Jürgen Habermas, filosofo e sociologo tedesco, è morto il 14 marzo a Starnberg, all’età di 96 anni. Per ricordarlo, sfogliando le annate de Il Regno riandiamo a domenica 14 ottobre 2001, quando nella Pauluskirche di Francoforte gli venne consegnato il premio per la pace conferito annualmente, in seno alla Fiera del libro, dal Deutscher Buchhandel, che raccoglie il mondo dell’editoria tedesca. Erano presenti l’allora presidente federale J. Rau, il cancelliere G. Schröder e il ministro degli esteri J. Fischer.
Una società post-secolare
La relazione tenuta da Habermas per l’occasione (il cui testo integrale, in una nostra traduzione dal tedesco con sottotitoli redazionali, è consultabile qui) individua, in seno a una società fortemente post-secolare, nella relazione fra convinzioni civili di matrice religiosa e forme del sapere scientifico il nodo intorno a cui costruire il concetto e le pratiche di una nuova stagione della politica e delle istituzioni della democrazia. La riflessione di Habermas si fonda su tre elementi.
Fra motivazioni religiose e vita pubblica
Lo sviluppo teorico di un common sense illuminato dal sapere scientifico quale codice intorno a cui costruire un condiviso e condivisibile giudizio di civiltà. L’introduzione della categoria di «spinta riflessiva» come matrice interna e propria alle stessi fedi religiose nella loro argomentazione pubblica rispetto a temi in cui si decide della figura dell’uomo. Infine, la configurazione del «soggetto relazionale» quale istanza critica da elaborare per sottrarre l’umano all’indebita naturalizzazione del soggetto operata dalle scienze moderne.
La fine di una laicità dello stato asettica e autoreferenziale deve condurre a riscoprire nel confronto civile e democratico fra motivazioni religiose e vita pubblica una feconda e reciproca obbligazione in ordine al giudizio politico e alla scelta legislativa.
