Rottura, continuità o passaggio da una fase «nuova» a una «ulteriore» nella maturazione della recezione del Concilio? Francesco ha considerato il Vaticano II come un Concilio di riforma. Il 9 novembre 2013, a Santa Marta, ha parlato di una Ecclesia semper reformanda, in continuità con Giovanni XXIII (aggiornamento) e Paolo VI (renovatio Ecclesiae). Pochi giorni dopo, ha espresso questo modo di leggere il Concilio nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium (n. 26), il suo testo programmatico. Oggi il Sinodo sulla sinodalità rappresenta l’espressione più genuina e attuale di questo percorso da seguire.
Camminare insieme
Il Documento preparatorio del Sinodo sulla sinodalità la articola e sostiene che «per “camminare insieme” è necessario che ci lasciamo educare dallo Spirito a una mentalità veramente sinodale, entrando con coraggio e libertà di cuore in un processo di conversione senza il quale non sarà possibile quella “continua riforma di cui essa [la Chiesa], in quanto istituzione umana e terrena, ha sempre bisogno” (Unitatis redintegratio, n. 6; Evangelii gaudium, n. 26)».
Dopo un processo di ascolto e discernimento di tutti i fedeli del popolo di Dio, il Documento per la tappa continentale afferma chiaramente che «camminare insieme come popolo di Dio richiede di riconoscere la necessità di una continua conversione, individuale e comunitaria. Sul piano istituzionale e pastorale, questa conversione si traduce in una altrettanto continua riforma della Chiesa, delle sue strutture e del suo stile, sulla scia della spinta all’“aggiornamento” continuo, eredità preziosa del Concilio Vaticano II» (n. 101).
Francesco figlio del Concilio
La novità e la freschezza del pontificato di Francesco stanno nel fatto che egli è un figlio del Concilio, e non uno dei suoi padri o un esperto (peritus). Questo significa che il suo stile e la sua visione rispondono a una ricezione del Vaticano II che è frutto di un cammino continentale già iniziato e sperimentato. Non si tratta di latino-americanizzare la Chiesa, ma di aprire la strada a una Chiesa veramente globale, in cui si riconosce l’esistenza di molteplici e diverse forme di ricezione del Concilio, a seconda dei contesti, delle culture e delle storie particolari dei popoli. In questo senso, rispetto ai precedenti, la sua prima benedizione Urbi et Orbi, il 13 marzo 2013, non produce una rottura, ma segna un nuovo inizio che ricrea questo cammino di oltre 60 anni, con una frase emblematica che incarna un’intera figura di Chiesa: «iniziamo questo cammino: vescovo e popolo».
Vescovo e popolo
Queste parole si traducono in un gesto inaugurale in piazza San Pietro: «Prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo di pregare perché il Signore benedica me». Paradossalmente, il suo pontificato inizia chiedendo la benedizione del popolo di Dio e si conclude elargendola a quello stesso popolo, riunito ancora una volta in piazza San Pietro. Anche se può essere letta come una metafora, questa circolarità esprime un modo di essere Chiesa il cui punto di partenza e di arrivo è il popolo di Dio (Episcopalis communio), in mezzo al quale «i pastori e gli altri fedeli legati tra di loro da una comunità di rapporto» (Lumen gentium, n. 32) e sono definiti dal «camminare insieme».
Chiesa costitutivamente sinodale
La sfida della forma ecclesiologica di questa ricezione conciliare si comprende soprattutto da quanto emerge dall’articolazione del Documento conclusivo della V Conferenza generale dell’Episcopato latinoamericano riunita ad Aparecida (2007), dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium (2013), del Discorso commemorativo del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei vescovi (2015), della costituzione apostolica Episcopalis communio (2018) e del Documento finale della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi (2024). Quest’ultimo è il frutto del cammino sinodale (2021-2028), che è stato assunto dal papa come parte integrante del suo magistero ordinario. Tutti questi documenti non possono essere letti isolatamente. Dalla loro totalità emerge e prende forma una figura di Chiesa popolo di Dio che, in quanto soggetto storico e comunitario, è costitutivamente sinodale.
