Il quadro iniziale di sintesi richiesto allo storico Andrea Graziosi per aprire a Camaldoli, il 6 novembre, l’incontro di studi su «Cristianesimo coscienza dell’Europa» porta un titolo provocatorio, «Un mondo a pezzi», e un sottotitolo esplicito: «Il disordine e le nuove guerre per l’egemonia mondiale». Graziosi annuncia subito di voler comporre tale quadro prima rileggendo «l’instabilità degli ultimi due-tre decenni» e poi mettendo a fuoco «l’enorme cambiamento» avvenuto nel mondo cosiddetto avanzato, a partire dagli anni Settanta, e promette che risulterà alla fine evidente il legame tra i due fenomeni.
In cerca di un nuovo equilibrio
Si sta formando un nuovo equilibrio, e ciò comporta, spiega Graziosi, l’accelerazione delle guerre a cui stiamo assistendo – giacché è la condizione di equilibrio tra potenze o di egemonia di una potenza sulle altre quella che, storicamente, dà luogo a una diminuzione delle guerre. A ben vedere il mondo è «a pezzi» se guardato dal punto di vista degli Stati Uniti e ancor più da quello dell’Europa, cioè del soggetto che chiamiamo «Occidente», mentre risulta molto meno tale se a guardarlo sono la Cina, l’India o l’Africa. È un mondo di cui abbiamo visto la scomparsa a partire dal 1991, quando, finita la contrapposizione tra due blocchi entrambi profondamente ideologici, USA e paesi europei hanno iniziato a distaccarsi, anche se per molto tempo non lo si è visto e anche se il distacco era iniziato negli anni Sessanta, quando le migrazioni cambiavano (una volta di più) gli Stati Uniti mentre la diminuzione delle nascite in Europa poneva le basi della crisi economica, sociale, culturale che stiamo attraversando.
Gli ultimi trent’anni
Graziosi prosegue descrivendo le ragioni del collasso dell’URSS su se stessa e come la Russia, sin dai primi anni Novanta, mostrasse già alcune forti impronte nazionaliste i cui esiti oggi sono sotto gli occhi di tutti. Dell’Unione Europa sottolinea che i limiti dati dal diritto di veto e dalla mancanza di una difesa militare comune fossero già riconoscibili negli anni Sessanta, e che il titolo di «Unione» risulti perfino fuorviante a fronte di essi. Sulla cosiddetta «decolonizzazione» (ma Graziosi preferisce chiamarla «liberazione cda un dominio imperiale») spiega, da un lato, che essa è stata storicamente più rilevante, perché più gravida di conseguenze sull’oggi, della Guerra fredda, e dall’altro che non ha rappresentato in sé una rivolta contro l’Occidente, anzi, i paesi che ne sono stati protagonisti hanno «occidentalizzato» i propri stili di vita: nessuno si è ribellato a questa civiltà che in Europa è nata. Quanto alla Cina, la scelta vincente di Deng Xiaoping è stata di non rinnegare pubblicamente la figura di Mao, pur macchiatosi di non pochi orrori, ma di buttare a mare il suo sistema economico, adattando alla Cina il modello americano. Ciò ha portato alla Cina una ricchezza e un potere militare e tecnologico straordinari, facendone una potenza comparabile agli USA: quello che l’URSS non era mai stata e che nessun presidente americano ha finora voluto riconoscere.
Il benessere e la denatalità
Ma quello che a Graziosi sta più a cuore mettere in luce in questo suo contributo introduttivo all’incontro di Camaldoli è che l’attuale ricerca di un nuovo equilibrio mondiale, con le ansie e i disordini sociali che la accompagnano soprattutto nei paesi europei, va compresa nel quadro di un fenomeno evidente: la denatalità e l’invecchiamento della popolazione che hanno accompagnato l’aumento del benessere economico. Fenomeno che si sta già verificando, o sta per verificarsi, anche nelle nuove potenze come la Cina, l’India, i paesi africani, man mano che migliorano le loro condizioni di vita.
Di qui l’interrogativo con il quale Graziosi ha concluso la sua lezione: «Se questa è la realtà, se non si riesce a dare spazio alla vita, non c’è grande speranza. Come si parla ai sofferenti? I cristiani dovrebbero saperlo; i liberali non lo sanno. Chi parla ai vecchi soli? A quelli che non riescono più a partecipare? Era un mondo, il nostro, che migliorava; stiamo in un mondo che peggiora. Allora la grande sfida è trovare dei discorsi capaci di affrontare questo: non solo descrivere la realtà ma dire che cosa fare. Tutto il grande disordine di cui abbiamo parlato è avvelenato da questo. Quanto ci vuole per capire che “conviene” fare figli? Qual è il punto di equilibrio?».
Guido Mocellin
Giornalista
