L’incontro «Cristianesimo coscienza dell’Europa» (Camaldoli, 6 – 10 novembre 2025) organizzato da Il Regno nel 70° della rivista, della Comunità monastica di Camaldoli e dalla Commissione delle conferenze episcopali dell’Unione Europea (COMECE) – sesta tappa dei «Percorsi di cultura politica» avviati nel 2019 – come da tradizione si apre, subito dopo i saluti, con una meditazione biblica. Il teologo ed esegeta Piero Stefani, che ogni mese contribuisce alla rivista Il Regno anche con la rubrica «Parole delle religioni», sintetizza il percorso della meditazione sulla spiritualità del cuore con il versetto della lettera ai Romani «Vicino a te è la Parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore» (Rm 10,8).
Tre sono le scene proposte, di taglio marcatamente diverso tra loro. La prima è incentrata sulla Parola intesa come via per conoscere il cuore di Dio; la seconda allude, in senso molto lato, a temi di teologia politica; la terza riguarda il rapporto tra i credenti in Gesù Cristo e la Parola della Scrittura rivolta ai figli d’Israele.
Stefani anzitutto annota che l’Europa non è stata madre di nessuna delle grandi religioni e si domanda: è un limite o è la forza dell’ospitalità?
La Parola è un manoscritto di Dio
Paolo in Romani cita il c. 30 del Deuteronomio «questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore per metterla in pratica» (Dt 30,14).
Per Gregorio Magno la Sacra Scrittura è la «lettera di Dio onnipotente alla sua creatura». Ancora prima dei contenuti, occorre evidenziare la volontà di Dio di mettersi in comunicazione. Come quando si vuole indirizzare a qualcuno una lettera, la persona a cui si intende scrivere è già presente a chi scrive, parimenti occorre pensare a Dio nei nostri confronti.
Se così si può dire, avere la Parola nel proprio cuore significa accoglierla come un manoscritto di Dio. Il desiderio di Dio è già una presenza, una presenza nella distanza. Quando s’avverte acutamente la lontananza, può irrompere, all’improvviso, il bagliore di una presenza. In termini teologici questa irruzione si chiama ‘grazia’.
La Parola che ti do non è in cielo.
La seconda scena, tratta dalla tradizione ebraica, consente di entrare nella teologia politica. In un dibattito tra rabbi, il carismatico Rabbi Eliezer, pur trovandosi in minoranza, era fermamente convinto della validità della propria opinione e si appellò a fatti miracolosi. Ma il terzo dei miracoli, che riguardava il crollo di muri, vede le pareti soltanto inclinarsi. Queste si piegarono in onore di Rabbi Eliezer e non crollarono in onore di Rabbi Yehoshua‛, leader della maggioranza.
Non è difficile scorgere il significato simbolico di una chiosa volta a celebrare una dialettica che risulta fondamentale alla stessa elaborazione della decisione finale: per raggiungerla sono necessarie le opinioni sia della maggioranza sia della minoranza.
L’episodio prosegue sostenendo che irruppe una voce dal cielo, la quale affermò che la norma era secondo il parere di Rabbi Eliezer. L’avvallo divino avrebbe dovuto porre fine a ogni discussione. Non fu così; Rabbi Yehoshua‛ si alzò in piedi ed esclamò: «Essa non è in cielo» (Dt 30,12).
È nostra responsabilità applicare la Parola
A questo punto entrò in scena Rabbi Yirmiah, affermando: «La Torah è stata già data sul monte Sinai, noi non diamo responsi in base a una voce celeste, infatti la Torah ha già scritto sul monte Sinai: “Si decide secondo la maggioranza” (Es 23,2)».
In definitiva, la Parola è affidata a coloro che l’hanno ricevuta e che ora devono metterla in pratica. L’origine divina chiama in causa la responsabilità umana che diviene a tal punto prevalente da silenziare la voce dal cielo; lo fa appellandosi alla stessa Sacra Scrittura la quale convaliderebbe il principio della maggioranza, una componente fondamentale dei regimi democratici.
Non seguirai la maggioranza per agire il male
Ma chi garantisce che la maggioranza compia la scelta giusta? In Esodo 23,2 troviamo una sorpresa: «Non seguirai la maggioranza per agire male».
Dal confronto tra le due opposte versioni si ricava, da un lato, che la clausola «non è in cielo» consente una recezione evolutiva della Parola al fine di adattarla al variare delle circostanze in cui si è chiamati ad operare, ma, dall’altro, addita anche il più rilevante punto critico connesso a un principio maggioritario di per sé incapace di garantire che le decisioni prese siano le più giuste.
Ci sono situazioni in cui non bisogna conformarsi alla maggioranza, anzi in cui occorre trovare il coraggio di dire di no. La decisione va dunque presa appoggiandosi alla coscienza o alla Parola ospitata nel cuore e scrutata dall’intelligenza.
Piedi, bocca, orecchio e cuore
Nella terza scena troviamo Paolo che scrive ai Romani, una comunità mista, di ebrei e gentili, non fondata da lui. Il suo cuore è afflitto perché la grande maggioranza dei figli d’Israele non ha accolto l’Evangelo.
Egli, di fronte all’imprevedibile, afferma: «Tuttavia, la parola di Dio non è venuta meno» (Rm 9,6). Nell’orizzonte della fede non è concesso agli eventi, anche se all’apparenza difformi, il potere di falsificare la Parola. Non a caso proprio in Romani 9-11 vi è un addensarsi del ricorso alle Scritture, modalità comune al procedere di Paolo ma qui portata a intensità nuova.
In una felice contrapposizione di passi biblici, l’Apostolo chiama in causa quattro parti fondamentali del corpo umano: piedi, bocca, orecchio e cuore: i piedi consentono alla bocca di annunciare, l’orecchio permette l’ascolto, ma la destinazione ultima resta il cuore.
Si tratta però di un cuore che, a propria volta, desidera proclamare la fede e ciò comporta affidarsi di nuovo alla bocca. Nonostante sia la destinazione ultima della proclamazione, neppure il cuore ne costituisce il punto di arrivo. Nel cuore risuona infatti anche la chiamata a comunicare ad altri, ad annunciare l’Evangelo: di nuovo, perciò, entrano in scena piedi e bocca.
Gabriella Zucchi
Giornalista
