«Gli allineamenti geostrategici in Medio Oriente non possono essere separati dalle tensioni religiose, ma sarebbe un errore leggere gli sviluppi in ambito religioso solo alla luce dei conflitti geopolitici, sia interpretandoli come una delle cause principali di tali tensioni, sia, al contrario, considerandoli una conseguenza delle tensioni politiche». Da questa premessa è partito Olivier Roy, islamista e politologo, per presentare il suo contributo su «Realtà e visioni dell’islam dopo la guerra in Iran. Tra religione e politica» all’incontro di studio in corso a Camaldoli su «Cristianesimo coscienza dell’Europa», su invito de «Il Regno» nel 70° della rivista, della Comunità monastica di Camaldoli e della Commissione delle conferenze episcopali dell’Unione Europea (COMECE).
L’Iran e l’islam dal 1978 al 2006
L’arco di tempo preso in esame ha ripercorso la storia recente dell’area mediorientale sostanzialmente dalla guerra arabo-israeliana del 1967 fino a quella del 2023-2025, mettendo a fuoco, entro tale arco temporale, l’ascesa e poi il declino dell’influenza dell’Iran, a partire dalla rivoluzione islamica del 1978 e che ha avuto il suo culmine nel 2006. In sintesi, secondo Roy, «25 anni di attivismo politico dell’Iran hanno conferito a questo paese un’influenza militare e politica, ma sul piano religioso solo una parte delle comunità sciite cade sotto l’influenza del clero iraniano».
Una prima svolta è stata rappresentata dalla primavera araba del 2011, che ha segnato una notevole secolarizzazione della vita politica in Medio Oriente: l’islam non è più al centro della contestazione politica e la protesta è rivolta piuttosto contri i regimi al potere; quando essa si estende al regime di Bashar al Assad in Siria la destabilizzazione raggiunge l’Iran, che infatti interviene militarmente a fianco del regime e, da allora, si identifica con la controrivoluzione.
Perdita d’influenza dei partiti islamisti
La contemporanea nascita e ascesa, fino al 2015, del Daesh (ISIS), che Roy descrive come un «movimento jihadista molto violento, molto radicale, molto anti-sciita e anti-cristiano, e che rifiuta anche qualsiasi alleanza con i movimenti sunniti esistenti», si può considerare una parentesi: espressione di un «jihad globale» che fa appello soprattutto a volontari internazionali, rappresenta «una radicalizzazione parossistica affascinata dalla morte e, alla fin fine, si è rivelata nichilista».
La seconda grande svolta è quella che si apre il 7 ottobre 2023 e si conclude tra il 2024 e il 2025: in pochi mesi l’asse filoiraniano viene distrutto, o almeno perde la sua capacità militare in Medio Oriente, «Hamas ed Hezbollah vengono ridotti, il regime di Assad viene rovesciato e l’Iran viene espulso dal Vicino Oriente e vede i suoi impianti nucleari bombardati da Israele».
Si può in sintesi dire, secondo Roy, che «la sconfitta araba del 1967 ha contribuito in larga misura a screditare i regimi nazionalisti arabi a vantaggio dei movimenti islamisti» e che «la rivoluzione islamica iraniana ha cercato d’assumere la guida della contestazione islamista globale»; ma che il crollo dell’asse filoiraniano «rientra in un processo di perdita d’influenza dei partiti islamisti».
Una società secolarizzata
In poche parole «l’islam non è più un fattore di mobilitazione politica», gli islamisti «non riescono più a presentarsi come un’alternativa credibile, ma al massimo come partiti conservatori al pari di altri», mentre si assiste a «una crescente secolarizzazione della società civile», di cui Roy porta varie testimonianze sia nel mondo arabo, sia a maggior ragione in Iran. Qui il regime appare ormai solo come una dittatura, senza che gli venga più riconosciuta la legittimazione islamica. Esso conserva una base sociale per ragioni ideologiche e clientelari, anche tra gli stessi «guardiani della rivoluzione» (pasdaran). Il movimento di rifiuto del velo assume da parte delle donne iraniane una dimensione sia politica sia sociale: smettono semplicemente di indossare il velo per strada, nonostante i rischi. «Il discredito del regime finisce per colpire l’islam in quanto tale, non solo l’islam politico. La società iraniana è sicuramente diventata la più secolarizzata di tutto il Medio Oriente».
Dissociazione tra fede e identità
«Allora, quale islam?» si chiede in conclusione del suo intervento il prof. Roy. «Oggi assistiamo a un’individualizzazione del rapporto con la religione ancora più accentuata, in particolare sotto forma di un ritorno a forme più tradizionali come il sufismo, ma anche all’affermazione dell’ateismo o addirittura a conversioni (in particolare al cristianesimo). Direi che assistiamo anche a un fenomeno che si riscontra pure nel cattolicesimo: una crescente dissociazione tra fede e identità», nonché a un dialogo/emulazione tra giovani musulmani e coetanei cristiani, in un «complesso gioco tra identità e spiritualità» che si nutre anche degli spazi digitali, e rimane distaccato da riferimenti politici. Ciò fa dire a Roy, guardando anche al di fuori dell’islam, che «le polarizzazioni identitarie che dominano la vita politica (il movimento MAGA negli Stati Uniti che riunisce evangelismo protestante e identitarismo bianco, cattolici tradizionalisti in Europa che difendono un’Europa cristiana contro l’immigrazione) non dovrebbero nascondere i movimenti più profondi e complessi che dimostrano che la ricerca di spiritualità e tra i giovani non assume più le forme ideologiche che hanno conosciuto le generazioni precedenti».
Guido Mocellin
Giornalista
