«Le ultime dichiarazioni del papa sul conflitto in Medio Oriente, le accuse a Israele, mettono a rischio il dialogo maturato negli ultimi 60 anni. Se prima del 7 ottobre sarebbe stato normale invitarlo in sinagoga, adesso lo vedo molto difficile. Non è più una scelta scontata e ovvia». Nel contesto delle relazioni tra papa Francesco, lo Stato d’Israele e il complesso della comunità ebraica, mentre si è appena aperto il Giubileo e nell’imminenza del 17 gennaio, giornata che la Chiesa italiana dedica tradizionalmente allo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei, è opportuno registrare l’intervista che Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane (UCEI), ha rilasciato il 2 gennaio scorso, a Luca Roberto per «Il Foglio».
Le condanne verso Israele
I riferimenti non vengono esplicitati: Di Segni, che mentre parla si trova a Gerusalemme, si limita a dire che «parole e significati attribuiti dal papa (…) rivolti agli atteggiamenti negativi, alle reazioni di Israele (…) non sono stati un invito alla responsabilità della convivenza», ma piuttosto «una condanna nei confronti di Israele». È tuttavia facile trovare nelle cronache vaticane recenti almeno due espressioni di papa Francesco inscrivibili delle valutazioni della presidente UCEI. Il 17 novembre una sua affermazione sulla situazione a Gaza presente nel libro «La speranza non delude mai. Pellegrini per un mondo migliore» (Piemme, Milano 2024): «A detta di alcuni esperti, ciò che sta accadendo a Gaza ha le caratteristiche di un genocidio. Bisognerebbe indagare con attenzione per determinare se s’inquadra nella definizione tecnica formulata da giuristi e organismi internazionali». E più recentemente, nel discorso alla curia romana per gli auguri natalizi del 21 dicembre e poi nell’Angelus del 22 dicembre, ha parlato di bambini «bombardati» e «mitragliati» a Gaza, dopo che il 7 dicembre, nel presepe donato dalla comunità di Betlemme ed esposto in Aula Paolo VI, era comparsa una kefiah palestinese, successivamente rimossa.
Dall’Iran benzina sul fuoco
A gettare ulteriore benzina sul fuoco è intervenuta, all’indomani della preoccupata intervista di Noemi Di Segni e mentre la diplomazia italiana è impegnata a ottenere dall’Iran il rilascio della giornalista italiana Cecilia Sala, l’agenzia iraniana IRNA. Come riferiscono vari media italiani (qui attingiamo le citazioni da «Il Fatto Quotidiano»), papa Francesco, secondo l’IRNA, avrebbe incontrato il 3 gennaio Abolhassan Navab, rettore dell’Università delle religioni e delle denominazioni dell’Iran. Nel corso del colloquio il rettore avrebbe affermato che «l’Iran non ha alcun problema con il popolo ebraico, il nostro problema è con assassini come il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu», e il papa avrebbe commentato: «Anche noi non abbiamo problemi con gli ebrei; l’unico problema è con Netanyahu che, ignorando le leggi internazionali e i diritti umani, ha creato crisi nella regione e nel mondo».
I verbi al condizionale
Occorre tuttavia precisare che l’udienza di cui parla la fonte iraniana non è presente nell’agenda papale dei primi giorni di gennaio, né di essa si fa cenno sui media vaticani (ciò che talvolta accade per visite che Francesco riceve a Santa Marta); stessa sorte per la successiva visita che papa Francesco avrebbe ricevuto il 4, sempre secondo l’agenzia IRNA, dall’ambasciatore dell’Iran presso la Santa Sede Mohammad Hossein Mokhtari, che gli avrebbe consegnato un dono. I verbi al condizionale usati dai quotidiani italiani nel riferire le parole del papa e le circostanze, comunque private, in cui sarebbero state pronunciate è d’obbligo.
Guido Mocellin
Giornalista
