È come aver messo in moto una grande automobile alimentata a diesel: lentamente avanza. Ha una rotta di massima e non compie brusche variazioni; intanto, lentamente, procede. Ogni tanto si ferma e il suo capiente bagagliaio si riempie…
Forse è un azzardo, ma mi pare che quella sinodale sia davvero una «macchina» che, nonostante tutto, procede e procede…
Chiese locali e regionali
Proviamo a seguire il suo attuale percorso. L’ultima volta in cui l’avevamo lasciata si parlava dei rapporti provvisori dei Gruppi di studio (novembre 2025, su re-blog.it) e del relativo approfondimento su Il Regno. Poi il focus si è spostato nelle Chiese locali, specialmente la Germania e l’America Latina (re-blog.it, 1.2.2026; Regno-att. 4,2026,71).
In effetti, anche se sotto traccia, tante sono le realtà ecclesiali che stanno riflettendo o sul Documento finale del Sinodo o più in generale sulla sinodalità. Ne traggo alcune solo tra quelle che emergono dalla mia rassegna stampa: Cremona; Milano, che sta sperimentando per la prima volta assemblee congiunte dei consigli pastorale e presbiterale, assieme ai decani e all’Équipe sinodale; e infine Crema, per quanto riguarda l’Italia.
Paraguay, Perù e Irlanda, che lancia per ottobre la sua assemblea sinodale nazionale, per quanto riguarda l’estero.
A livello regionale, segnalo che il CELAM ha lanciato il primo corso di licenza di teologia pastorale sinodale, e che l’assemblea della CEAMA è giunta ormai alla VI edizione.
I Gruppi di studio
Il 20 febbraio si è aggiunta una novità sul fronte della Chiesa universale: ai famosi Gruppi di studio (considero nel novero anche le tre Commissioni sul diaconato femminile, canonistica, sulla poligamia, oltre ai 10 istituiti nel 2024 e ai 2 voluti da Leone XIV nel luglio 2025 sulla liturgia e sullo statuto delle conferenze episcopali) che con i loro temi hanno proceduto parallelamente alla discussione del Sinodo dei vescovi, riunitosi nelle due sessioni del 2023 e del 2024, si è aggiunto il 16°, quello della Commissione canonistica orientale sul Codice dei canoni delle Chiese orientali, che deve «elaborare proposte di revisione del CCEO alla luce del cammino sinodale».
Ora iniziamo ad avere i risultati del loro lavoro.
La prima a tagliare il traguardo è stata la Commissione di studio sul diaconato femminile che, come sappiamo, il 4 dicembre 2025 ha detto «no» alle donne diacono, anche se non è giunta ad «alcuna certezza definitiva» quanto a possibili decisioni future (Regno-doc. 1,2026,21).
Il Gruppo 3 e il Gruppo 4
A pari merito, il 3 marzo sono usciti i rapporti definitivi dei Gruppi di studio n. 3 e n. 4, che si sono occupati rispettivamente di missione nell’ambiente digitale e della Ratio fundamentalis che regola la formazione nei seminari.
Per un commento al primo, rimando all’articolo di Guido Mocellin su Avvenire nella rubrica «Wikichiesa» del 14 marzo, in cui annota che il documento, oltre a riprendere alcuni fondamentali della vita digitale, come ad esempio il suo essere un mondo che risponde a categorie proprie, e mettere in luce alcune cautele, indica alcune «prudenti» proposte per integrare la missione digitale nella pastorale ordinaria.
Quanto al Gruppo 4, ne ha scritto sull’ultimo numero del Regno don Marco Vitale, formatore della diocesi di Roma. Vitale mette in luce come il rapporto finale del Gruppo 4 insista su un concetto, quello che «l’identità presbiterale non può prescindere dalla relazione con la comunità» e che quindi è necessario predisporre «ecosistemi formativi aperti, che espongano costantemente il candidato all’esercizio sano della propria fragilità relazionale», alle fatiche e ai conflitti senza la mediazione dei formatori.
L’altro punto che emerge dal Gruppo n. 4 è il debole ruolo dei laici (e nello specifico delle donne) a partire dalle proprie competenze esercitate lungo il percorso formativo; essi infatti «possono offrire pareri», ma non in forma «obbligatoria».
