È utile tornare sulla vicenda politica italiana. Lo stagno di casa. Soprattutto in un contesto internazionale drammatico come quello che stiamo vivendo, segnato dal perdurare della guerra in Ucraina, causata dall’aggressione russa del febbraio 2022, e dall’esplosione un anno fa di un conflitto indecifrabile in Medio Oriente, frutto della reazione d’Israele al pogrom di Hamas il 7 ottobre 2023 nei confronti di oltre un migliaio di cittadini israeliani, e oggi allargatosi al Libano.
L’incertezza e attesa di un esito dirimente delle elezioni presidenziali americane ha generato la debolezza del ruolo statunitense, per non dire un vuoto di potere a livello internazionale. E l’incertezza grava non solo sulle sorti di quei conflitti in atto, ma addirittura su un loro possibile allargamento in quelle stesse aree (Israele – Iran) e sulla possibilità che se ne inneschino altri (Cina – Taiwan, le due Coree). Non la forza, ma la debolezza americana è un pericolo per la stabilità e la pace mondiale.
In trent’anni si è passati dalla «globalizzazione», concetto che vedeva in sé l’esaurimento della spazialità politica, che lasciava intravvedere un mondo unificato dalla potenza del libero mercato, dall’«astratta» finanziarizzazione del capitale, dallo scambio di dati e dall’apertura delle società, dalla «de-materializzazione» comunicativa del mondo – fenomeni progressivi tutti sganciati dal legame politico con lo sviluppo della democrazia e di un nuovo governo mondiale – a un sistema multipolare senza governo condiviso, con una contrapposizione tra istituzioni, stati, culture, modelli sociali e sistemi di valori laici e religiosi.
Ci troviamo immersi in un grande processo regressivo, nel quale i valori di giustizia, di libertà e di dignità umana, il riconoscimento del diritto sono messi in discussione con un approccio revisionistico che intende riscrivere la storia. Falsandola.
Dall’illusione della «fine della storia» si è passati a un tempo dominato dallo scontro tra democrazie e imperi autoritari, strutturato attorno all’alleanza tra Cina e Russia, cui s’accodano potenze regionali come l’Iran degli ayatollah, la Turchia di Erdoğan, la Corea del Nord di Kim Jong-un. Attorno proliferano situazioni indecise, che approfittano del caos: da quelle statuali (si pensi al Venezuela e alle numerose guerre civili latinoamericane), a quelle liquide (il ritorno diffuso della jihad armata).
L’ordine del 1945 è archiviato. Il periodo post Guerra fredda si è chiuso con l’invasione dell’Ucraina. Gli Stati Uniti sono una potenza stanca. Mancano di volontà oltre che di mezzi. E l’Europa, indecisa politicamente tra l’interesse commerciale delle sue nazioni e la retorica dell’unità politica, finisce per essere una promessa mancata. Ma senza la volontà politica degli Stati Uniti e dell’Europa, la pace, che non possiamo immaginare perpetua, finisce coll’essere hobbesianamente solo un periodo interbellico, più o meno breve. La sconfitta delle democrazie non è inevitabile, ma passa dalla consapevolezza della loro difficoltà e dalle costose responsabilità che quelle difficoltà impongono.
La possibilità della minaccia dell’esercizio della forza e il contenimento della violenza (in questo il modello Netanyahu è una follia per il proprio paese e per il resto del mondo democratico), il riconoscimento e il dialogo dei paesi più prossimi al modello democratico, la salvaguardia delle libertà delle minoranze e il rispetto dei diritti umani vanno assieme, nel tentativo di costruire un nuovo equilibrio, se si vuole evitare l’allargamento dei conflitti e l’inverno totalitario. In questo l’Europa deve trovare il suo ruolo possibile.
L’Italia, un paese badogliano
Di risulta, questa situazione condiziona il profilo e determina il contenuto politico dei singoli soggetti nazionali. Quelli di governo e quelli dell’opposizione. Dunque del nostro paese e del suo ruolo, per quanto ridotto, in Europa.
La visione della politica estera è dirimente per l’identità delle forze politiche, e conseguentemente per il profilo del nostro paese. Da questo punto di vista, i soggetti politici nostrani sono divisi non solo tra aree politiche (centro-destra e centro-sinistra), ma anche all’interno delle rispettive aree e all’interno delle stesse formazioni politiche.
