La chiusura della prima mattinata dell’incontro che la rivista Il Regno ha organizzato dal 7 al 10 novembre a Camaldoli su «La storia divisa. Post-fascismo e post-comunismo in Italia e in Europa» è stata affidata allo storico della politica Paolo Pombeni, che ha affrontato la storia della «questione comunista» nel dopoguerra. La riprendiamo per punti.

 

Il comunismo come fede

La questione comunista diventa centrale a metà degli anni Trenta, quando la sfida fascismo-antifascismo supera la questione della «rivoluzione di classe». Nel 1935 Dimitrov (e Stalin) accettano la teoria dei «fronti popolari» con la rivalutazione della democrazia borghese, non più percepita come ala sinistra del fascismo.

Francia e Spagna avviano esperimenti del frontismo popolare, nonostante in URSS la repressione sia molto forte. Inizia il mito comunista: viene riscoperto il giovane Marx e il marxismo viene definito una eresia cristiana (Maritain, Mounier). 

L’immagine dei comunisti che sanno sacrificarsi per la causa – cosa che né i liberali né i cristiani sono sempre pronti a fare – rilancia il comunismo come fede.

 

La resistenza

Dopo la caduta del fascismo, i comunisti si presentano come un partito fortemente organizzato e con alle spalle una delle grandi potenze, caratteristica che in questa fase è solo loro. Inizia qui a imporsi il realismo di Togliatti, con la svolta di Salerno.

Interessante è la questione della Resistenza, che ha visto la partecipazione di molti partiti anche diversi. Per il PCI, essa è toccata dall’ambiguità della scelta tra la rivoluzione proletaria e l’inserimento nel costituzionalismo occidentale. 

 

Il PCI partito nuovo

Il Comitato di liberazione nazionale viene lasciato dal PCI nelle mani della DC di De Gasperi.  È di questo tempo l’avvio del controverso tema dell’egemonia, in base al quale i comunisti si ritengono l’unica sinistra, non riconoscendo né la sinistra DC, né i socialisti.

Il PCI fa la scelta di essere un partito nuovo: non più rivoluzionari di professione (partito post leninista), ma partito di massa, portato avanti con l’occupazione della tradizione socialista (cooperative, ecc.), nelle regioni di insediamento socialista.

Il V Congresso del gennaio 1946 afferma che a chi vi aderisce non solo viene lasciata libertà quanto alla religione, ma addirittura sulle «convinzioni filosofiche». 

 

La Costituente

La Costituente è l’importante momento della democrazia da rifondare. I comunisti si domandano: possiamo fare una costituzione borghese o dobbiamo fare una costituzione socialista? Il marxista Basso afferma che si può contribuire a una costituzione borghese classica e Togliatti, in autonomia, lancia la tesi della «democrazia progressiva», lasciando fuori da questa scelta il partito.

Si compie qui l’incontro con la sinistra cattolica (Dossetti, Moro, Fanfani, La Pira), a cui il PCI lascia la prima fase dell’elaborazione della Costituzione. Gli oppositori diranno che si tratta di una cosa scritta metà in latino e metà in russo. In realtà saranno i conservatori a regalare al PCI l’immagine di partito chiave nella costruzione della Carta.

Alla Costituente del marzo 1946, Togliatti dirà: «noi siamo qui … gli esponenti di un grande movimento nazionale liberatore, movimento che trae i succhi della propria esistenza dalle migliori tradizioni di vita e dalla storia del nostro paese: le tradizioni liberali e democratiche». 

 

No a sistemi pluripartitici nell’Est Europa

Nel maggio 1947 il PCI è fuori dal governo. Con doppiezza si presenta quale «partito di lotta e di governo».

È interessante constatare che al convegno dei partiti comunisti in Polonia del 22-26 settembre 1947 gli italiani e i francesi vengono condannati per non aver saputo fare la rivoluzione (Kardelj-Zdanov). Il messaggio, tuttavia, non è rivolto né agli italiani né ai francesi: Stalin vuole chiarire che in Europa orientale non ci possono essere sistemi pluripartitici borghesi. Siamo alla vigilia del colpo di stato in Cecoslovacchia del 1948.

 

Il PCI impegnato nel governo dei comuni

L’attentato a Togliatti del 14 luglio 1948 mette in luce con chiarezza che il colpo di mano rivoluzionario non ha alcuna possibilità di concretizzarsi.