Gruppo 5: le donne
Il 10 marzo è stato poi pubblicato il rapporto finale del Gruppo n. 5, quello che aveva uno statuto più speciale degli altri, essendo formato da membri del Dicastero per la dottrina della fede e sulla cui esposizione in Sinodo erano volati gli stracci (lo ricostruisce con cura Phyllis Zagano nell’ultimo numero di Attualità). Il Gruppo, che inizialmente si doveva occupare di ministeri, ha poi modificato, su richiesta della Segreteria del Sinodo, il suo oggetto, puntando direttamente alla questione delle questioni, cioè al ruolo delle donne nella Chiesa.
Come ho osservato nell’ultimo numero di Attualità, questo rapporto da un lato prende atto che la mentalità clericale e maschilista nella Chiesa è dura a morire e dall’altro sancisce definitivamente lo sganciamento tra ordinazione sacerdotale ed esercizio della potestas di governo.
E se è vero che non azzarda proposte nuove, è altrettanto vero che nella sua lunghissima appendice di fatto afferma che almeno si può discutere il binomio tra «principio mariano» e «principio petrino» che sin qui ha relegato le donne nella Chiesa a ruoli di serie B.
Intermezzo: Amoris laetitia e i laici assenti
Cogliendo l’occasione del 10° anniversario della pubblicazione dell’esortazione apostolica Amoris laetitia, Leone XIV scrive un breve messaggio in cui a sorpresa invita «i presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo per un summit sulla famiglia in Vaticano. Non un sinodo, non un concistoro, ma un evento di ascolto, dialogo e riflessione», come scrive Vatican News il 19 marzo.
Lo scopo, precisa papa Leone nel messaggio, è «di procedere, nell’ascolto reciproco, a un discernimento sinodale sui passi da compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie oggi, alla luce di Amoris laetitia e tenendo conto di quanto si sta realizzando nelle Chiese locali».
Curioso che, mentre ribadisce che l’annuncio e la testimonianza del Vangelo in questo ambito non possono avvenire «se non per mezzo dei fedeli laici e, in particolar modo, delle famiglie», il messaggio dice chiaramente che al summit di ottobre sono invitati solo dei vescovi: sottolinea questa già vista assenza Severino Dianich sul numero di marzo della rivista.
Il tema è insistito anche dal cardinale e canonista Francesco Coccopalmerio che, in un suo nuovo libretto – Chiesa Sinodale in Cammino, il documento finale del Sinodo dei Vescovi 2023-2024. Una rilettura pastorale (LEV 2026) –, afferma su Vatican News che «un atto di governo della Chiesa fatto dal solo parroco o dal solo vescovo, è come una celebrazione della messa fatta dal solo sacerdote. Tutti devono partecipare a questo atto, così come tutti devono partecipare alla messa».
La questione poligamia
Tra gli episcopati più critici di Amoris laetitia, e in particolare dell’approccio misericordioso della nota 351 del c. 8, che consente a certe condizioni l’accesso all’eucaristia per le persone in situazione matrimoniale «irregolare», sicuramente quello africano spiccava. La discussione si era particolarmente arroventata sul tema dei divorziati risposati, ma i vescovi africani insistettero per inserire anche la questione della poligamia. Nella Relazione di sintesi della I sessione sinodale (n. 16q) veniva incoraggiato «il SECAM (Simposio delle conferenze episcopali dell’Africa e del Madagascar) a promuovere un discernimento teologico e pastorale sul tema della poligamia e sull’accompagnamento delle persone in unioni poligamiche che si avvicinano alla fede». E nei primi mesi del 2024, prese vita una commissione ad hoc rappresentativa di tutti gli episcopati del continente.
Il Rapporto finale della Commissione sulla poligamia, reso noto il 24 marzo, pronuncia un chiaro «no» al battesimo e quindi a tutti gli altri sacramenti a chi vive la poligamia, in primis l’uomo, posto che quello della donna poliandrica non è un fenomeno particolarmente significativo. Il matrimonio monogamico, infatti, ha un fondamento scritturistico e non meramente culturale.
