Un salvagente arancione tra le onde grigie del Tirreno. È l’immagine con cui i vescovi della Calabria aprono la loro dichiarazione del 22 febbraio 2026: il comandante della Guardia Costiera di Tropea lo riconosce prima ancora di capire che attorno a quel salvagente c’è ancora un uomo. O quel che ne resta. Da Scalea ad Amantea, da Paola a Tropea, da Pantelleria a Custonaci, le coste calabresi e siciliane hanno restituito nelle ultime settimane almeno quindici corpi senza nome, vittime dei naufragi silenziosi consumati dal ciclone Harry tra il 15 e il 22 gennaio. I dispersi totali, secondo le organizzazioni umanitarie, potrebbero essere un migliaio.
Non è una tragedia
A dare voce alla denuncia più netta è l’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, che in un messaggio inviato a Mediterranea Saving Humans sceglie le parole con precisione chirurgica: «Nel Mediterraneo l’ennesima strage – non è una tragedia! – consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche – di ieri e di oggi –, colpevolmente dimentiche dei diritti inalienabili dell’essere umano, in violazione del diritto internazionale e delle convenzioni sul soccorso».
La distinzione tra “strage” e “tragedia” non è retorica. Una tragedia è un accidente. Una strage ha dei responsabili. Lorefice li indica: «Queste vittime – questi volti e questi corpi cancellati dei poveri – sono l’ennesimo frutto delle scelte disumane dell’Europa e dell’Italia capaci solamente di legiferare contenimento e abbandono». E ancora: «Questi corpi umani che il mare ha riconsegnato sono una chiara denuncia di chi per mera propaganda populista rivendica il risultato della riduzione degli sbarchi».
I numeri della vergogna
I dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, citati nella dichiarazione dei vescovi della Calabria, sono impietosi: nei primi mesi del 2026 i morti sono triplicati rispetto all’anno precedente – 452 vittime nel solo mese di gennaio, contro 93 dello stesso periodo del 2025. «Meno arrivi, più morti», sintetizzano i presuli calabresi. Un’equazione che smonta ogni narrazione sul “successo” delle politiche di blocco.
La Chiesa non tace
«Noi vescovi di Calabria non possiamo tacere», scrivono i presuli della Conferenza Episcopale Calabra. «Lo diciamo con la fermezza di chi sa che il silenzio, in certi momenti, diventa complicità». La loro dichiarazione si chiude con una richiesta precisa alle istituzioni: aprire corridoi umanitari sicuri, garantire alle procure di Paola, Vibo Valentia e Trapani le risorse per identificare i corpi, e «smettere di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva senza considerare chi muore».
Solidarietà a Lorefice – raggiunto da insulti sui social dopo le sue parole – è arrivata anche dal presidente della Conferenza Episcopale Siciliana, mons. Antonino Raspanti, vescovo di Acireale: «Ritengo del tutto ingiusti e lontani non solo dallo spirito cristiano, ma anche da un senso di umanità gli attacchi e gli insulti rivolti all’Arcivescovo di Palermo. Mi sembra un campanello di allarme che si reagisca con aggressività dinanzi a un richiamo al senso di umanità». Raspanti è esplicito: «Il pensiero espresso da mons. Lorefice è, in verità, il pensiero della Chiesa tutta».
Il grido di Francesco
Lorefice richiama la domanda che papa Francesco rivolse al mondo da Lampedusa nel luglio 2013: «”Adamo dove sei?”, “Dov’è il tuo fratello?” […] Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: “Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo? Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle?”». E guarda avanti: «Ci è di grande sostegno la visita a Lampedusa programmata da Papa Leone XIV il 4 luglio prossimo».
La Caritas diocesana di Palermo, nella propria nota di solidarietà, ricorda che «le sue affermazioni nascono da uno sguardo evangelico e da una profonda attenzione alla dignità di ogni persona». Il richiamo finale è per tutti: «Il dialogo, anche quando è critico, deve sempre mantenere toni civili e costruttivi».
Umanità in gioco
«È l’umanità a essere in gioco simbolicamente nel Mediterraneo», scrive Lorefice, con un pensiero che corre anche «all’altra strage in atto della Striscia di Gaza». Un’umanità «che pare progressivamente sparire dall’orizzonte della politica contemporanea, dominata dalle derive nazionalistiche, dalla competizione spietata, dalla guerra ai poveri e ai migranti, dal rifiuto dell’altro». I vescovi calabresi chiudono con una frase senza appello: «Il mare ci chiede conto. Quei morti ci chiedono conto e noi non possiamo rispondere con il silenzio».
Paolo Tomassone
Giornalista