Criterio di ogni futuro pontificato
Questa eredità ha rappresentato un salto qualitativo nella ricezione del concilio Vaticano II, soprattutto a partire dalla centralità data al capitolo II della Lumen gentium, che concepisce la Chiesa come una totalità organica di fedeli, e non di alcuni (vescovi) e uno (primate) isolati. La ricezione e l’impulso di questa linea conciliare, incarnata in una certa figura di Chiesa, sarà uno dei criteri chiave per valutare ogni futuro pontificato, poiché la posta in gioco non è la rottura o la semplice continuità rispetto all’eredità lasciata dal concilio Vaticano II, ma il suo progresso, la sua maturazione e la sua attuazione. In questo quadro, Francesco inaugura una nuova tappa della sua ricezione, chiamata a seguire un percorso di maturazione nel quadro di una Chiesa globale e interculturale.
Una ricezione che segna solo uno stile
o una forma Ecclesiae synodalis ancora da consolidare?
Quella che viene descritta come una fase «ulteriore» della ricezione conciliare implica l’apertura di un percorso di maturazione di una figura di Chiesa, sviluppata lungo il processo del Sinodo sulla sinodalità. Questo percorso ci lascia criteri e contenuti essenziali per il discernimento del modello istituzionale necessario alla Chiesa del terzo millennio (50° anniversario del Sinodo dei vescovi, 2015). L’orientamento di questo sarà uno dei criteri di valutazione di ogni futuro pontificato, ma il punto di partenza per comprendere ciò che questo implica non può essere altro che la voce del popolo di Dio, raccolta e sintetizzata, dopo un arduo processo con molteplici istanze e fasi, nel Documento finale del Sinodo sulla sinodalità.
In questo senso, è in gioco l’istituzionalizzazione della figura di Chiesa articolata in questo documento: «La sinodalità è il camminare insieme dei cristiani con Cristo e verso il Regno di Dio, in unione a tutta l’umanità; orientata alla missione, essa comporta il riunirsi in assemblea ai diversi livelli della vita ecclesiale, l’ascolto reciproco, il dialogo, il discernimento comunitario, il formarsi del consenso come espressione del rendersi presente di Cristo vivo nello Spirito e l’assunzione di una decisione in una corresponsabilità differenziata. In questa linea comprendiamo meglio che cosa significa che la sinodalità è dimensione costitutiva della Chiesa» (n. 28).
Oltre il pontificato stesso
Un nuovo pontificato, caratterizzato dalla maturazione e dal consolidamento di questo percorso, implica il riconoscimento dell’autorità del popolo di Dio che ha parlato – riconosciuto già dai padri conciliari nella Lumen gentium, n. 12 – chiedendo che «vescovi e popolo» camminino insieme perché «il tema della sinodalità non è il capitolo di un trattato di ecclesiologia, né una moda, né uno slogan, né un nuovo termine da usare e strumentalizzare nelle nostre riunioni. La sinodalità esprime la natura della Chiesa, la sua forma, il suo stile e la sua missione» (Francesco alla diocesi di Roma, 18.9.2021). Di conseguenza, non basta discernere lo stile di vita personale e i modi in cui il vescovo di Roma si relaziona con il resto dei fedeli nella sua vita quotidiana, ma occorre oggi dare forma a una figura sinodale della Chiesa che vada oltre il pontificato stesso, in quanto ricrea e ridefinisce l’articolazione tra «tutti» (tutto il popolo di Dio), «alcuni» (i vescovi) e «uno» (il primato).
Una totalità di fedeli
Questo processo si è concretizzato nella seconda sessione dell’Assemblea sinodale dell’ottobre 2024, inserendo l’«uno» e gli «alcuni» all’interno del «tutti». Questo progresso si è espresso nel riconoscimento del carattere deliberativo di tutti i membri, che agiscono insieme come una totalità di fedeli, nella cui interazione lo Spirito parla alle Chiese. Tuttavia, questo non significa che una Chiesa sinodale sia stata pienamente realizzata. È un compito in sospeso nel quadro di un processo più ampio che la offre oggi come una possibile realtà di conversione ecclesiale. Come dice Francesco nell’enciclica Laudato si’: «Nella mia esortazione Evangelii gaudium ho scritto ai membri della Chiesa per mobilitare un processo di riforma missionaria ancora da compiere» (n. 3). Questa sarà la sfida del nuovo vescovo di Roma, il cui mandato si misurerà con la sua capacità di dare forma strutturale e istituzionale a questa articolazione.
