Anticipiamo qui integralmente l’editoriale che il direttore de Il Regno, Gianfranco Brunelli, ha dedicato, sul n. 2 del 2025 di Regno – Attualità (in corso di spedizione agli abbonati), al 70o della nostra rivista.

Una «breve» buona notizia

In questo 2025, Il Regno fa 70. I settant’anni di una rivista sono una breve buona notizia. Oggi lo possiamo dire, soprattutto perché quel merito è in gran parte di altri che ci hanno preceduto: la rivista rappresenta un valore in sé per la Chiesa italiana, per il movimento cattolico e per il nostro paese.

La rivista è stata ed è uno strumento libero d’informazione e di documentazione religiosa e culturale; un luogo d’analisi, d’incontro tra coloro che hanno la stessa ispirazione cristiana; di dialogo ecumenico tra chi riconosce nel cristianesimo una fede di storia e di salvezza; di confronto con persone di culture e di fedi diverse, che tuttavia hanno a cuore il principio della libertà e della dignità umana, perché queste sono lo specchio umano di Dio.

La lettera che papa Francesco ci ha fatto pervenire il 1° gennaio 2025, nel primo giorno di questo anniversario, assieme a quella dell’arcivescovo di Bologna e presidente della CEI, card. Matteo Zuppi, rappresentano un atto di generosità che ci onora e ci conforta, chiudendo qualche lontana crisi, e che ci gratifica e ci incoraggia, aprendo di nuovo l’orizzonte del nostro compito.

 

Una tenuta nel tempo

Forse davvero quel granello di senape gettato con fede operosa e con autentica speranza tanti anni fa dai padri dehoniani è divenuto una buona pianta. Noi siamo costitutivamente una realtà piccola, che segna il tempo e ne è segnata: i motivi dell’origine della rivista, la sua trasformazione, il cambiamento dei suoi lettori, dei suoi interlocutori, di coloro che fanno la rivista, la sua aggiornata funzione, il suo linguaggio. Allora e oggi.

Il tempo scolpisce ogni cosa. Non ne fissa tuttavia le forme definitivamente. Le delinea in un disegno che muta continuamente, perché ne cambia la comprensione e la funzione. La stessa memoria storica è sempre in divenire. 

Una tenuta nel tempo è sempre una tenuta del tempo. Tenere il tempo significa stare in una condizione di confronto continuo con le vicende della storia in un tentativo inevitabile, incerto, rischioso di corrispondenza interpretativa. Il tempo, la storia, il linguaggio.

 

Sfide, incognite, speranze

Abbiamo di fronte a noi segni di un tempo incognito, incerto, minaccioso. Mentre gli strumenti a disposizione delle comunità cristiane nelle società democratiche appaiono deboli, e in molti altri regimi tornano le persecuzioni.

Tra le nuove questioni e le nuove dinamiche in atto, la grande rivoluzione nella comunicazione, l’ecosistema della Rete, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale rappresentano, nel bene e nel male, la maggiore criticità, dal momento che esse tengono assieme tre livelli di trasformazione: antropologica, economico-scientifica, politica.

Tutti i riferimenti culturali sono rimessi in discussione, così come i modelli d’appartenenza, le figure e i valori di riferimento sul piano politico, sul piano etico, sul piano economico.

 

La svolta antropologica in corso

Nella sua riorganizzazione del sapere, che comporta in sé una profonda organizzazione sociale, il processo di tecnicizzazione ha identificato il dato numerico quale prevalente elemento interpretativo del reale, determinando un processo di datizzazione della realtà che rischia d’escludere ogni concezione finalistica. 

Quella che chiamiamo «postmodernità» nella sua fase attuale si caratterizza per un’ipertrofia della soggettività individuale e, come è stato detto, per un «individualismo senza individui». Questa realtà pone nuove sfide alla fede, dal momento che mette in questione il concetto cristiano di persona.

Si tratta di una svolta antropologica che mostra nuove forme di relativismo, che fanno seguito, anche causalmente, al precedente tempo delle ideologie totalizzanti il senso della vita e della storia: si pensi all’idea positivista di un progresso indefinito, al comunismo, ai fascismi, al liberismo economico, alle concezioni sacrali delle società e al fondamentalismo religioso. 

 

Fede cristiana e difesa delle democrazie

La fede cristiana non poteva e non può piegarsi al fanatismo di un assoluto nella storia, così come non può appiattirsi acriticamente sui nuovi relativismi. In questo, la testimonianza della fede cristiana diviene oggi il luogo culturale e sociale privilegiato della difesa e dello sviluppo delle democrazie.

