Che, fra le altre eredità di Francesco, papa Leone XIV avesse deciso di fare propria l’istanza della sinodalità, posando prevalentemente gli occhi sull’aspetto specifico della collegialità episcopale, era cosa nota in questi primi mesi di pontificato (ne abbiamo parlato qui).
Egli ha innanzitutto confermato il percorso su cui la Segreteria generale del Sinodo dei vescovi aveva scommesso negli ultimi giorni di papa Francesco; ha poi manifestato apprezzamento verso un certo grado di trasparenza, pubblicando le sintesi dei lavori dei gruppi di studio; e infine durante il concistoro di gennaio ha fatto capire che la collegialità episcopale verrà praticata e che in particolare il collegio cardinalizio (di fatto quello che l’ha eletto) diverrà luogo permanente di consultazione per le necessarie decisioni atte a governare la Chiesa.
Nel discorso al termine del concistoro, l’8 gennaio Leone XIV ha infatti affermato: «Abbiamo fatto anche un’esperienza di sinodalità, non vissuta come tecnica organizzativa, ma come strumento per crescere nell’ascolto e nelle relazioni. E certo dobbiamo continuare e approfondire questi incontri».
In America Latina e in Germania
Un altro punto di prova della tenuta del tema sinodalità anche sotto questo pontificato è quello del suo stato di «avanzamento» presso le diverse regioni del mondo. Come abbiamo già sottolineato da tempo, i due poli più fecondi dal punto di vista dell’elaborazione di prassi sinodali sono, da un lato del globo, l’America Latina, dall’altro, la Germania.
La prima ha in particolare sviluppato una serie molto intensa di iniziative formative, supportata da una ricca produzione editoriale (pubblicata ora in italiano da Queriniana). A gennaio, poi, il papa ha ricevuto la Conferenza ecclesiale amazzonica (CEAMA), che, com’è noto, è un organismo che per statuto prevede la compresenza sia di vescovi sia di laici.
La seconda sta concludendo in questi giorni l’ultima Assemblea (la VI) da quando, nel lontano 2019, diede il via al Synodale Weg, il Cammino sinodale. Ma come sappiamo è stato un «cammino» molto accidentato (qui un confronto tra le posizioni tedesche e lo stato di avanzamento dei lavori del Sinodo della Chiesa universale).
Sulla Germania il papa ha detto…
Il papa – che comunque come capo del Dicastero per i vescovi ha seguito tutta la vicenda molto da vicino – sinora è stato molto cauto. In occasione della conferenza stampa di ritorno dal viaggio in Turchia e Libano, lo stesso Leone aveva cautamente detto: «Il fatto che in un luogo la sinodalità venga vissuta in un certo modo e in un altro luogo venga vissuta in modo diverso non significa che ci sarà una rottura o una frattura. Penso che sia molto importante ricordarlo».
Allo stesso tempo puntava il dito su un fatto: ci sono «molti cattolici in Germania» che non si sentono rappresentati da «alcuni aspetti del Cammino sinodale», e sono guidati da ben 4 vescovi: Gregor Maria Hanke (Eichstätt), Stefan Oster (Passau), Rudolf Voderholzer (Ratisbona) e il card. Rainer Maria Woelki (Colonia). «Pertanto, c’è bisogno di ulteriore dialogo e ascolto all’interno della Germania stessa, affinché nessuna voce venga esclusa, affinché la voce di coloro che sono più potenti non zittisca o soffochi la voce di coloro che potrebbero essere molto numerosi ma non hanno posto per parlare e far sì che le proprie voci e le proprie espressioni di partecipazione alla Chiesa siano ascoltate».
I temi, le fazioni, il «tavolo» a Roma
Tradotto: in America Latina si procede perché c’è un accordo condiviso; in Germania, meglio attendere, anche perché i 15 documenti approvati dall’assise tedesca hanno creato dibattito (e fazioni) anche a livello di Chiesa universale.
Infatti, i temi trattati, che avevano per oggetto questioni molto dirette (e quindi) divisive, come il potere, la morale sessuale, il ruolo delle donne, la formazione dei preti; e il fatto che in forma esplicita si è parlato di un futuro organismo, il Consiglio sinodale, nel quale i laici potrebbero avere potere decisionale al pari dei vescovi, hanno fatto sì che la minoritaria ma vociante fronda dei 4 vescovi (sui 27 totali) abbia messo in difficoltà non solo il Cammino sinodale ma il rapporto tra Conferenza episcopale tedesca e Roma, con la quale alla fine si è aperto un «tavolo» di confronto permanente (una sintesi di uno degli ultimi incontri si trova qui).
Partirà il Consiglio sinodale
Tuttavia, il compromesso trovato al «tavolo», che cioè Roma dovrà confermare, ovvero approvare, le decisioni prese dal futuro Consiglio sinodale tedesco, il cui statuto è pronto, dovrebbe comunque consentire all’organismo di iniziare i propri lavori iniziare nel prossimo novembre. L’approvazione da parte della VI Assemblea riunita a Stoccarda sembra relativamente certa, ma è possibile che vengano apportate alcune modifiche.
Qui è a tema, tra le altre cose, l’elezione dei membri ancora mancanti nel Consiglio sinodale. Infatti, oltre ai 27 vescovi locali e ai 27 rappresentanti dello Comitato centrale dei cattolici tedeschi il nuovo organo dovrebbe comprendere altri 27 componenti. Si sta cercando inoltre di riportare a bordo i vescovi recalcitranti.
Il presidente Bätzing lascia
Alla fine di questo laborioso processo, chi ne ha fatto le spese è stato il tessitore principale, nonché il parafulmine su cui si sono scagliati i vari strali (ricordiamo in particolare l’intervento a gamba tesa del presidente della Conferenza episcopale polacca): mons. Georg Bätzing, il presidente della Conferenza episcopale.
E infatti, qualche settimana fa ha dichiarato che non si sarebbe ricandidato a febbraio per un secondo mandato alla guida dell’organismo dei vescovi e si è presentato dimissionario davanti ai 230 delegati di Stoccarda.
Peccato, a leggere questa sua intervista del 2021, che pubblicammo in italiano sul Regno, non si aveva di certo l’impressione di una persona rigida o rivoluzionaria ante litteram, ma, al contrario, di una persona mite, animata da un forte amore per la Chiesa.
Maria Elisabetta Gandolfi
Caporedattrice Attualità per “Il Regno”