«Nel contesto africano contemporaneo, sono state adottate diverse pratiche pastorali per affrontare le situazioni di poligamia. Alcune richiedono al poligamo che desidera accedere ai sacramenti di scegliere una sola moglie, garantendo giustizia e sostegno alle altre donne e ai loro figli. Altre istituiscono un “catecumenato permanente”, accogliendo la persona nella comunità senza accesso ai sacramenti. A volte, la prima moglie viene battezzata quando è considerata vittima di un’unione poligama subita. Infine, la “poligamia velata” – unioni multiple non ufficializzate – richiede un accompagnamento specifico, spesso incentrato sulla donna e sui figli» (cf. la Sintesi del Rapporto finale).
Interessante notare che nel testo si dice che la pratica della poligamia, più o meno istituzionalizzata, è presente anche al di fuori dell’Africa (vengono elencati i paesi nei quali è una prassi legale: Afghanistan, Arabia Saudita, Bahrain, Bangladesh, Burma, Brunei, Cambogia, Emirati arabi uniti, Indonesia, Iraq, Iran, Giordania, Kuwait, Laos, Libano, Oman, Pakistan, Qatar, Sri Lanka, Siria) e che vi sono «altre forme postmoderne di poligamia» nonché «il fenomeno in crescita, in particolare nelle Americhe, del “poliamore”».
Certamente sarà interessante vedere se a ottobre la nostra «macchina» farà un «tagliando» su questo tema.
I poveri, Gruppo 2
Nello stesso giorno (24 marzo) è uscito anche il Rapporto finale del Gruppo di studio n. 2, quello dedicato ad «Ascoltare il grido dei poveri e della Terra». Ricco e articolato, dopo un’introduzione del card. Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, si presenta tripartito in una sezione metodologica, in una dedicata a una sintesi complessiva e in una dedicata a 6 Appendici che rispondono ai 5 quesiti che hanno costituito l’ossatura del lavoro («Ascolto: mezzi esistenti e nuovi», «Collegamento tra comunità e servizio», «Iniziative di Rete e advocacy per i diritti», «Ricerca teologica in ascolto», «Formazione all’ascolto dei poveri e della Terra»), più la presentazione di un «Osservatorio ecclesiale sulla disabilità», che è una delle proposte concrete del Gruppo e che potrebbe costituire un «modello a livello locale per l’ascolto di altri gruppi marginalizzati».
Czerny sviscera il tema del Gruppo, analizzando il titolo che gli è stato affidato, interrogandosi sul termine «povero» o su come si debba estendere il termine «grido», che potrebbe coinvolgere la «partecipazione e la leadership delle donne, dei giovani, delle popolazioni indigene». Nella parte dedicata alla sintesi si menzionano anche i gruppi LGBTQ+, le persone disabili e le vittime di violenza sessuale o di abusi: a questo proposito si chiede che la Pontificia commissione per la tutela dei minori modifichi il proprio nome per includere anche gli adulti vulnerabili, così da comprendere le persone «vittime di discriminazione di casta», come nel caso dei dalit in India.
Al cuore delle innumerevoli proposte del Gruppo sta una «teologia sinodale radicata nell’incontro con le comunità impoverite e con le comunità ecologiche». Per quanto riguarda l’aspetto teologico, vengono fatte alcune specifiche raccomandazioni (mi rifaccio alla sintesi del Gruppo 2 sul sito del Sinodo): la nomina di teologi provenienti da comunità povere, marginalizzate o sottorappresentate negli organismi consultivi ecclesiali; la facilitazione dell’accesso alla formazione teologica per i laici, specialmente per le donne provenienti da comunità marginalizzate; la creazione di reti globali che colleghino i teologi alle organizzazioni che operano con le persone povere o con le comunità ecologiche; il potenziamento del dialogo tra comunità povere, cristiani di altre confessioni e partner interreligiosi sulle questioni di marginalizzazione ed ecologia; il potenziamento della formazione alla comunicazione per i teologi, inclusa la comunicazione digitale e pastorale.
Il testo non ha forse il dono della sintesi che tuttavia enuncia; eppure, è un’utile fonte per capire le molteplici direzioni verso le quali sta andando la «sollecitudine sociale» della Chiesa.
Così, anche grazie a questo allargamento d’orizzonte, la «macchina sinodale» procede e papa Leone ne sta assecondando, al momento, il percorso.
Maria Elisabetta Gandolfi
Caporedattrice Attualità per “Il Regno”
