consapevoli anche della malattia e della ferita che ha colpito la democrazia, come ha detto il papa. Ma siamo consapevoli al tempo stesso che ci sia grande desiderio di partecipazione e ci siano tante buone pratiche di partecipazione che vanno oltre la semplice teoria. Le abbiamo sperimentate nelle piazze, negli stand e nel dialogo tra i delegati provenienti da tutt’Italia. Dai tanti racconti è emerso che il popolo italiano vede la Chiesa impegnata in ambito sociale e che tanti vivono il proprio impegno politico o amministrativo cercando di portare una visione cristiana». 

 

Tante buone pratiche

– Dalla Chiesa può arrivare una ricetta per curare la democrazia?

«Più che di ricetta parlerei di esempi concreti dentro i quali c’è un pensiero che viene costantemente elaborato. Mettere in evidenza le buone pratiche significa dire che non siamo dei cristiani che si piangono addosso, ma delle persone che stanno già organizzando la speranza, anzi su tanti territori sono già coloro che la animano».

– La Repubblica è fondata sul lavoro, come dice la Costituzione nel suo primo articolo. Ma proprio il lavoro è una delle piaghe più gravi del nostro paese. 

«Proprio per questo l’attenzione della Conferenza episcopale italiana e di tutta la Chiesa è sempre viva su questi gravi problemi e sulle loro conseguenze: dalla sicurezza alla giustizia e alla dignità nei luoghi di lavoro. Se ne era parlato in maniera approfondita alla 48ª Settimana sociale che si è svolta a Cagliari nel 2017. È un tema all’attenzione degli uffici della pastorale sociale e del lavoro delle diocesi, da dove arrivano tante buone pratiche che cercano di dare speranza sul territorio attraverso cooperative sociali e organizzazioni che difendono i diritti dei lavoratori». 

 

Amministratori autoconvocati

– Durante l’incontro di Trieste alcuni amministratori locali e politici si sono «autoconvocati» per discutere dei temi più attuali, non ultimo quello delle riforme istituzionali. Che futuro avrà questa rete? 

«Hanno voluto vivere un momento di dialogo e di confronto a partire dalle loro esperienze sul territorio. La  prospettiva è che proprio sul territorio, in ogni diocesi e in ogni regione, continuino a incontrarsi, per cercare ciò che li unisce e i valori condivisi. I cattolici impegnati in politica o a livello amministrativo non devono vivere nell’isolamento e nella contrapposizione. Diceva don Luigi Sturzo: “Si può essere avversari ma non nemici”. Si possono avere delle visioni diverse, ma certamente bisogna trovare dei punti di convergenza su ciò che ci unisce: la dottrina sociale della Chiesa indica delle “luci di posizione” con molta chiarezza». 

 

Trieste democratica

– Trieste, come ha ricordato Francesco parlando ai delegati, è simbolo di una città accogliente, aperta alle diversità. Può essere da stimolo per le tante tensioni che, anche a livello politico, si percepiscono in Italia sui temi più urgenti e anche più divisivi?

«Trieste è un grande esempio di democrazia che cammina, che non si arresta ai conflitti, che non si lascia sconfiggere da tutto ciò che può negare la dignità dell’uomo. Ci ricorda dei momenti bui della storia, molto divisivi: la Risiera di San Sabba, i massacri delle foibe, la proclamazione delle leggi sul razzismo in piazza Unità d’Italia. Ma Trieste dimostra anche di essere sempre rinata, perché ha trovato il desiderio di vivere, il desiderio di incontrarsi, il desiderio anche di stare insieme. E solo una democrazia può permettere di stare insieme, con delle regole nelle quali al centro ci sia la persona e la condivisione del bene».

 

Prospettive

– Adesso che si è conclusa l’edizione di Trieste, quali saranno i prossimi impegni della Settimana sociale?

«Noi diciamo sempre che la Settimana sociale non è un evento ma è un processo. Questo processo continua. Noi abbiamo dato delle linee. Anzitutto una consapevolezza: che come cattolici siamo presenti nella società civile e abbiamo sempre più bisogno di recuperare questa attenzione, e che la comunità cristiana è il luogo dove nascono vocazioni all’attività politica. Poi abbiamo richiamato un metodo, che è dialogico, risponde al dialogo sociale di cui papa Francesco parla nella Fratelli tutti, fatto di ascolto: ascolto della Parola anzitutto, ascolto dell’altro, confronto, che però richiede del tempo. È molto importante per questo darsi il tempo dell’ascolto e del pensiero nella vita politica. Infine si aprono delle prospettive nuove: quelle indicate dalle piazze tematiche, di trovarsi a discutere democraticamente su alcuni temi che ci riguardano tutti; poi le tante buone prassi che devono essere messe in rete per uscire dalla dimensione solo locale. C’è inoltre la dimensione della formazione all’impegno socio-politico, che può avere dei percorsi molto vari: ci sono le scuole di formazione, ma ci sono anche tante altre esperienze, che devono attraversare la formazione di tutta la vita del cristiano e del cittadino. E infine c’è la promozione di dialoghi tra politici cattolici e non, che si ritrovino a fare discernimento su alcune questioni cercando davvero ciò che li unisce. In questi giorni sono arrivate circa trecento proposte che vanno rilanciate e rimesse in ordine nei prossimi mesi».

 

Paolo Tomassone

Giornalista

Un pensiero riguardo “Settimana sociale di Trieste. Dal vescovo Renna un primo bilancio

  • 13 Luglio 2024 in 15:20
    Permalink

    Bella sintesi del ricchissimo programma di Trieste
    Ero presente come delegato diocesano e sto tentando di fare un indice dei temi, testimonianze, esempi concreti incontrati a Trieste
    Bravo Mons Renna

    Risposta

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