Quando il Parlamento europeo a metà settembre ha votato la mozione sull’invio di armi all’Ucraina e il loro utilizzo anche in territorio russo a scopi difensivi (il famoso «articolo 8»), pur non essendo un voto vincolante per la Commissione e il Consiglio, ma solo d’indirizzo, lo scenario che è emerso è stato piuttosto arlecchinesco.
Il centro-destra è apparso più compatto, seppure in versione cerchiobottista: «sì» alla mozione complessiva, «no» all’articolo 8, con qualche astenuto e qualche parlamentare in libera uscita, ma in direzione diversificata od opposta rispetto ai gruppi europei d’appartenenza. Forza Italia è andata in direzione opposta al Partito popolare europeo, che ha votato a favore dell’intera mozione.
PD: un voto, quattro posizioni
Più caotica la situazione nel centro-sinistra, con il «no» all’intera mozione dei 5Stelle e dei Verdi-Sinistra. I Verdi in direzione opposta al gruppo d’appartenenza. Poi c’è il Partito democratico (PD), che ha espresso 4 posizioni: l’astensione (ufficialmente per errore nel voto), il «no» a tutto, il «sì» alla mozione e il «no» all’articolo 8 (indicazione della Segreteria), il «sì» a tutto.
Ne esce un’immagine complessivamente badogliana dell’Italia. L’Italia è sempre al «si salvi chi può». Il tema della guerra in Ucraina è un tema drammatico, la costruzione della pace un argomento urgente, ma la Russia sembra disposta a concedere come pace solo la pace dei cimiteri. Difficile non tenerne conto.
In ogni caso le posizioni in politica estera dei partiti nazionali sono quanto di più contraddittorio possa esistere. Dentro e fuori la maggioranza di governo. Dalla Lega salviniana, sostanzialmente filo-Putin, ai 5Stelle, che con Salvini condividono temi nazional-populisti come l’immigrazione, l’ostilità al mondo finanziario e le suggestioni trumpiane.
I 5Stelle poi sono schierati su un fronte pacifista e neutralista. Si tratta di un pacifismo che, pur ammantandosi di francescanesimo e attraendo anche qualche consenso cattolico, ha in realtà una marcata impronta nichilista, derivante da un’indifferenza nei confronti delle contraddizioni storiche e dello scontro di valori che quelle contraddizioni comportano. Posizione che vede convergere i Verdi-Sinistra e una parte del PD.
Ufficialmente il PD (grazie soprattutto alla linea ferma e precisa in politica estera del presidente della Repubblica Sergio Mattarella) è schierato con le democrazie occidentali, ma non senza omissioni. Meloni e Tajani, che nel centro-destra si trovano su posizioni rispettivamente conservatrici e moderate, lontane da Salvini, faticano a tenere una linea omogenea. Divisi nelle appartenenze europee e sulla visione del concetto di nazione.
Ma mentre nel centro-destra tiene lo schema del modello di coalizione berlusconiano, ancorché a parti rovesciate, nel centro-sinistra sembra oggi difficile definire un qualche modello coalizionale.
Al centro delle difficoltà non c’è la vicenda Renzi (argomento puramente strumentale, anche per il compimento oramai definitivo della sua parabola politica), bensì il rapporto con i 5Stelle. Lo scontro vero è tra il PD e il partito di Conte. Definire i 5Stelle di sinistra come si ostinano a fare una parte della vecchia dirigenza del PCI e della CGIL – che detengono il pacchetto di maggioranza delle azioni del partito –, significa aver dimenticato il 2018. Non fu casuale allora il governo Lega-5Stelle. La loro vicinanza sostanziale è maggiore delle differenze. Si tratta di due nazional-populismi entrambi assai distanti da una piena adesione al modello democratico e ai valori occidentali.
Riconoscersi poi (PD e 5Stelle) in un modello progressista (Bettini definì Conte il leader ideale di un fronte progressista) allontana e confonde la riflessione sulla realtà critica di una non-identità politica del movimento di Conte. I 5Stelle sono un partito indeciso quanto alla propria identità e al proprio progetto politico. A cominciare dalla politica estera. Un raggruppamento raccogliticcio non costruisce la coalizione di centro-sinistra, né mette capo di per sé a una visione politico-progettuale alternativa al Governo Meloni. Si tira a campare.
Definire il proprio profilo politico a partire dalle vicende internazionali, con ciò che questo comporta sul piano della storia culturale, è oggi la chiave di volta per un PD all’altezza del proprio compito politico e istituzionale.
Il modello Mattarella andrebbe approfondito.
(da Regno-Attualità n. 18)
Gianfranco Brunelli
Direttore de “Il Regno”
