Il 6 gennaio 2026 «ha concluso la sua giornata terrena» il vescovo Raffaele Nogaro. Aveva 92 anni; era originario del Friuli e aveva guidato dal 1990 al 2009 la diocesi di Caserta, dopo essere stato per otto anni a Sessa Aurunca. Anche dopo la conclusione del suo mandato aveva scelto di restare a Caserta, continuando a esserne un punto di riferimento. Sul sito della Chiesa casertana https://www.diocesicaserta.it/e-tornato-alla-casa-del-padre-mons-raffaele-nogaro-vescovo-emerito-di-caserta/ è scritto: «Le sue battaglie per la legalità, l’accoglienza dei migranti e la tutela della dignità umana sono stati i motivi ispiratori del suo magistero episcopale, rendendo la Chiesa locale una “casa” aperta ai bisogni degli ultimi».
Contro l’illegalità
Lo stesso sito riporta anche le parole del suo successore mons. Pietro Lagnese, che lo ricorda come «un padre, un pastore e un profeta» per Caserta. «È stato per decenni la voce di chi non ha voce, un testimone instancabile del Vangelo della carità e della giustizia. Ha amato questa terra con tutto se stesso, lottando contro ogni forma di illegalità e accogliendo con cuore aperto ogni persona, senza distinzioni. La sua eredità spirituale rimarrà un faro per la nostra diocesi e per l’intera società civile. Tutta la diocesi esprime la propria gratitudine per averlo avuto come pastore e guida spirituale». Per ricordarlo a nostra volta, riprendiamo qualche passaggio di una lunga intervista che mons. Nogaro rese a Gianfranco Brunelli all’inizio del 1993.
Una povertà estrema
A proposito del tema della povertà della Chiesa, affermava: «Nel territorio casertano vi sono circa 17 mila extracomunitari clandestini (poco più di un migliaio hanno il permesso di soggiorno); essi sono concentrati soprattutto nella zona di Villa Literno, di Castelvolturno. Vivono in condizioni subumane, di autentica schiavitù, sottoposti a carichi di lavoro impressionanti e a ogni sorta di angherie. Manca una politica di accoglienza e una pastorale d’incontro per questi nostri fratelli. Per intendere la sua domanda, io devo partire da questa mia realtà di povertà estrema. La Chiesa trova il suo figlio prediletto nello straniero, nel marginale, nell’escluso, nell’uomo del bisogno. La Chiesa, il buon pastore, il buon samaritano sono i tipi di Cristo che vanno incontro a colui che ha bisogno. In questa dimensione io ritengo che la testimonianza più convincente e affidabile non sia il potere di nessun genere, ma sia proprio la nostra fede, il dono di noi stessi che provoca il potere laico a un intervento sollecito, qualificato nei confronti di coloro che sono in autentica miseria. Se c’è una mancanza grave da parte della Chiesa, anche dopo il recente Concordato [si allude all’Accordo di revisione del 1984], io credo che consista nel diffuso benessere materiale, nell’abbondare di mezzi, nel nostro “comodismo”. Stiamo perdendo la scelta radicale e perseverante della povertà. Difficile poi pensare a una missionarietà libera».
La mala storia
Queste le sue parole in riferimento alla camorra: «Nel 1992, nel nostro territorio, sono state ammazzate 77 persone dalla camorra [meno di un anno dopo questa intervista Il Regno pubblicò una lunga testimonianza resa da mons. Nogaro in morte di don Giuseppe Diana]. Qui è radicata [quella che chiamo] la mala storia. Essa si esplica anzitutto nell’esercizio di un potere spurio, diffuso, che convive a fianco del dispotismo politico. Il capozona è il gestore della realtà sociale. Non si fanno concorsi senza che lui lo voglia; la sanità, la scuola, la stessa magistratura spesso dipendono dall’accordo di questi poteri. Si tratta poi di una mala storia socialmente radicata. In un contesto di forte disoccupazione, coloro che sono più intraprendenti e impazienti finiscono coll’intraprendere strade extralegali e illegali, fino ad accordarsi con questi potentati. Estorsioni, tangenti e accomodamento da parte della gente descrivono una realtà chiusa a ogni mutamento, nella quale lo spirito di mafia si insinua in ogni singolo atteggiamento. Una condizione anticristiana e antidemocratica nella quale si danno solo pochi uomini consapevoli, in grado di promuovere se stessi e i fratelli, di essere personalmente virtuosi e benéfici socialmente (...). Penso a tante persone, non solo cristiane. Penso a realtà e gruppi vivaci in tutto il paese; allo zelo dei parroci e all’impegno pastorale dei vescovi. Penso alla fede della Chiesa. Ma penso con grande affetto ai miei giovani, a quel migliaio di ragazzi che una volta al mese, come azione missionaria, recano, casa per casa, luogo di lavoro per luogo di lavoro, le riflessioni e il messaggio di speranza della Chiesa».
Guido Mocellin
Giornalista
