C’è un tesoretto di almeno 55 voti. È al Sinodo che a mio avviso – e non solo: ringrazio Serena Noceti che mi ha stimolato ad approfondire questo ragionamento – occorre guardare per capire da che parte potrebbe giungere il nuovo pontefice.
Dopo aver ripassato in una rassegna ragionata che cosa è stata la sinodalità introdotta da papa Francesco appena arrivato a Roma (infatti – spoiler – sta per uscire uno speciale del Regno di bilancio a più voci e a tutto tondo del pontificato), sono giunta alla conclusione che è quello il luogo, anche fisico, dove i cardinali venuti da tutti gli angoli del mondo si sono visti, conosciuti e confrontati; specialmente se pensiamo che gli ultimi due Sinodi si sono concentrati più che per produrre decisioni specifiche, a trovare modalità comunicative-comunionali di confronto per la Chiesa cristiana attualmente la più «globalizzata» nella sua struttura unitaria; e che il lavoro di riflessione ha coinvolto significativamente, anche se non sempre concordemente, livelli intermedi (ancorché rimasti incerti quanto a statuto) come le conferenze episcopali regionali e continentali.
Al Sinodo c’erano…
Ora, degli attuali 133 cardinali elettori, 59 per due anni si sono incontrati e visti per un mese intero attorno ai tavoli sinodali, nel 2023 e nel 2024, le due sessioni della XVI Assemblea generale ordinaria conosciuta come Sinodo sulla sinodalità. A essi possiamo aggiungere gli 8 (sarebbero stati 9, ma il card. Miguel Ángel Ayuso Guixot, comboniano e prefetto del Dicastero per il dialogo interreligioso è mancato il 25 novembre scorso) che per età non entreranno in conclave ma che sicuramente nelle congregazioni generali potranno svolgere un ruolo (Alencherry, Barreto, Coccopalmerio, Gracias, Maradiaga, O’Malley, Ouellet, Schönborn). Che fanno un totale di 67.
Di questi tra i 59 elettori, 9 sono stati creati cardinali lo scorso dicembre (sui 21 complessivi): Bessi Dobgo, Cabrera Herrera, David, Kikuchi, Nemet, Radcliffe, Repole, Spengler, Mathieu. In particolare due di essi, per motivi diversi, si sono distinti: Radcliffe per le sue meditazioni e Repole per la sua competenza teologica, anche se non penso che siano dei papabili.
Molti i religiosi
Ma mentre in Sinodo il dialogo dei tavoli era facilitato dai traduttori e avveniva per aree linguistiche, sappiamo che in conclave la lingua franca non sarà né il latino né l’inglese ma l’italiano e che chi non lo conosce verrà caritatevolmente aiutato da altri: un caso specifico è quello dell’arcivescovo di Tokyo, che parla solo giapponese e che sarà aiutato dall’arcivescovo di Lussemburgo Hollerich.
Altro dato interessante (ma l’analisi potrebbe continuare all’infinito) è quello dell’appartenenza di questi elettori sinodali a congregazioni religiose: 5 sono francescani (Ambongo Besungu [cappuccino], Cabrera Herrera, Mathieu [conventuale], Spengler, Steiner) e altrettanti i salesiani (Bo, Do Carmo Da Silva, López Romero, Steiner, Sturla Berhouet); 4 i gesuiti (Chow, Czerny, Hollerich, Rossi) e 2 i verbiti (Kikuchi e Nemet); a essi ne vanno aggiunti altri 6 di altrettante famiglie religiose.
I fan, i nativi, i soddisfatti
Dei 59 elettori, la maggior parte (55) è stata fatta cardinale da Francesco, mentre 4 (Baselios, Tagle, Braz De Aviz e Koch) da Benedetto XVI: i nativi sinodali sono quindi 55, il che non significa farne immediatamente dei fan «senza se e senza ma» della sinodalità, ma che per costoro la sinodalità è un dato di fatto. Potrebbe anche essere un dato di fatto da calmierare, se il bilancio è stato nell’intimo di ciascuno di loro percepito come insufficiente: questo francamente non lo sappiamo sino in fondo.
Quello che sappiamo è che, nonostante una certa stanchezza espressa alla fine d’ogni sessione, gran parte di loro ha manifestato soddisfazione per il fatto che vi è stata l’effettiva possibilità di un dialogo non esasperato né divisivo, ma unitario e armonico, pur constatando l’esistenza di sensibilità e di scelte pastorali diverse.
Chiedere della sinodalità
C’è chi ha notato che nel rogito chiuso nella bara di papa Francesco la parola «sinodo» è stata citata solo nell’elenco delle cose fatte e non come cifra del pontificato: tuttavia lo stesso potrebbe dirsi anche dell’omelia funebre…
Quindi il mio personale azzardo è che il prossimo papa sarà figlio del Sinodo e dal nome che uscirà dalla Sistina si potrà vedere quanto questa centrale eredità di Francesco sarà effettivamente passata in chi vi è stato coinvolto. Potrebbe essere un esponente di spicco dei tavoli sinodali romani; potrebbe anche essere un esponente periferico che dalla sinodalità si è sentito interpretato; o, al limite, uno che cercherà di metterla un po’ in riga.
Ai colleghi in prima fila nell’intervistare i cardinali che passano per piazza San Pietro mentre vanno e vengono dalle congregazioni generali consiglio, perciò, di chiedere non tanto chi sarà secondo loro il prossimo papa ma un parere su questo specifico punto: che c’è anche se non si vede.
Maria Elisabetta Gandolfi
Caporedattrice Attualità per “Il Regno”

Ancora una volta lo “sguardo” femminile sa andare oltre la curiosità epidermica, ma scruta i nodi e gli snodi essenziali…Grazie!