Venezuela, l’escalation è compiuta: Maduro catturato dopo l’attacco statunitense

Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026, gli Stati Uniti hanno lanciato un attacco militare su larga scala contro il Venezuela. Il presidente Donald Trump ha annunciato la cattura di Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores, trasferiti fuori dal Paese e incriminati nel distretto meridionale di New York per narcoterrorismo e traffico di cocaina.

Almeno sette esplosioni hanno scosso Caracas intorno alle 2 del mattino, ora locale. Colpite diverse installazioni militari, tra cui la base di Fuerte Tiuna, il più grande complesso militare venezuelano, e la base aerea di La Carlota. Il governo di Caracas ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale, denunciando una «gravissima aggressione militare» e una violazione della Carta delle Nazioni Unite.

L’operazione, denominata «Southern Spear», segna il culmine di un’escalation iniziata nell’autunno 2025, quando Trump autorizzò la Cia a condurre operazioni in Venezuela. Nei mesi successivi, Washington aveva dispiegato la portaerei Gerald R. Ford e circa 10.000 soldati nell’area caraibica, intensificando le azioni contro imbarcazioni accusate di traffico di droga.

Le reazioni internazionali non si sono fatte attendere. Il presidente colombiano Gustavo Petro ha chiesto la convocazione urgente del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Il brasiliano Lula ha condannato l’attacco come una violazione «inaccettabile» del diritto internazionale, evocando «i peggiori momenti di ingerenza» nella politica latinoamericana. Russia e Iran hanno definito l’operazione un «atto di aggressione armata». Di segno opposto la reazione dell’Argentina di Javier Milei, che ha celebrato la cattura di Maduro.

La vicepresidente venezuelana Delcy Rodríguez ha chiesto prove che Maduro e la moglie siano vivi. Il ministro della Difesa ha annunciato lo schieramento delle forze armate su tutto il territorio nazionale.

 

Il contesto ecclesiale

L’attacco giunge in un momento di forte tensione anche sul fronte dei rapporti tra il regime e la Chiesa cattolica venezuelana. Sul numero 22 de Il Regno-attualità, uscito a metà dicembre, Gabriella Zucchi aveva ricostruito le dinamiche recenti, a partire dalla canonizzazione dei primi due santi venezuelani – José Gregorio Hernández e María Carmen Rendíles Martínez – il 19 ottobre scorso.

In quell’occasione, la Conferenza episcopale venezuelana aveva auspicato che l’evento potesse ispirare «misure di grazia» per i prigionieri politici. Ma il clima nel Paese restava difficile: al cardinale Baltazar Porras, arcivescovo emerito di Caracas, era stato impedito dal regime di raggiungere Isnotú, paese natale del nuovo santo, per celebrare la festa liturgica del 26 ottobre.

Zucchi, nell’approfondimento, dava conto anche delle parole di papa Leone XIV ai giornalisti sul volo di ritorno dal Libano, il 2 dicembre: «Io ancora ritengo che sia sempre meglio cercare vie di dialogo, magari fare pressioni, anche economiche, per cercare almeno un altro modo di cambiare lo stato delle cose».

Parole che, alla luce degli eventi di questa notte, assumono un significato diverso. L’escalation verbale e militare di cui scriveva la nostra collaboratrice ha trovato il suo tragico compimento.

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