Quale contributo può dare l’etica cristiana della pace di fronte agli attuali cambiamenti globali? Qual è il ruolo del pacifismo? Nello «Studio del mese» de Il Regno – Attualità n. 12, appena pubblicato, Christine Schliesser, docente di Teologia sistematica ed etica, esamina tali questioni in tre passaggi. In primo luogo, con l’aiuto del paradigma della teologia pubblica, spiega perché l’etica cristiana della pace continui a essere rilevante per la politica. In secondo luogo illustra gli sviluppi dell’etica cristiana della pace, con particolare attenzione alle regioni di lingua tedesca: il modificarsi della teoria della guerra giusta nella teoria della pace giusta. Dimostra inoltre che una pace globale è una garanzia di sicurezza. In terzo luogo ricorda la rilevanza che continuano ad avere le considerazioni pacifiste, se vengono assunte «responsabilmente». Ciò significa che se da un lato «l’uso dei mezzi militari non è del tutto escluso, ma è “legittimo in base a criteri ristretti come “violenza a tutela del diritto”, che può essere considerata come ultima risorsa /ultima ratio)”», dall’altro un pacifismo «radicale» deve «necessariamente andare di pari passo con l’accettazione del martirio». Cosa che, tuttavia «non può mai essere preteso dagli altri, ma può essere sempre e solo una scelta personale e volontaria». Riprendiamo qui (omettendo le note) alcuni brani in cui si sviluppano queste ultime considerazioni. (M.E. G.)

Priorità per gli strumenti nonviolenti

La struttura fondamentale di un ordine mondiale pacifico è costituita dalla comunità internazionale, vincolata da principi giuridici comuni. Nell’etica protestante della pace il percorso intrapreso nel 2007 è proseguito negli anni successivi con un pacifismo formulato più esplicitamente. Ciò è particolarmente evidente nella dichiarazione del Sinodo 2019 della Chiesa evangelica tedesca su «Chiesa sulla via della giustizia e della pace». I membri del Sinodo si sono impegnati in un «cammino di nonviolenza» o «rinuncia attiva alla violenza». La chiara «priorità per gli strumenti civili e nonviolenti di risoluzione dei conflitti» diventa evidente. Va inoltre sottolineato il legame esplicito tra pace sostenibile e sviluppo sostenibile, formulato nei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Ma come risponde questo documento alla domanda cruciale sulla legittimità dell’uso della forza?

 

Pacifismo responsabile e condizionale

Sebbene alcuni riconoscano qui una «linea pacifista radicale», questa non è l’unica lettura possibile. Ad esempio, anche qui l’uso dei mezzi militari non è del tutto escluso, ma è «legittimo in base a criteri ristretti come “violenza a tutela del diritto”, che può essere considerata come ultima risorsa (ultima ratio)». Invece di un pacifismo radicale o assoluto, che avrebbe rifiutato fondamentalmente l’uso della forza, questo documento contiene anche suggerimenti a favore di un pacifismo responsabile o condizionale.

Il pacifismo radicale o assoluto, come quello di Stanley Hauerwas o di Fernando Enns, si misura meno con il problema della «realtà della violenza». Ad esempio, difficilmente si può presumere che le Chiese per la pace storiche, con le loro esperienze di oppressione e persecuzione, non siano a contatto con la realtà o che non siano in grado di valutare correttamente la realtà della violenza.

 

Pacifismo e martirio: una scelta personale

Inoltre, ci sono numerosi esempi del passato e del presente che dimostrano empiricamente l’efficacia della resistenza civile e nonviolenta. Più serio, tuttavia, è l’argomento che Torsten Meireis avanza sulla scorta di Michael Walzer, e cioè che una resistenza coerentemente nonviolenta deve necessariamente andare di pari passo con l’accettazione del martirio.

Tuttavia, il martirio non può mai essere preteso dagli altri, ma può essere sempre e solo una scelta personale e volontaria.

A ciò si aggiungono altre difficoltà pragmatiche. La resistenza nonviolenta è particolarmente efficace quando può essere combinata con l’attenzione pubblica. Ma la vita media dell’attenzione morale globale è in costante diminuzione.

Tuttavia, invece d’accantonare la dichiarazione della Chiesa evangelica tedesca del 2019 come l’illusione di un «mondo di zucchero filato», sarebbe più opportuno considerare seriamente i numerosi suggerimenti in essa contenuti. La conclusione rapida secondo la quale «l’unico modo per fermare un cattivo con una pistola è un buono con una pistola», cioè che la violenza può essere fermata solo con la violenza, salta i passaggi intermedi necessari che potrebbero invertire la direzione.