Un po’ come negli anni Trenta del Novecento, le nuove destre radicali al potere in molte democrazie occidentali innescano un nuovo processo di modernizzazione, legando assieme sviluppo tecnologico e forme autoritarie post-democratiche. 

Le nuove tecnologie sostituiscono lo spazio pubblico pluralista con nuove gerarchie sociali che determinano, orientano e controllano il consenso. Mentre le nuove-vecchie sinistre, scindendo e scambiando lo sviluppo dei diritti individuali con la fine esibita di ogni istanza di senso, determinano un processo di frammentazione dell’ethos collettivo, e finiscono col negare i valori della propria storia. 

Appare, così, tanto arduo quanto necessario il ruolo delle Chiese e dei cristiani nel valorizzare il rispetto della pluralità e il senso dell’alterità quali testimonianze dell’inesauribile vicinanza di Dio.

 

Economia e politica, il nuovo modello

Cambia il rapporto tra economia e politica. Assistiamo alla fine dell’interdipendenza dialettica fra democrazia e libero mercato che ha segnato a lungo lo sviluppo economico e democratico dell’Occidente. Non a caso il modello totalitario cinese, teorizzando il primato dei risultati contro la democrazia delle forme, si offre come modello politico alternativo all’Occidente, soprattutto nelle aree più povere del mondo (dall’Africa, all’Asia, all’America Latina). Si tratta di un modello di sfruttamento economico e delle risorse del pianeta non mediato dal primato etico della libertà, che sacrifica lo sviluppo sociale e la dignità delle persone.

I grandi cambiamenti geopolitici fanno il resto. La perdita progressiva della supremazia economico-militare statunitense non è stata adeguatamente sostituita dagli stessi Stati Uniti con una diversa struttura istituzionale partecipata e condivisa a livello internazionale soprattutto con l’Europa e le altre democrazie. E nel prossimo futuro le scelte annunciate dalla nuova amministrazione Trump sembrano andare in direzione opposta.

 

Una vigilanza culturale e spirituale

L’Unione Europea (che è la parte di maggior peso dell’Europa) attraversa una fase di particolare debolezza: istituzionalmente incompiuta, priva di leadership politica e senza un sistema comune di difesa, si presenta fragile (indebolita da istanze populiste) e divisa (tra interessi nazionali) a questo appuntamento. Le crescenti pressioni di flussi migratori, non gestibili senza progetti d’inclusione e di formazione nei paesi di arrivo e di stabilizzazione e di sviluppo dai paesi di provenienza dei flussi, sono un ulteriore fattore di destabilizzazione sociale e politica.

Completa il quadro un modello produttivo obsoleto, affidato al traino della domanda esterna in presenza di una competizione sempre più aspra fra Stati Uniti e Cina sulla frontiera della ricerca tecnologica. 

Un’Europa così necessaria per difendere i valori di civiltà e così posta al centro della sproporzione delle forze abbisogna del contributo culturale e spirituale delle Chiese e dei cristianesimi.

Le guerre che hanno coinvolto l’intero Medio Oriente, dopo il pogrom di Hamas nei confronti di Israele nell’ottobre del 2023, hanno innescato dinamiche geopolitiche non solo regionali, ma potenzialmente globali, ancora non controllate, accanto a fenomeni laceranti di odio che rimarranno a lungo nei cuori di molti, anche a seguito dell’immane tragedia di Gaza. E occorre vegliare culturalmente e spiritualmente sul risorgere dell’antisemitismo (dopo la Shoah) su scala globale e soprattutto in Europa, che minaccia i principi stessi della civiltà occidentale. 

 

Pensare la storia è pensare la fede

Salutando i nostri lettori all’inizio di questo anno speciale, è per me un dovere ricordare nella speranza che per il cristiano pensare la storia è sempre anche pensare la fede.

La Chiesa conciliare, la Chiesa sinodale di Francesco, che ormai ha abbandonato un linguaggio dogmatico e apologetico, si volge convintamente a un più complesso linguaggio fenomenologico ed esistenziale, nel quale la verità rimane al di fuori d’ogni principio o scelta d’adeguamento al tempo presente, e tuttavia essa è sempre nella forma della sua dicibilità, cioè dell’ermeneutica del linguaggio della fede, dal momento che la trascendenza dell’Amore si offre gratuitamente alla libera accettazione dell’uomo.

La forma cristiana dell’inesauribilità dell’amore di Dio sa innovare i nuovi modelli di comunicazione che parlano alle coscienze di tutti.

 

Gianfranco Brunelli

Direttore de “Il Regno”

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