Monte Sole, memoria e riconciliazione per un’Europa di pace

«Oggi sono qui davanti a voi come Presidente Federale tedesco e provo solo dolore e vergogna. Mi inchino dinnanzi ai morti. A nome del mio Paese oggi vi chiedo perdono. Le vittime e voi, i discendenti e i familiari, avete diritto alla memoria. Nelle vostre famiglie continuano a vivere il ricordo, il dolore, l’orrore – l’ho appena sentito parlando con alcuni di voi. Quello che mi avete raccontato mi ha molto commosso». Frank-Walter Steinmeier parla in italiano, lentamente. Le sue parole, sincere, vengono interrotte più e più volte dagli applausi di chi ha partecipato domenica 29 settembre all’anniversario degli eccidi di Monte Sole. 

Accanto al Presidente Federale della Germania c’è il Capo dello Stato italiano: dopo ottant’anni – spiega Sergio Mattarella – siamo qui per «chinare insieme il capo davanti a tante vite crudelmente spezzate, per riempire con i sentimenti più intensi di solidarietà quelle voragini che la disumana ferocia nazifascista ha aperto in queste terre, in questa comunità». (Qui il video con gli interventi dei due presidenti). 

Monte Sole è il luogo simbolo dove si consumò una delle più brutali stragi perpetrate dalle truppe naziste al culmine della loro furia distruttrice durante la Seconda Guerra Mondiale. Tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, quasi ottocento vite, tra cui molti bambini, furono spietatamente spezzate nei comuni di Marzabotto, Monzuno e Grizzana Morandi sull’Appennino Bolognese. I discorsi dei due presidenti non solo hanno reso omaggio a coloro che hanno perso la vita, ma hanno anche ribadito la volontà condivisa di Germania e Italia di marciare insieme verso un futuro di pace, libertà e rispetto dei diritti umani, forti di una riconciliazione che è simbolo di un’Europa unita e democratica: «Italia, Germania ed Europa – dice Mattarella – sono state capaci di risorgere da quell’inferno, costruendo libertà, pace, democrazia, diritti, comunità, una nuova sicurezza».

 

La riconciliazione, un dono preziosissimo

«Che io possa parlare qui oggi – confida Frank-Walter Steinmeier – è possibile solo perché voi tutti avete concesso a noi tedeschi la riconciliazione. Che preziosissimo dono! Questa riconciliazione la vivete molto concretamente qui a Marzabotto e nei comuni limitrofi. Nella vostra Scuola di Pace, in stretto scambio con giovani tedeschi, nel gemellaggio con Brema-Vegesack e nella sua Scuola Internazionale di Pace». 

Fare memoria è il primo grande impegno, concreto, che «non può essere archiviato» e che deve tramandarsi di generazione in generazione. Lo ribadisce il Presidente Federale tedesco citando Primo Levi, sopravvissuto al terrore nazista: «Raccontare dobbiamo, è un dovere verso i compagni che non sono tornati, ed è un compito che conferisce un senso alla nostra sopravvivenza».

 

Il futuro (di pace) dell’Europa  

A ottant’anni di distanza dai tragici eventi, c’è una responsabilità ancora maggiore: «impegnarsi e lottare per i valori alla base della nostra Europa unita, delle nostre democrazie. L’Europa – dice Steinmeier – ha un futuro di pace solo se noi tedeschi non dimenticheremo mai questa responsabilità dinnanzi alla storia e la difenderemo. Mai più, questo è l’imperativo morale che deve guidarci ora e per sempre in futuro! È allo stesso tempo monito e missione. Come Presidente Federale tedesco vi prometto: farò di tutto affinché noi tedeschi onoriamo questa responsabilità e il dono della riconciliazione. Per questo lotterò ogni singolo giorno. (…) I nostri due Paesi sanno che la democrazia, anche dopo essere stata conquistata, non è mai scontata. Sappiamo che la libertà e la democrazia vanno protette e difese, che un nazionalismo eccessivo porta alla guerra. Dobbiamo, quindi, andare avanti sulla nostra strada della riconciliazione e dell’amicizia, verso un buon futuro per i nostri figli e nipoti in un’Europa forte, unita e democratica. “Sono i bambini che sono stati capaci di sperare in un mondo migliore e di lottare, quotidianamente, per la sua realizzazione”. Così scrisse Anna Rosa Nannetti, anche lei sopravvissuta all’eccidio, riferendosi ai bambini di Marzabotto. A cui ha dedicato un toccante monumento scritto. Ai bambini sopravvissuti. Questa frase è per noi una missione. Dobbiamo credere in un mondo migliore. Lottare ogni giorno insieme per la sua realizzazione!». 

 

Può ancora accadere

Il Presidente della Repubblica italiana torna sulle crudeltà compiute in queste terre dal terrorismo delle SS e dai brigatisti neri fascisti, anche ai danni di sacerdoti e religiosi. E ripete l’invito a «non dimenticare». «Perché? Perché tutto questo? Si può, si deve dimenticare? Continuiamo a chiedercelo percorrendo questi luoghi, sostando dinanzi ai memoriali. Le domande penetrano le nostre coscienze, senza riuscire a fornire una risposta esaustiva, definitiva, segnalando, piuttosto, una irrisolta inquietudine. “È accaduto, quindi può di nuovo accadere”, ci ammonì Primo Levi. Può accadere se dimentichiamo».

I conflitti in atto ai confini dell’Europa richiamano alla responsabilità di «non essere né ciechi, né addormentati, né immemori». Secondo Mattarella «sbagliamo se pensiamo che il razzismo, l’antisemitismo, il nazionalismo aggressivo, la volontà di supremazia, siano di un passato che non ci appartiene. Quanto accade ai confini della nostra Unione Europea suona monito severo. I fantasmi dell’orrore non hanno lasciato la storia».

 

Il seme del male non è mai sconfitto 

Un invito a «non vivere inconsapevoli» arriva anche dall’arcivescovo di Bologna e presidente della CEI, card. Matteo Zuppi, durante la messa a Marzabotto in suffragio delle vittime delle stragi. «Il seme del male non è mai sconfitto, anche quando sembra inerte. Le tenebre entrano nel cuore degli uomini, ne spengono la speranza, riempiono di smarrimento, paralizzano con la tristezza e la malinconia o imprigionano nel passato con la rabbia, l’odio, la vendetta. Si ripresentano poi con il pregiudizio o con l’idea colpevole di combattere il male con il male, mentre così si diventa seminatori di morte e di altro male senza vincerlo, anzi, decidendo la propria sconfitta».

Paolo Tomassone

Giornalista

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