L’antisemitismo non è un’opinione. Marcello Flores su Il Regno

Seconda tappa per «Parola per parola», la rubrica che Il Regno – Attualità ha affidato allo storico Marcello Flores. Dopo aver esplorato nel numero precedente il concetto di «giustizia internazionale», Flores affronta ora – sul numero 4 della rivista – una parola che attraversa come una ferita aperta la storia moderna e contemporanea: antisemitismo.

Un termine «tutto sommato recente, moderno», avverte subito lo storico, che ne rintraccia la nascita precisa: il 1879, quando il giornalista tedesco Wilhelm Marr lo conia nel suo pamphlet La vittoria del giudaismo sul germanesimo. Una genealogia che Flores ricostruisce con il rigore e la chiarezza che i lettori de Il Regno hanno imparato a conoscere nella prima uscita della rubrica.

 

Dalle pseudoscienze al razzismo politico

La novità del termine inventato da Marr, spiega Flores, sta nel superamento della dimensione religiosa dell’antigiudaismo per connettersi «alle nuove tendenze pseudoscientifiche del social-darwinismo, che cercava d’applicare ai fenomeni sociali le idee di lotta per l’esistenza, travisando in maniera organicista le idee espresse da Charles Darwin sulla selezione naturale». L’antisemitismo nasce dunque come figlio della modernità, non come residuo del passato: si nutre delle teorie razziali di Gobineau, dello spirito del Völk teorizzato da Herder, del nazionalismo che attraversa l’Europa dopo le rivoluzioni del 1848.

Marr non si limitava a condividere il conservatorismo del suo tempo: rifiutava l’idea stessa che gli ebrei potessero assimilarsi, accusando il liberalismo di aver permesso loro di «controllare la finanza e l’economia industriale del paese». Nel 1879 fonda la Lega antisemita. Le sue idee, inizialmente marginali, si diffonderanno dopo la sua morte nel 1904, diventando parte del patrimonio ideologico dei movimenti völkisch e dei partiti nazionalisti tedeschi.

 

Dreyfus, il sionismo e la battaglia per i diritti

Flores colloca l’antisemitismo dentro un quadro più ampio di tensioni che attraversano la fine dell’Ottocento. Quando nel 1894 esplode in Francia l’affaire Dreyfus, «l’antisemitismo è ormai diventato una componente consueta e centrale dei movimenti nazionalisti, ed è in Europa il motivo dominante degli atteggiamenti e comportamenti razzisti». Per contrappeso nasce il movimento sionista, e nello stesso scorcio di fine secolo, nel 1898, viene fondata la Ligue des droits de l’homme, prima organizzazione esplicitamente dedicata alla difesa dei diritti umani.

Lo storico fotografa così un momento cruciale: «Razzismo, antisemitismo, diritti umani, libertà si combattono per conquistare le menti dei popoli che si sono affacciate alla modernità e ne stanno vivendo in pieno le contraddizioni».

 

Hitler e l’«antisemitismo della ragione»

Il passaggio su Hitler è tra i più illuminanti dell’intervento. Flores mostra come il futuro dittatore, già nella primavera del 1919, faccia propria la tesi del Dolchstoss – la «pugnalata alla schiena» che attribuiva la sconfitta tedesca agli ebrei e ai socialisti – e si schieri con chi caldeggia un «antisemitismo della ragione»: non la violenza spontanea, ma la discriminazione sistematica attraverso la forza della legge. L’idea di fondo che Hitler elabora già nel 1919 – «che dietro le tragedie sue personali e collettive dei tedeschi vi siano sempre gli ebrei» – rimarrà una costante e verrà «solo perfezionata e arricchita negli anni che lo porteranno al potere e poi ad attuare la più intensa, profonda e violenta politica antisemita che la storia avesse mai visto».

 

Una «potenza mondiale»

Flores ricorda la definizione folgorante dello storico Salo Baron, che nel 1942 alla Columbia University osservava che con Hitler «l’antisemitismo è diventato una potenza mondiale». La conoscenza della Shoah, lenta e contraddittoria, cambiò radicalmente il panorama: le espressioni aperte di antisemitismo quasi scomparvero, l’antisemitismo politico organizzato cessò di esistere. Ma – avverte Flores – «gli stereotipi e i pregiudizi erano duri a morire, anche se non si manifestavano apertamente».

 

Il nodo irrisolto: antisemitismo e antisionismo

La parte più attuale dell’intervento riguarda il legame tra antisemitismo e antisionismo, che si intreccia a partire dalla nascita dello Stato d’Israele nel 1948. Flores descrive una «gamma d’intreccio tra i due termini che rende sempre meno lineare e chiara la definizione d’antisemitismo»: a volte è l’antisionismo a estendersi fino ad abbracciare tutti gli ebrei divenendo antisemitismo, a volte è il contrario. Un groviglio che resta al cuore del dibattito contemporaneo, reso ancora più incandescente dai conflitti in Medio Oriente.

 

Le letture: Sartre, Adorno e gli studi più recenti

Come nella prima uscita, la rubrica è arricchita da una «Guida di lettura» che propone testi fondamentali per approfondire. Jean-Paul Sartre, con le sue celebri Riflessioni sulla questione ebraica del 1946, ricorda che l’antisemitismo «non rientra nella categoria dei pensieri protetti dal diritto di libera opinione» ma è «anzitutto una passione». Theodor W. Adorno, in una conferenza del 1962 rivolta agli educatori, mette in guardia sul ruolo della famiglia e della scuola nella trasmissione dei pregiudizi. A questi classici si affiancano i più recenti Key Concepts in the Study of Antisemitism (Palgrave Macmillan, 2021), che ricostruisce la periodizzazione storica del fenomeno dalla giudeofobia pagana al «nuovo antisemitismo» globale, e il volume di Steven Beller L’antisemitismo (Il Mulino), che definisce l’antisemitismo come «una forma estrema di pensiero esclusivista moderno» e gli ebrei come «il termometro del livello di intolleranza raggiunto da una società».

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