«Abbiamo scelto un’espressione tragica come titolo del nostro Rapporto. Un titolo che vogliamo sia un pugno nello stomaco per un’opinione pubblica troppo distratta rispetto alle condizioni di vita nelle carceri italiane e ai troppi morti che siamo costretti a contare»: apre con queste parole l’editoriale del XX Rapporto dell’associazione Antigone presentato il 22 aprile scorso e intitolato Nodo alla gola.
Antigone è un’associazione «per i diritti e le garanzie nel sistema penale» nata «alla fine degli anni Ottanta nel solco della omonima rivista che aveva come oggetto la critica alla cultura dell’emergenza come forma di governo, anche in ambito penale, e al nascente populismo penale».
Quest’anno il suo rapporto si concentra appunto sul crescente numero di detenuti che si tolgono la vita e sulle condizioni di sovraffollamento carcerario: «47 dall’inizio dell’anno, 12 solo nel mese di giugno – afferma in un comunicato successivo l’associazione –. Se il dato fosse questo, a fine anno avremo circa 100 suicidi, superando il dato degli 85 avvenuti nel 2022. Va tenuto conto che quell’anno, proprio l’estate, fu un periodo drammatico, quando nel solo mese di agosto se ne contarono 17».
Infatti, «nelle carceri si respira un’aria di tensione preoccupante. I numeri del sovraffollamento ci riportano al 2013 e alla condanna da parte della Corte europea dei diritti umani nel famoso caso Torreggiani. Mancano gli spazi. Sono tornati i letti a tre piani che sfiorano il soffitto. Le celle sono per troppo tempo della giornata chiuse. Vengono disincentivate le iniziative del mondo esterno e nel Lazio finanche i pranzi di Natale».
Perché, naturalmente, il sovraffollamento implica anche la parallela scarsità di personale penitenziario e il complessivo peggioramento del clima interno al carcere.
Le cifre e il caso Bologna
«Al 31 marzo 2024 erano 61.049 le persone detenute, a fronte di una capienza ufficiale di 51.178 posti. Le donne erano 2.619, il 4,3% dei presenti, e gli stranieri 19.108, il 31,3%». Il tasso d’affollamento delle carceri è del 119,3% (l’anno di riferimento è il 2023) a livello nazionale, con una crescita del 7,7% rispetto al 2022; ma questa cifra è una media con punte in Puglia (152,1%), in Lombardia (143,9%) e in Veneto (134,4%) e comunque nelle carceri dei grandi centri urbani.
Per fare un esempio concreto, a Bologna, la casa circondariale Rocco D’Amato (nota come la «Dozza») è stata costruita per ospitare 498 detenuti, mentre, secondo quanto dichiarato in un comunicato ufficiale della Camera penale locale, riunitasi il 14 giugno scorso, ne ospita attualmente 890, con un tasso d’affollamento del 170,8%.
«Il fatto è che tutto, ma proprio tutto, alla Dozza – continua il comunicato – fu calcolato per 500 persone: le camere di pernottamento (come si chiamano le celle…), i servizi igienici, le docce, l’infermeria, i quattro muri di cemento della cosiddetta “aria”. E (…) sulla stessa misura, drammaticamente inadeguati, sono parametrati i numeri di chi alla Dozza non è detenuto, ma ci lavora: il contingente della Polizia penitenziaria, il personale sanitario (OS, infermieri e medici), i funzionari dell’area trattamentale, il comparto amministrativo, si aggira intorno alle 2.000 persone».
Ascoltare il disagio
Il fatto è che sia che si parli di Bologna sia di altre città, la realtà è simile e se ne deve concludere che il carcere è una realtà fragilissima, pronta a deflagrare, come la cronaca costantemente mostra. «La cruda sintesi di questi dati, è che tutti, ma proprio tutti coloro che vivono in quell’angolo settentrionale di Bologna compiono un miracolo quotidiano. Nel reciproco ruolo: compiono un miracolo i detenuti che dovrebbero colà essere custoditi in quanto privati della libertà e non certo della dignità, della più elementare forma di rispetto della salute pubblica e privata, del futuro, della volontà di ricostruire una vita nuova per tornare all’affetto dei propri cari. Ma compiono un miracolo anche coloro che lavorano in mezzo a quei muri: Polizia penitenziaria in primis, costretta a turni di lavoro che definire massacranti è ormai banale e inascoltato, i medici, gli infermieri. S’inizia il turno raccomandandosi alla buona sorte. E compiono un miracolo pure i funzionari dell’area giuridico pedagogica, letteralmente travolti dall’ondata inarrestabile di vite dietro alle sbarre che chiede soprattutto una cosa: essere ascoltata».
E l’estate è un momento particolarmente critico, non solo per il caldo e il sovraffollamento, ma anche perché le attività lavorative o in generale le iniziative per i penitenziari vengono meno perché il personale e i volontari sono in ferie. Sono attività importanti che spesso «aiutano nell’ottica di realizzare un futuro diverso e migliore», afferma l’ispettore generale dei cappellani nelle carceri italiane, don Raffaele Grimaldi (SIR 4.7.2024) e rafforzano l’idea che la pena possa «rieducare e dare l’opportunità al detenuto di riprendere in mano la propria vita».
Maria Elisabetta Gandolfi
Caporedattrice Attualità per “Il Regno”
