A Camaldoli, nel corso della quinta sessione (9 novembre) del percorso di cultura politica che quest’anno Il Regno, in collaborazione con la Comunità monastica, ha dedicato a «La storia divisa. Post-fascismo e post-comunismo, in Italia e in Europa», l’intervento di Davide Assael «Antisemitismo, sionismo, radicalismo religioso. Il destino di Israele e il nostro» ha assunto il tono della testimonianza di chi, da ebreo che vive in Europa, osserva la fatica delle opinioni pubbliche a riconoscere il confine tra la legittima e doverosa critica politica e pulsioni che, pur in parte addomesticate, ancora esistono: «Comprendiamo la tragedia che una parte, a Gaza, sta vivendo ma temiamo che questa comprensione sia strumentalizzata».

 

Sionismo religioso

Assael non ha fatto mistero della propria personale distanza dall’attuale governo israeliano, sottolineando anche la presenza al suo interno di una componente di radicalismo religioso e di vero e proprio fanatismo religioso. La componente del «sionismo religioso» (che, rompendo con l’ortodossia, ha riconosciuto la legittimità del «laico» movimento sionista), «non nasce oggi nella realtà israeliana», ha precisato Assael, ma oggi «ha trovato uno spazio politico e si è vista assegnare un ruolo importante».

 

Doppiopesismo

Guardando più direttamente alla relazione tra antisionismo e antisemitismo, Assael ha rilevato che i media, nel rivolgere la loro attenzione a quelle crisi internazionali che comprendono forme di «pulizia etnica», tendono a utilizzare due pesi e due misure, a seconda che vi siano coinvolto Israele oppure no, chiedendosi se non sia la mancata soluzione, anche dopo la Shoah, della «questione ebraica» ciò che spiega la capacità di mobilitazione che il conflitto con i palestinesi ha mantenuto intatta nei decenni. 

 

Una possibilità

Seguendo questa falsariga, e addentrandosi a rievocare la storia secolare dei rapporti tra l’ebraismo e i «grandi sguardi universalistici europei», la conclusione a cui è giunto Assael è che l’antisionismo può rappresentare una porta che riconduce all’antisemitismo, e che occorre vigilare perché questa possibilità non si realizzi.

Mocellin

Guido Mocellin

Giornalista

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