Il Libano è ormai diventato terra di contesa tra Israele ed Hezbollah e il timore che il conflitto israelo-palestinese sfoci in una guerra regionale è sempre più dolorosamente registrato dai fatti.

A questo s’aggiungono i diversi attacchi alle basi e ai militari della Forza d’interposizione in Libano delle Nazioni Unite (UNIFIL, presente nel paese dal 1978) da parte dell’esercito israeliano e il fatto che il primo ministro Benjamin Netanyahu ha chiesto domenica 13 il ritiro «immediato» dell’UNIFIL, accusando la missione di «fornire uno scudo umano ai terroristi di Hezbollah».

In questo contesto abbiamo raccolto la testimonianza di sua beatitudine il card. Béchara Boutros Pierre Raï, patriarca di Antiochia dei maroniti, dai pressi di Beirut, che ci è parsa al limite della rassegnazione.

 

Contro la volontà del popolo

«La situazione è molto critica», risponde con un fil di voce. Poche parole pennellano alcune immagini: distruzioni, morti, stato di guerra, demolizioni. «C’è bisogno di un cessate il fuoco». Parla di un milione di sfollati: «È una tragedia. La guerra è così: comincia e nessuno sa come finirà». Spiega che è stato fatto di tutto per evitare la guerra, «decisa da Hezbollah malgrado la volontà del popolo, che non la vuole, e del governo. È una guerra imposta e ora ne cogliamo i frutti». Frutti amarissimi per un paese che un tempo era noto per essere mosaico d’integrazione, messaggio di pace.

Con l’uccisione del leader Hassan Nasrallah «si prevedono solo macerie», osserva il cardinale, che racconta di un Libano spremuto fra due forze non intenzionate a cedere. «Stanno ammazzando tutti quelli del primo livello – riferisce – però Hezbollah dice che è forte e che ha le armi. Vedremo come andranno le cose. Niente è chiaro adesso. Hezbollah è determinato a continuare la guerra, mentre il governo vuole la pace». Tutti, cristiani e musulmani, ne stanno pagando il prezzo. Come vivono insieme nelle diverse parti del Libano, spiega il porporato, così pagheranno le stesse conseguenze.

 

Gli echi dal Sinodo

Il patriarca Raï cerca di seguire a distanza gli echi del Sinodo in corso in Vaticano, dopo aver ottenuto dal papa d’essere dispensato dal parteciparvi per dare la possibilità a monsignor Paul Rouhana, vescovo ausiliare di Joubbé, Sarba e Jounieh dei maroniti, di prendere il suo posto, data la sua preparazione e il fatto che mai aveva avuto occasione di prendervi parte.

La prospettiva da cui in Libano si guarda all’assise è quella di chi già pratica la sinodalità, nei fatti e per tradizione. «Questo Sinodo sarà una primavera per la Chiesa, una nuova primavera. In Libano viviamo la sinodalità e nelle Chiese orientali la sinodalità non è cosa nuova, la viviamo. Le decisioni sono tutte sinodali, abbiamo una forte esperienza della sinodalità».

 

Le parole del papa

Proprio durante l’Assemblea sinodale, attraversata di continuo dalla preghiera e dall’apprensione corale per i destini dei popoli vittime di conflitti, ai cattolici del Medio Oriente è giunta la lettera di Francesco di denuncia e vicinanza. «Siamo molto riconoscenti al papa per i suoi appelli. Io gli ho già scritto a nome della Chiesa maronita esprimendo il nostro grazie per il conforto che abbiamo sentito».

Il papa è poi tornato sulla situazione delle guerre nel mondo nell’Angelus del 13 ottobre, quando ha aperto la carrellata proprio a partire dal Medio Oriente, per poi chiuderla su Ucraina e Haiti. In particolare chiedendo un cessate il fuoco e «rispetto» per le forze di pace dell’ONU.

 

Un paese sotto terra

«Continuo a seguire con preoccupazione quanto sta avvenendo in Medio Oriente – ha detto Francesco dalla consueta finestra domenicale –, e chiedo ancora una volta un immediato cessate il fuoco su tutti i fronti. Si percorrano le vie della diplomazia e del dialogo per ottenere la pace. Sono vicino a tutte le popolazioni coinvolte, in Palestina, in Israele e in Libano, dove chiedo che siano rispettate le forze di pace delle Nazioni Unite. Prego per tutte le vittime, per gli sfollati, per gli ostaggi che auspico siano subito rilasciati, e spero che questa grande inutile sofferenza, generata dall’odio e dalla vendetta, finisca presto. Fratelli e sorelle, la guerra è un’illusione, è una sconfitta, non porterà mai la pace, non porterà mai la sicurezza, è una sconfitta per tutti, soprattutto per chi si crede invincibile. Fermatevi, per favore!».

Raï è convinto che per fermare la guerra ci vuole la buona volontà delle due parti: Israele ed Hezbollah, la volontà effettiva d’ascoltare le voci che da ogni parte la rifiutano. «Ma loro non vogliono sentire, purtroppo. Hanno degli interessi certamente. Il Libano è sotto terra. Ci preoccupa l’esodo dei nostri giovani, delle nostre forze vive che lasciano il paese senza il desiderio di tornarci. Questo è il grande problema per noi».

Antonella Palermo

Giornalista

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