Coordinare il rientro nei remoti villaggi della foresta per le centinaia di indigeni che erano confluite a Vanimo per incontrare Francesco, «periferia della periferia» in Papua Nuova Guinea, è stata un’operazione impegnativa. Sette giorni ci son voluti, a bordo di grandi camion, per l’amico di Bergoglio, il missionario dell’Istituto del Verbo incarnato p. Martin Prado, sfinito per tutta l’organizzazione della visita papale ma immensamente grato per quello che sembra essere stato un miracolo. «Prima che arrivasse il papa, vedevi come la gente tagliava l’erba ai bordi delle strade, ognuno dava una mano, lavoravano tutti, donne, bambini. C’è un sacco di bellezza da imparare qui. Il senso di comunità è molto forte», ci racconta. Aldilà delle lotte interne che pure compromettono i legami interetnici e su cui si è levata la voce del pontefice, c’è un aspetto edificante del vivere insieme che il religioso si augura possa costituire uno dei frutti più belli del contatto avvenuto in questa circostanza tra occidentali e autoctoni.
Dio è semplice
«È bello che ci si conosca e che si attivi una condivisione, una comunicazione tra noi e loro. Loro vivono giorno per giorno. Non hanno cose preziose in casa, denaro, conti correnti. In occidente si lavora tutto l’anno per fare soldi, qui si condivide senza cercare soldi, è interessante». Lo ha ripetuto spesso il successore di Pietro: è dal denaro che entra il divisore. «Dio è semplice, dobbiamo recuperare la semplicità – osserva il confratello p. Alejandro Diaz all’indomani della partenza del papa argentino da questo paradiso – e capire che tutti siamo unici agli occhi di Dio». Unici e bisognosi di alterità, di scambio. Perché è nella relazione che si costruisce l’identità. Lo avevano appreso i primi studiosi di questi popoli che posero le basi dell’antropologia moderna, impresa inevitabilmente dialogica.
Fiumi di selfie variopinti
I fiumi variopinti di selfie e video che hanno inondato i social in questi giorni serviranno allora a creare una tela interculturale fondata su una postura di autentico rispetto reciproco? Serviranno a reinventare le identità, superando dissolvenze in coriandoli evanescenti dal sapore esotico e, contemporaneamente, smussando o recidendo ogni pregiudizio? La sfida sembra infatti essere proprio quella di significare, pur con tutti i souvenir folcloristici, una pari dignità, cosa che probabilmente mai si finisce di interiorizzare. «Questa gente è stata molto orgogliosa che il papa abbia indossato il copricapo della gente papuana», dice padre Martin. Un segno, quel gesto, di sincera e mutua accoglienza. Ci serva come modello. Era accaduto anche con gli indiani visitati dal pontefice in Canada. «I papuani sono consapevoli della loro estrema varietà di culture e che i loro usi e costumi possono sembrare appariscenti. Non sono ingenui nel vedere la curiosità degli esterni nei loro confronti – aggiunge –, posano negli scatti degli smartphone, lo fanno anche volentieri. Se qualcuno ne farà un uso distorto, sarà un’occasione persa, pazienza». La visita alle frontiere rinnovi il senso dei nostri confini, dei nostri contorni, della nostra comprensione, che è prendere insieme, non accaparramento.
Antonella Palermo
Giornalista