 

Soluzioni alternative al conflitto

Una di queste tappe intermedie è la già citata efficacia delle soluzioni alternative al conflitto, dalla diplomazia «parallela» e «multilivello», come ad esempio i negoziati della Comunità di Sant’Egidio che hanno messo fine alla guerra civile in Mozambico, al movimento delle donne intorno a Leymah Gbowee, che ha portato alla fine nonviolenta della guerra civile in Liberia. Anche per l’attuale guerra in Ucraina, «siamo ben lungi dall’aver esaurito i mezzi nonviolenti di risoluzione dei conflitti!».

Un’ulteriore tappa intermedia può essere vista nella concezione globale della pace della tradizione cristiana, che è contenuta nel termine shalom e può essere riassunta nell’espressione «pace giusta». In questa prospettiva diventa chiara anche la connessione tra violenza individuale, strutturale e culturale (Johan Galtung).

 

Il dilemma della colpa

La ricerca sui conflitti traccia una linea diretta tra cause scatenanti come la povertà, la fame e il cambiamento climatico, e i conflitti violenti e le guerre. La dichiarazione della Chiesa evangelica tedesca definisce così questa connessione: «Non c’è pace senza sviluppo sostenibile».

Allo stesso tempo c’è una serie di aspetti che questa dichiarazione trascura, ma che devono essere una componente centrale di un’etica cristiana della pace. A titolo d’esempio bisogna citarne tre. Innanzitutto, la necessità d’avere la prospettiva «dal basso» (Bonhoeffer), cioè di coloro che sono colpiti dalla violenza e dalla guerra. (…) Inoltre, non viene menzionata la necessità di guardare oltre i confini nazionali ed europei come comunità ecumenica e globale di credenti e di permettere alle voci del Sud globale in particolare d’essere ascoltate. (…) Infine, un’etica cristiana della pace non può evitare la questione della colpa. Dietrich Bonhoeffer l’ha formulata così: «Chiunque agisca responsabilmente diventa colpevole».

 

La armi all’Ucraina

Il dilemma qui indicato può essere illustrato dall’esempio della questione della consegna di armi all’Ucraina, molto discussa in Germania. Da un lato va notato che le persone vengono uccise con le armi. La fornitura di armi all’Ucraina significa quindi rendersi complici della morte delle persone uccise da queste armi. Tuttavia, se non vengono fornite armi, ciò significa complicità nella morte di coloro che non possono difendersi.

Il tentativo di evitare questa colpa ineluttabile attraverso l’inazione – in questo caso: non fornire armi – è altrettanto disonesto quanto il tentativo di negare la colpa che sorge attraverso l’azione – in questo caso: fornire armi.

Ulrich Körtner ha ragione quando dice, a proposito della guerra in Ucraina: «In questo conflitto saremo tutti colpevoli». Allo stesso tempo un’etica cristiana della pace si basa su un Dio che «esige il libero rischio della fede nell’azione responsabile, e che promette perdono e consolazione a colui che così diventa peccatore».

 

Il pacifismo è finito?

Come si può rispondere quindi alla domanda che ci siamo posti all’inizio? Il pacifismo è giunto al capolinea? Non da ultimo, l’escalation della guerra di aggressione da parte della Russia nel 2022 contro l’Ucraina, iniziata già nel 2014 e contraria al diritto internazionale, sembra dare ragione agli scettici. La guerra d’aggressione russa solleva la questione se l’etica evangelica della pace, nella sua forma sviluppatasi nel corso di decenni, sia all’altezza delle nuove sfide, come sostiene Christoph Markschies, che afferma: «Siamo stati troppo ingenui».

Ma questo significa ignorare che le pretese dell’etica pacifista cristiana – dalle sue origini nel Nuovo Testamento fino ai giorni nostri – non sono mai state concepite in un vuoto astratto o in un «mondo di zucchero filato», ma sono sempre state pensate, vissute e subite nel contesto delle realtà della vita quotidiana, come i conflitti e le guerre.

 

Ingenuità e responsabilità

È proprio l’assunzione di colpa che mostra chiaramente la differenza decisiva tra una prospettiva che di fronte alla realtà di una guerra deve ammettere sobriamente il fallimento di fatto della nonviolenza e quindi la propria ingenuità, oppure cercare d’integrare teologicamente la violenza, e un pacifismo di responsabilità che ha provato di tutto, ha fatto tutti i passi intermedi possibili, e infine s’assume la colpa per il bene dell’altro, sapendo che l’uso della forza è e rimane sempre sbagliato e colpevole, e non è semplicemente «l’ultima risorsa».

Per usare le parole dell’appello ecumenico del 2011: «Anche allora noi riconosciamo che l’uso della forza armata in situazioni di conflitto è sia un grave segno di fallimento, sia un nuovo ostacolo sulla via della pace giusta».

L’idea cristiana di una pace integrale, che bacia prima di tutto non la sicurezza ma la giustizia, e che si esprime con il concetto integrale di shalom, è attuale ancora e soprattutto oggi in un mondo plurale e multipolare. Di conseguenza anche il pacifismo finirà solo quando questo shalom si sarà diffuso dappertutto.

 

Christine Schliesser

Teologa

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