La seconda giornata dell’incontro camaldolese della rivista Il Regno dedicato a «La storia divisa. Post-fascismo e post-comunismo, in Italia e in Europa» si apre con la relazione di Marcello Flores, storico e studioso di genocidi, dal titolo «Una Resistenza infinita. Il PCI e il mito fondativo della Repubblica».

 

La doppiezza del PCI

La questione fondamentale da esaminarsi è quella della «doppiezza», la doppiezza del PCI, di Togliatti, la debolezza congenita innata che accompagna il ruolo dei comunisti nel conquistare la libertà, partecipare alla costruzione della democrazia e della Costituzione, difendere i diritti dei più deboli e degli esclusi dando loro rappresentanza politica.

Quindi, quale fu il ruolo dei comunisti nella costruzione della democrazia? La loro azione fu un freno alla modernizzazione del paese? Che responsabilità ebbero nel tenere bloccato il sistema politico più che in ogni altro paese occidentale?

 

La spinta unitaria convive con la linea identitaria 

Il problema dell’adesione sincera del PCI alle istituzioni democratiche va seguito cronologicamente poiché non si presenta negli stessi termini negli anni Cinquanta e negli anni Settanta.

Il tema della doppiezza va collegato al tema della «diversità», che il PCI rivendicò sempre, e a quello della continuità. Togliatti nel 1944 introduce il tema della «democrazia progressiva», ribadito nel 1948. Si tratterebbe di un regime nuovo, capace di liquidare il fascismo e procedere, attorno all’unità dei partiti antifascisti, al rinnovamento economico e sociale del paese.

Il PCI anche durante la Resistenza manifesta quella doppiezza che nel primo quindicennio della Repubblica fu la sua cifra più evidente. Accanto ai Comitati di liberazione nazionale in tutte le principali città sono presenti dei Triumvirati insurrezionali organizzati dai comunisti per conto proprio, con propri dirigenti e militanti.

Una forte spinta unitaria conviveva nel PCI con il mantenimento di una linea identitaria univoca e settaria.

 

La democrazia progressiva

Quando Togliatti parlava di partecipazione al potere delle masse antifasciste si riferiva in realtà ai partiti antifascisti. La democrazia progressiva altro non era che la collaborazione di partiti di massa antifascisti. La novità rispetto al periodo liberale era il governo dei partiti antifascisti.

Dal 1944 al 1948 il PCI ottiene un duplice scopo: viene legittimato come forza costituzionale e come partito democratico e a propria volta legittima la DC come partito popolare e interclassista.

In quel che viene chiamato il «periodo transitorio» il PCI aderisce pienamente alle istituzioni democratiche: anche se non abbandona la prospettiva socialista come orizzonte strategico, abbandona l’ipotesi dell’insurrezione. 

 

La Guerra fredda

Il problema della doppiezza esplode, con grande evidenza, nel decennio successivo: con la Guerra fredda la fedeltà all’URSS diventa una componente ineliminabile. Una conferma arriva dal rapido cambio di giudizio e di atteggiamento nei confronti della Iugoslavia di Tito.

Sono innumerevoli i momenti in cui l’adesione alla Russia di Stalin fa tutt’uno con l’esaltazione dell’Unione Sovietica come patria di una democrazia di rango superiore, perché fondata su una eguaglianza reale, e non formale.

Accantonata la possibilità di una rivoluzione socialista, il compito più importante da svolgere in Occidente da parte del PCI diventa la difesa dell’URSS e l’esaltazione dei suoi successi in tutti i campi. Contemporaneamente la Resistenza perde il carattere di rivendicazione unitaria.

 

La democrazia non era «il» valore fondamentale

Negli stessi anni, tuttavia, i comunisti sono attivamente impegnati nella difesa e nell’attuazione della Costituzione, a partire dalle libertà connesse con il diritto di sciopero, di parola e di riunione, di organizzazione sindacali che in alcuni momenti vengono messe in discussione dalla durezza della repressione del ministro Scelba. In quegli anni, tra l’altro, la magistratura mostra ancora il suo volto largamente fascista, con scarsa attenzione ai dettami della Costituzione.

L’orizzonte ideale del partito rimane la negazione della democrazia borghese. Ma per i comunisti, mentre la democrazia non era «il» valore fondamentale della propria strategia, la scelta di lottare per essa era politicamente sincera. Indipendentemente dal fatto che i comunisti non mettevano la democrazia in cima ai propri valori, l’adesione comunista alla Costituzione e al sistema democratico va considerata vera e convinta.

 

Di fronte ai crimini di Stalin

La doppiezza del PCI consiste nel voler fare coesistere come coerenti l’attaccamento alla Costituzione e allo stalinismo. Tale idea totalitaria legittimava il rifiuto politico e morale di chi si opponeva a rendere il PCI pienamente partecipe del sistema politico democratico.

Quando nel 1956 il rapporto segreto di Chruscev al XX congresso del PCUS denuncia i crimini di Stalin, Nenni ha il coraggio di compiere quella rottura che a Togliatti era impossibile per i suoi trascorsi e le sue convinzioni, ma che il PCI non ebbe comunque il coraggio di fare anche perché consapevole che avrebbe perduto un’ampia fetta dei propri iscritti e simpatizzanti.

La condivisione della denuncia di Chruschev non metteva in crisi la fede nel socialismo ma permetteva di valorizzare un socialismo nazionale (la via italiana al socialismo) criticando il sistema da dentro e non mettendo in discussione le convinzioni dei fedeli della «chiesa» comunista.

 

Un racconto della Resistenza unitario

Nel mantenersi in equilibrio nella sua doppiezza – l’adesione al socialismo e quella alla Costituzione e alla democrazia – il PCI nel luglio 1960 utilizza nuovamente il racconto della Resistenza, tornato d’attualità e capace di attrarre i tanti giovani che trovano la propria identità generazionale legata alla memoria della lotta di liberazione.

Viene abbandonata la narrazione della Resistenza come una guerra di popolo guidata dai comunisti, per configurarsi come un richiamo a una Resistenza unitaria in cui tutti i partiti antifascisti contribuivano con i propri bagagli culturali e la propria forza a sconfiggere la reazione. Questa nuova narrazione attiva la dinamica riformista che porterà alla nascita del centro-sinistra

 

Senza autocritica

Nella narrazione comunista non si vuole più parlare di guerra civile, ma non si vogliono neppure vedere le contraddizioni e gli eccessi. Si esalta l’antifascismo del patto costituzionale, che sarà alla base del compromesso storico di Berlinguer. Queste difficoltà il PCI le conserverà fino alla fine. 

Nessun dirigente comunista fu capace di autocritica, senza che nella sostanza si andasse oltre quella idea di fondo che Amendola aveva riassunto nella qualifica di «errore provvidenziale».

 

 

Gabriella Zucchi

Giornalista

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