L’impronta sinodale, priorità per la Chiesa di Leone XIV

«Vogliamo essere una Chiesa sinodale»: è stata una delle prime espressioni pronunciate dalla loggia centrale di San Pietro dal neo eletto papa Prevost. Indicazione mutuata dall’esortazione apostolica di Francesco Evangelii gaudium e prontamente ribadita, come priorità, nel discorso al Collegio cardinalizio il 10 maggio. Si tratta di crescere nella collegialità e nella sinodalità, ha detto Leone XIV. Del resto il motto scelto per il suo magistero petrino, tratto da un commento di sant’Agostino al salmo 127, è «In Illo uno unum» (In Colui che è Uno, siamo uno solo). Ad approfondire questa cifra che il nuovo papa intende dare alla Chiesa, discepola di Cristo, è il gesuita Giacomo Costa, segretario speciale della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi (2021-2024), che ha lavorato a stretto contatto con lui in uno dei dieci Gruppi di studio apprezzandone precisione, onestà, profezia, ascolto.

 

Oltre gli slogan

Avendo investito tanto tempo e tante energie al servizio di Francesco e facendo esperienza di cosa significa sinodalità, padre Costa accoglie con molto piacere che la scelta del 267° successore di Pietro sia ricaduta sull’americano Prevost. Il gesuita precisa che non solo è stata posta subito in cima agli impegni e agli auspici del papa una parola, «sinodalità» appunto, che già solo tre anni fa non era così in uso, non circolava, non era ancora presente nel vocabolario comune. La cosa preziosa è che tutto il discorso papale sia stato costruito nella prospettiva di una Chiesa sinodale, nel solco del Vaticano II: «Una Chiesa che risponde anche a quanto avevamo ascoltato dai giovani al Sinodo: vicina alle persone, non burocratizzata, che accompagna, non “perfetta” ma capace di mettersi in gioco nelle relazioni con le persone. Parole che aiutano a entrare nella profondità di questa dimensione, la quale altrimenti rischia di diventare uno slogan». 

 

La sinodalità nell’orizzonte della pace

Aver inserito la sinodalità nella prospettiva della pace esprime bene, secondo p. Costa, il fatto che la sinodalità ha proprio la sua radice missionaria nel superare le polarizzazioni, portando a scoprire che «le polarità esistenti nella Chiesa – per esempio, tra la Chiesa di Roma e le Chiese locali, tra il ministero ordinato e tutti i fedeli, laici e laiche – non vanno esacerbate, esasperate, ma vanno invece mantenute in una tensione creativa e generatrice che possa permettere di annunciare il Vangelo nel mondo di oggi». In gioco, sottolinea il gesuita, è un concetto di pace non irenico, bensì quello di una pace costruita attraverso un ascolto reciproco, un confronto che porti a identificare insieme i passi per andare avanti. 

 

Quei ponti che Prevost
sapeva costruire ai lavori del Sinodo

Al cuore dello spirito che misteriosamente si è diffuso in questi anni nel processo sinodale ci sono proprio quei ponti ricordati prontamente da Leone XIV, «importantissimi – osserva Costa – per ascoltare veramente l’altro e offrire il proprio contributo». È una prerogativa che Prevost ha sempre messo in atto e il segretario speciale del Sinodo ne ha avuto la riprova: «Arrivava preparatissimo, con tutti i documenti letti, le osservazioni fatte. Attento alle riflessioni degli altri, partecipava alla costruzione di una soluzione e di una prospettiva condivisa. Questo è ciò che ho vissuto abitualmente nelle riunioni ed è al centro di una dinamica sinodale. Insieme, uniti da Cristo e per Cristo, così da imparare non solo a stare bene gli uni con gli altri ma a elaborare dei cammini». Il rischio, infatti, è che dei concetti si riducano a mere etichette. 

 

Da Agostino un nodo centrale della sinodalità

Si tratta di vivere quell’amicizia a cui lo stesso Agostino invitava, centrata in questo rivelarsi nella diversità e nel rispetto degli altri: «Non un’amicizia autoreferenziale, che crea comunità chiuse, ma che fa scoprire la ricchezza di persone fuori dalla propria bolla e dai propri confini, che aprono degli orizzonti veramente sensati non solo per la Chiesa ma per il mondo». 

Sono battezzato cristiano con voi e vescovo per voi: così ancora ha parlato subito Leone XIV affacciato alla piazza di san Pietro e al mondo. È un punto importantissimo in cui p. Costa ravvede un nodo centrale della sinodalità, la quale «troppo spesso viene appiattita nel concetto di partecipazione. La Chiesa sinodale non è senza autorità, non è anarchica, non è un’entità in cui uno vale uno. È una Chiesa in cui si ricomprende l’autorità e la si riconosce in grado di creare uno spazio dove ognuno possa partecipare. 

 

La fede non è divisiva ma è fonte di creatività

Questo non succede stando da soli. Ci vuole qualcuno che si prenda la responsabilità di valorizzare i carismi, i doni che il Signore ha fatto a ciascuno, la bellezza che è dentro le persone. Colui che è il responsabile è il primo incaricato di far emergere tutta questa armonia e capace di far sì che tutti questi talenti non siano solo lo scoppio di un fuoco d’artificio ma possano contribuire a una crescita comune. In un certo senso – spiega – anche la Laudato si’ chiedeva a biblisti, scienziati, economisti, imprenditori di partecipare a questo cammino per la cura della casa comune. Si tratta di una visione fondamentale attraverso la quale mostriamo che la fede non è divisiva ma è fonte di creatività. Invece se la fede è usata per sostenere un partito politico, una visione del mondo, un’etica contro gli altri perde a priori». 

 

Uomo dell’ascolto per una Chiesa non identitaria

In una Chiesa sinodale, insomma, deve trasparire una fede realmente cattolica, nel senso che una tale Chiesa non può essere identitaria, lobbista, sebbene l’ascolto aperto a 360 gradi sia sempre un presupposto da incoraggiare: «Nella mia esperienza, Francesco ci diceva sempre: mi raccomando, ascoltate tutti anche se hanno torto. Perché qualcosa di interessante comunque dicono e avrete comunque qualcosa da imparare». Con Leone XIV, Costa è rassicurato per il riflesso di pace che egli comunica. «È una persona di Dio. Lavorandoci insieme, posso testimoniare che è una persona che cerca questa profondità di ascolto e partecipazione e proprio per questo può essere riconosciuto come un leader. È la sua originalità, in virtù della quale non può essere visto come un clone di Francesco. Pur avendo ripreso infatti tutti i temi del suo predecessore, non ha utilizzato le stesse modalità, lo stesso linguaggio, le stesse espressioni. Nella situazione di oggi ci aiuterà ancora di più a far sì che il tocco di Bergoglio entri nella vita ordinaria di comunità aperte».

 

Antonella Palermo

Giornalista

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