Un pontificato di involuzione,
o di nuova creazione e consolidamento?
Se le riforme vengono intese in modo lineare, molti diranno che il pontificato di Francesco non è riuscito a istituzionalizzare molte cose. Se invece le si concepisce alla luce di processi di avvio, maturazione, attuazione e consolidamento, allora ci troviamo in un momento ecclesiale che deve pensare alle modalità di attuazione che seguiranno e, poi, al loro consolidamento nel quadro di una Chiesa che ha già iniziato a essere globale e interculturale. In 12 anni non è stato istituzionalizzato nessun concilio, tanto meno un sinodo. Tuttavia, la comprensione del cambiamento qualitativo che l’ecclesiologia articolata in questi 12 anni rappresenta sarà fondamentale per la credibilità della Chiesa, poiché deve essere compresa in termini di missione e, quindi, al servizio del popolo di Dio che ha ascoltato e le cui voci sono state sentite durante tutto il processo sinodale. Una lettura attuale dei nuovi cambiamenti ecclesiali da intraprendere non può partire da zero, ma deve farlo in continuità con il processo sinodale.
Processi e strutture che sinodalizzano tutta la Chiesa
In un’epoca di cambiamenti accelerati, abbiamo già sperimentato diversi cambiamenti epocali successivi in meno di 20 anni, e non solo trasformazioni all’interno della stessa epoca. L’epoca che abbiamo vissuto prima della pandemia non è più la stessa di quella in cui viviamo oggi, segnata da un riordinamento complessivo dell’ordine globale, e non solo di quello ecclesiale. Per questo motivo, la cultura ecclesiale in cui ci muoviamo non può più essere plasmata secondo le forme culturali ed epocali che ne hanno definito l’origine e che erano valide in quel momento. Ha invece bisogno di nuove forme e processi di ricreazione. A livello ecclesiale, la nuova epoca ci pone di fronte alla sfida di realizzare la sinodalizzazione di tutta la Chiesa, una sfida che non può essere ridotta a un semplice aggiornamento della vita e della forma ecclesiale ereditata. Ciò richiederà una conversione personale aperta alla riconversione dei modelli istituzionali esistenti, lasciando il posto a una nuova creazione, perché non «si versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si spaccano gli otri e il vino si spande e gli otri vanno perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano» (Mt 9,17).
Un’ulteriore ricezione conciliare
Si tratta quindi di realizzare un significativo avanzamento nel processo di maturazione conciliare che, incoraggiato da Francesco, trova oggi un nuovo punto di partenza in ciò che è stato ripreso dal processo sinodale. È nell’attuale processo sinodale che si sta delineando il passaggio da una «nuova» a una «ulteriore» ricezione conciliare, che deve saldare la memoria conciliare con il futuro sinodale di tutta la Chiesa, nel solco di una tradizione viva, perché «la Tradizione, di origine apostolica, progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo» (Dei verbum, n. 8) che parla alle Chiese di oggi nel contesto di una Chiesa globale e interculturale che comincia a emergere, e che ora deve generare una circolarità in cui la periferia ritorna al centro per trasformarlo, dando spazio a una diversità che non rompe la comunione, ma trova espressioni autentiche nelle Chiese e le concepisce come luoghi teologici di rivelazione. Alla luce di quanto visto, possiamo affermare che, con un modo di essere e di procedere sinodale, «risulteranno quindi chiari i criteri da seguire per un più accurato adattamento della vita cristiana nel suo complesso» (Ad gentes, n. 22), consolidando la «Chiesa (Ecclesia tota)» come «comunione di Chiese» (Relazione di sintesi della prima sessione della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, n. 19c).
Rafael Luciani, autore di questo contributo, è un laico venezuelano, dottore in teologia, professore presso l’Università Cattolica Andrés Bello (Venezuela). È esperto del Consiglio episcopale latinoamericano e caraibico (CELAM), membro dell’équipe teologica della Presidenza della Confederazione latinoamericana dei religiosi e delle religiose (CLAR) ed esperto della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi.
Rafael Luciani
Teologo
