L’unica chiesa cattolica della Striscia colpita da un tank israeliano

Mentre scriviamo, il bilancio dell’attacco alla parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza è salito a tre morti e nove feriti, uno dei quali in condizioni critiche. Questa mattina, giovedì 17 luglio, poco dopo le 10 quello che le autorità israeliane hanno definito un «errore di tiro» di un tank ha colpito il tetto del complesso parrocchiale, vicino alla croce, provocando il crollo di parti della struttura che hanno investito i fedeli rifugiati nel cortile interno. Tra i feriti anche il parroco, padre Gabriel Romanelli, colpito a una gamba.

La chiesa, unico luogo di culto cattolico nella Striscia, ospitava 541 rifugiati cristiani – ciò che resta di una comunità che prima del 7 ottobre 2023 contava oltre mille fedeli e che oggi è ridotta a 500 persone. Non è la prima volta che il complesso viene colpito: nel dicembre 2023 due donne, Nahida e Samar Anton, madre e figlia, furono uccise da un cecchino israeliano mentre attraversavano il cortile.

 

Il dolore del Papa: immediato cessate il fuoco

Da Gerusalemme è arrivato il telegramma di Papa Leone XIV, trasmesso attraverso il Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin. Il Santo Padre si è detto «profondamente addolorato» per la perdita di vite umane e ha assicurato la sua vicinanza spirituale a padre Romanelli e all’intera comunità parrocchiale.

Nel suo messaggio, il Pontefice affida le anime dei defunti alla misericordia di Dio e prega per la consolazione di chi è nel lutto e per la guarigione dei feriti. Ma soprattutto rinnova con forza il suo appello per «un immediato cessate il fuoco» e esprime la «profonda speranza» per «dialogo, riconciliazione e pace duratura nella regione». Parole che risuonano con particolare urgenza di fronte all’ennesima tragedia che colpisce i cristiani di Gaza.

 

Pizzaballa: non li lasceremo mai soli

Il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, ha parlato con prudenza ma anche con ferma determinazione. «Dicono che si sia trattato di un errore da parte di un tank israeliano, ma non lo sappiamo», ha dichiarato ai media vaticani, confermando però che il colpo ha centrato «direttamente la chiesa».

Le comunicazioni con Gaza restano difficilissime, ma il Patriarca ha voluto lanciare un messaggio chiaro alla comunità cristiana assediata: «Cerchiamo sempre di raggiungere Gaza in tutti i modi possibili, direttamente e indirettamente». E ha concluso con una promessa solenne: «Certamente non li lasceremo mai soli». Parole che assumono un peso particolare per una comunità che ha visto dimezzarsi in meno di due anni, stretta tra morte e fuga.

 

La CEI: un appello per la pace

La Conferenza Episcopale Italiana, attraverso un comunicato della Presidenza, ha espresso con forza lo «sgomento» per l’attacco.

I vescovi italiani hanno condannato «fermamente le violenze che continuano a seminare distruzione e morte tra la popolazione della Striscia» e hanno rivolto un appello alle parti coinvolte e alla comunità internazionale «affinché tacciano le armi e si avvii un negoziato, unica strada possibile per giungere alla pace». Un messaggio che riflette la crescente preoccupazione della Chiesa italiana per il protrarsi di un conflitto che non risparmia nemmeno i luoghi sacri.

 

Voci dalla società civile: l’indignazione trasversale

La condanna dell’attacco ha unito il mondo cattolico italiano in un coro di indignazione. L’Azione Cattolica non ha usato mezzi termini, definendo il raid «un atto vile e ignobile» e respingendo la giustificazione dell’«errore di tiro» come «un insulto all’intelligenza». La dichiarazione dell’AC sottolinea come non si possa più parlare di incidenti isolati di fronte alla «sistematicità di questi attacchi contro scuole, ospedali, campi profughi, e ora una chiesa cattolica».

Caritas Italiana si è unita all’appello di Caritas Gerusalemme, ricordando che «colpire o mettere in pericolo civili in cerca di protezione è una grave violazione del diritto internazionale umanitario e un attacco diretto alla dignità umana». L’organizzazione, presente in Terra Santa da oltre un decennio, continua a monitorare la situazione attraverso il suo team sul campo.

Un gesto di solidarietà che merita di essere sottolineato è arrivato dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. La presidente Noemi Di Segni ha espresso il «proprio dolore» per l’accaduto, riconoscendo nella chiesa un «luogo di culto e di preghiera, uno spazio tanto più essenziale in un contesto profondamente segnato da un conflitto lungo e lacerante». Un gesto di solidarietà interreligiosa che la CEI ha voluto pubblicamente ringraziare, sottolineando come «il rispetto e la protezione dei luoghi religiosi, di qualunque fede essi siano, sono fondamentali per la convivenza, la dignità umana e la speranza di pace».

 

Una comunità che resiste tra le macerie

I numeri parlano di una comunità cristiana allo stremo. Prima del 7 ottobre 2023 i cristiani a Gaza erano 1.017. Oggi ne restano circa 500, tutti ammassati nel complesso della Sacra Famiglia.

La diaspora e la morte hanno decimato questa antica presenza cristiana: trecento fedeli sono riusciti a fuggire quando il valico di Rafah era ancora aperto, mentre 54 hanno perso la vita. Di questi, 16 sono morti nel bombardamento della chiesa ortodossa di San Porfirio, tre parrocchiane della Sacra Famiglia sono state uccise direttamente, gli altri sono deceduti per mancanza di cure mediche essenziali. Nel complesso parrocchiale, cinquanta tra disabili e bambini malati continuano a essere assistiti con amore dalle suore di Madre Teresa.

Il Patriarcato Latino, nel suo comunicato, ha voluto inserire questa tragedia nel contesto più ampio: «Questa tragedia non è più grande o più terribile delle tante altre che hanno colpito Gaza». Un richiamo a non dimenticare che «morte, sofferenza e distruzione sono ovunque» nella Striscia. Ma l’attacco a un luogo sacro, rifugio di chi aveva già perso tutto, assume un valore simbolico che va oltre i numeri.

La chiesa della Sacra Famiglia resta in piedi, ferita ma non piegata, come la piccola comunità cristiana che ospita. In questo luogo sacro, dove il sangue dei martiri si mescola alle preghiere dei sopravvissuti, si rinnova ogni giorno una testimonianza di fede che sfida la disperazione.

Ma fino a quando? La domanda resta sospesa nell’aria, insieme al fumo delle macerie e a quella che Piero Stefani ha chiamato «sovrabbondante semina di odio» – sull’ultimo numero de Il Regno-Attualità – che rischia di avvelenare il futuro di questa terra. Eppure, proprio qui, dove tutto sembra perduto, la presenza ostinata di questi cristiani di Gaza – ultima testimonianza di una Chiesa delle origini – continua a proclamare che la speranza è più forte dell’odio, che la pace resta possibile anche quando sembra impossibile.

Paolo Tomassone

Giornalista

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