Si apre poi la lunga fase della rottura della concessione positiva dell’apporto comunista da parte dell’altro fronte: nel 1949 il papa scomunica i comunisti; il Congress for Cultural Freedom raccoglie le forze antifasciste non di sinistra.

Il PCI fa una scelta ambigua: resta nel sistema parlamentare democratico, investe nel radicamento sociale (i movimenti sociali come le cooperative, le case del popolo, ecc.) e contemporaneamente si impegna nel governo dei comuni (non rivoluzione, ma buona amministrazione).

 

I comunisti sparano sul popolo

Nel 1956 il congresso del PCUS rivela i crimini di Stalin. Togliatti cerca di ridimensionarli affermando che, se Stalin ha sbagliato, lo stalinismo deve rimanere. Le sue affermazioni impattano, tuttavia, con le repressioni nell’Est Europa.

Rispetto a queste ultime egli sostiene che i sovietici hanno dovuto intervenire perché il serpente va ucciso nell’uovo: quelli che volevano prendere il potere erano in realtà controrivoluzionari. Ma l’interpretazione di chi sostiene che i comunisti non difendono il popolo, gli sparano contro, fa sì che 110 intellettuali lascino il PCI, che perde 200mila iscritti. 

Nel 1959 la conferenza del Partito socialdemocratico di Germania (SPD) di Bad Godesberg afferma di non voler lavorare per la rivoluzione, ma perché «ogni tedesco possa comprarsi il frigorifero». Il simbolo della modernizzazione diventa la TV, che i comunisti definiscono «frigorifero del cervello».

 

La Terza guerra mondiale non si farà

Con gli anni Sessanta cambia il contesto internazionale: nel 1961 viene costruito il muro di Berlino, il 1962 è l’anno della crisi dei missili a Cuba. Il contrasto dell’Occidente con l’URSS trova una forma di equilibrio, per cui la Terza guerra mondiale non si farà. Nel 1964 a Yalta muore Togliatti. All’ombra del concilio Vaticano II (chiuso nel 1965) prende slancio il dialogo tra marxismo e cristianesimo. 

 

Il Sessantotto della rivolta studentesca e il colpo di stato in Cile

Nel 1968 arriva la rivolta degli studenti, un momento di rottura a sinistra che sfrutta il mito della rivoluzione tradita. I giovani ritengono di poter prendere loro in mano questa bandiera. L’idea strisciante che la via della rivoluzione fosse praticabile darà fiato alla deviazione del terrorismo.

Un nuovo momento spartiacque è, nel 1973, il colpo di stato in Cile. El pueblo unido cantato dagli Intillimani risulterà vencido, e a un prezzo molto pesante. In Italia verrà lanciata la formula del compromesso storico. 

 

Il rapimento Moro e l’ombra della collusione col terrorismo

Il rapimento Moro del 1978 vede il PCI esprimersi a favore della politica della fermezza per evitare ipotesi di collusione col terrorismo.

In questi anni si sancisce la rottura PSI-PCI e l’avvio del partito radicale di massa. Al mito della «grande riforma» lanciato dal PSI, il PCI contrappone il mito del «governo degli onesti».

Nel giugno 1984, durante un comizio a Padova, muore il segretario Enrico Berlinguer, che viene prontamente «santificato» presso l’opinione pubblica. Alle elezioni europee del 17 giugno il PCI raggiunge il 33,3% dei voti e supera la DC: una vittoria che gli darà alla testa.

Un anno dopo (9-10 giugno 1985) il PCI con la CGIL perde il referendum sulla scala mobile, e questo risultato darà alla testa a sua volta al PSI. Ne deriva una rottura tra PCI e PSI che non si sanerà più

 

La svolta della Bolognina e lo slittamento verso i movimenti radicali

Nel 1988 viene eletto segretario del PCI Achille Occhetto, che il 12 novembre 1989, sulla spinta della caduta del muro di Berlino, con la svolta della Bolognina decide di cambiare nome al partito. Il 1° febbraio 1990 Gorrieri su La Repubblica scrive: «se io ho un rammarico è che il PCI non è abbastanza di sinistra: da quando tenta di resistere al declino va alla ricerca di movimenti radicali e radicaleggianti». Finisce un certo modo di essere sinistra e si apre un’altra fase.

Tangentopoli segna, infine, l’età del neogiacobinismo, che gli eredi del PCI non accettano di frenare.

 

Gabriella Zucchi

Giornalista

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