Nei giorni scorsi ho partecipato a due incontri di studio insieme ad Agnese Moro, promossi dalla Pastorale penitenziaria della Calabria. Il primo incontro si è svolto a Catanzaro con gli ospiti della Casa circondariale; il secondo a Lamezia Terme ha coinvolto i cappellani, le religiose, le volontarie e i volontari che operano negli istituti di pena calabresi.
Agnese, figlia terzogenita di Aldo Moro, è protagonista di quella che al momento può essere considerata la più importante esperienza di giustizia riparativa in Italia (per un resoconto: Il libro dell’incontro. Vittime e responsabili della lotta armata a confronto, Il Saggiatore, Milano 2015) ancor prima che nel nostro ordinamento ne fosse introdotta una disciplina organica (decreto legislativo n. 150 del 2022).
Non è teoria, è esperienza di vita
La parola di questa donna mite e forte mi è subito apparsa «potente», di una sua potenza straordinaria.
Non è teoria. È la sua stessa vita che dimostra come sia possibile convertire il male in bene. Rientrato a casa, ho avvertito la necessità di rielaborare gli appunti delle sue testimonianze (o meglio, dei suoi «interventi narrativi»), perché mi sembra che contengano idee e indicazioni sulle quali è necessario riflettere ulteriormente – da una prospettiva sia etica sia giuridica – per definire una giustizia dal volto (finalmente) umano, alternativa ai modelli caratterizzati dall’inasprimento sanzionatorio.
Provo a essere sintetico, muovendomi per punti come fossero i raggi di un fascio di luce che intende squarciare il buio del «populismo punitivo» con i quale ci troviamo quotidianamente a fare i conti.
Perché il passato «passi»
• L’idea tradizionale di una giustizia basata sulla sanzione quale pena da «espiare» (meglio se in carcere e in un carcere isolato dalle realtà urbane) non restituisce nulla alle vittime, che rimangono con il «torcicollo», cioè con la testa rivolta all’indietro. Il passato non diventa mai effettivamente «passato», «non passa». Il male continua a irradiarsi nel presente, che resta «nero». Agnese lo afferma da vittima alla quale hanno ucciso il padre: «Qual è la soddisfazione di far perdere una vita perché un’altra vita è stata persa?».
• Nel processo penale la vittima non è tenuta in considerazione. Le persone che hanno compiuto del male rimangono nella mente della vittima come «fantasmi». Quando, però, te le trovi davanti tutto cambia, crollano i sentimenti di odio, le riconosci come parte della stessa umanità: «Una persona in carne ed ossa non può essere odiata!».
I sentimenti delle vittime
• Il diritto penale «non è tutto». La pena può essere scontata (e la giustizia si dice «fatta») ma, mentre gli anni trascorrono, gli autori del reato rimangono nei loro sensi di colpa e le vittime nel loro dolore. La sanzione si preoccupa di una norma che è stata violata, ma non riesce a sanare i «sentimenti di odio, di rancore, di disgusto» che avvertono le vittime. D’altronde, la vita non può essere ridotta a un «caso giudiziario»; il concetto è ribadito con ancor più forza: «Mio padre non è un caso giudiziario!».
• La giustizia riparativa è possibile grazie a «due dolori che si incontrano, quello degli autori dei reati e quello delle vittime». Ma questa visione «riparativa» della giustizia rimane «qualcosa di sofisticato». Non bisogna dimenticare che ci sono delle regole da rispettare, sotto la guida dei mediatori. Il dialogo è «impegnativo», «faticoso». Eppure, permette di incontrare le persone, di instaurare una «messa alla prova di reciproca fiducia» e di far cadere l’odio.
Perdonare, anzi, amare
• La responsabilità rimane «personale», in quanto «non si può negare alle persone la dignità di aver fatto in piena libertà cose orrende». Tale punto fermo rimane, però si vive con la consapevolezza, quasi paradossale, che «si può rimediare a ciò che è irrimediabile».
• Il perdono è una parola che non esprime il significato profondo della giustizia riparativa. Il perdono «rimane ancorato al passato», «non pone le persone in condizione di parità: chi perdona è considerato migliore rispetto all’altro», «è spesso opaco e portato avanti per fini opportunistici, anche quando ha rilevanza giuridica». Alla parola «perdono» si preferisce quella di «amore». «Amate i vostri nemici», si legge nel Vangelo. «L’amore, persino quello verso i propri nemici, crea vere relazioni di fiducia, mentre dopo il perdono ognuno ritorna a casa sua».
• L’incontro tra vittime e autori del reato è la «realizzazione del regno di Dio nel qui e ora della storia». «Chi ha incontrato l’inesplorabile vive in un mondo diverso dal mondo degli altri. Costruire un mondo dove l’amore prevale sull’odio è davvero possibile».
Luigi Mariano Guzzo
professore di Diritto e religione all’Università di Pisa
