«Il sonno della ragione genera mostri», titolo di una notissima opera di Goya, ci ha ispirato questa nuova sezione di Re-blog. Vorremmo, giorno dopo giorno, appuntare qui le voci che, nel radicale sconvolgimento del quadro delle relazioni internazionali e dell’intera geopolitica prodotto dal ritorno al potere di Donald Trump (cf. Gianfranco Brunelli su «Regno-att» 4,2025,65 e qui su Re-blog) danno prova di non volere accettare che sia il caos a determinare il destino dell’Occidente.
Verità e menzogna
«In questa guerra c’è tanta menzogna, troppa propaganda infiltrata in diversi ambiti della vita e nei rapporti internazionali». Così esordisce Sviatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore di Kyiv e capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, in una recente intervista (18 marzo) a Matteo Matzuzzi per Il Foglio sul significato di «pace giusta» dopo tre anni di conflitto russo-ucraino.
La Chiesa greco-cattolica ucraina, spiega l’arcivescovo, «da sempre è una Chiesa del popolo e, per questo può essere considerata la voce della società civile in Ucraina». Da anni «la propaganda russa cerca di screditare la nostra nazione, diffondendo una propria versione della storia e divulgando false narrative sulla situazione attuale per giustificare l’aggressione contro il nostro popolo».
«Senza una chiara distinzione tra la verità e la più grande menzogna dei nostri tempi, ovvero l’ideologia del “mondo russo”, la fine della guerra in Ucraina non potrà mai definirsi una pace giusta e duratura». È necessaria una condanna internazionale di ciò che ha causato questo conflitto, ammonisce Shevchuk: «Ricordiamo che il male impunito, prima o poi, si sveglierà con ancora più forza e con conseguenze ancora più drammatiche».
L’arcivescovo nota come in tre anni di guerra «la propaganda russa si è attivata per presentare l’Ucraina come un paese belligerante, facendo sì che aggressore e aggredito siano messi sullo stesso piano». Per il popolo ucraino, «sentire ripetere in Occidente la propaganda russa a volte fa più male delle bombe russe».
Interrogato sul possibile allontanamento degli Stati Uniti, Shevchuk cita il Salmo: «Non confidate nei potenti, in un uomo che non può salvare». Dopo tre anni di guerra, «abbiamo capito che la nostra speranza è il Signore: è lui che ci vuole vivi, è lui il nostro unico partner affidabile». Rimane comunque la gratitudine verso chi ha sostenuto l’Ucraina, inclusi gli Stati Uniti, «ma è altrettanto importante che [tale sostegno] si basi su valori democratici».
Impossibile cedere
Sulla possibilità di cedere territori a Putin, la risposta è categorica: «Bisogna essere realisti. Non ci sono soluzioni facili per questioni complesse». L’arcivescovo chiarisce che «alcuni progetti sul porre subito fine alla guerra equivalgono alla fine dell’Ucraina» e che «l’aggressione russa contro l’Ucraina non è solo una lotta territoriale: è un attacco al diritto internazionale». Cedere alcune regioni? «Non si tratta solo del territorio, ma soprattutto delle persone che vivono lì».
Shevchuk cita una dichiarazione di intellettuali ucraini sull’«impossibilità di pacificare il male», spiegando che «la Russia non ha iniziato questa guerra per conquistare il territorio, dal momento che ne possiede già tanto». L’obiettivo russo è «distorcere l’attuale ordine mondiale, ripristinare il suo status di potenza globale, nonché la possibilità di interferire negli affari interni dei paesi europei e di altri continenti». La conclusione è netta: «Il male non può essere pacificato né soddisfatto; il male va fermato. Ed è esattamente ciò che stiamo facendo, pagando con il nostro sangue».
Il fascino dell’autoritarismo
Sul fascino che Putin esercita su alcuni occidentali, l’arcivescovo offre una riflessione incisiva: «In Occidente si è dimenticato cosa significa vivere sotto un regime totalitario». L’Occidente è entrato «in una fase di pseudodemocrazia, con valori pseudodemocratici e, se vogliamo, anche pseudocristiani, di cui una parte della società si sente ormai stanca». Quando «un capo di Stato, insieme al suo patriarca, ha iniziato a difendere i valori tradizionali, qualcuno gli ha creduto». La democrazia spesso «appare fragile e burocratizzata, mentre dall’altra parte al potere c’è sempre un unico dittatore che decide tutto da solo e con più facilità». Il monito finale: «Dobbiamo rieducarci alla democrazia».
In Ucraina, i rapporti tra le Chiese sono caratterizzati da grande collaborazione attraverso il Consiglio panucraino, «che rappresenta il 95 per cento delle confessioni religiose sul territorio ucraino», «promuove progetti di aiuto ed è presente al fianco della popolazione sin dall’inizio della guerra, ormai undici anni fa».
Patriottismo autentico
L’arcivescovo respinge infine le accuse di «nazionalismo ucraino» che emergono anche in ambienti cattolici: «Per secoli, abbiamo avuto una patria occupata e siamo rimasti legati a essa anche quando eravamo lontani. Siamo un popolo pacifico che non ha mai iniziato una guerra. Noi siamo patriottici, difendiamo la nostra patria e vogliamo che la nostra cultura e identità nazionale siano preservate, perché si tratta della nostra esistenza».
A sostegno di questa visione, cita papa Francesco che, rivolgendosi ai giovani ucraini, ha affermato: «Oggi la missione dei giovani ucraini consiste nell’essere patrioti. Non potete fuggire dai problemi che state vivendo oggi. Dovete essere patrioti, amare la vostra patria, proteggerla». Secondo Shevchuk, sono proprio questi giovani a testimoniare «al mondo intero, compresa la Chiesa cattolica, un autentico patriottismo cristiano che non ha nulla in comune con il cliché del “nazionalismo ucraino”».
Paolo Tomassone
Giornalista
