È morto ieri a Bolognano d’Arco (Trento), all’età di 98 anni, p. Francesco Duci. Sacerdote dehoniano, ha emesso la prima professione nel 1946 ed è stato ordinato nel 1955. Il suo apostolato si è espresso principalmente nell’insegnamento della teologia e nell’animazione culturale e pastorale della Chiesa locale, segnatamente quella di Bologna. Lo ricordiamo qui attraverso un contributo che ne ritrae con gratitudine il legame con la nostra rivista «Il Regno». Redatto nel 2008, fu posto in apertura del volume collettaneo di saggi un suo onore «Collaboratori della vostra gioia» che M. Neri e M. Rossi curarono per le EDB in occasione del suo 80° compleanno.
Gesù detto il Cristo
La mia conoscenza dei dehoniani, intesi come famiglia religiosa, ha seguito, e non preceduto, l’avvio della mia collaborazione professionale con il Centro editoriale dehoniano e segnatamente con la rivista Il Regno. E tuttavia, una volta trovatomi all’interno del Regno, ho avuto modo di ricomporre in breve tempo il mosaico dei tanti significativi incontri che avevo avuto in precedenza con le persone e con le opere dei dehoniani.
Tra questi incontri, rientra anche quello con p. Francesco Duci: io giovane iscritto all’anno propedeutico dell’allora «Scuola di teologia per laici» della diocesi di Bologna, lui docente di cristologia nella gelida sala di San Sigismondo, in mano il suo volumetto Gesù detto il Cristo e negli occhi e nelle orecchie quattro indimenticabili lezioni, grazie alle quali appresi e feci mio un equilibrio tra il «Gesù della storia» e il «Cristo della fede» così solido da farmi apparire immediatamente superate e inservibili le gettonatissime «ipotesi su Gesù» che Vittorio Messori aveva da poco immesso sul mercato editoriale.
Le bozze della rivista
Passano alcuni anni, e il mio nuovo incontro con p. Duci, mentre sono già redattore de Il Regno, ha la forma anonima ma anche un po’ inquietante di una grande busta bianca, con su scritto “DUCI” a pennarello rosso; una sorta di buco nero dentro al quale scomparivano, per mano dell’indimenticato segretario Battista «Tino» Giusti, le bozze di tutti gli articoli destinati a uscire sulla rivista, compresi i «documenti», che più direttamente ricadevano sotto la mia responsabilità. Fu lo stesso Tino a spiegarmi – ma solo dopo alcuni mesi, come si conviene a ogni percorso di iniziazione – che a padre Duci spettava, per decisione maturata in seno alla congregazione a seguito della crisi redazionale del 1971, il controllo sull’ortodossia dottrinale dei materiali che Il Regno destinava alla pubblicazione, ma che potevo star tranquillo, perché «i “documenti” li guarda appena»… L’idea di avere come possibile censore il teologo di cui avevo tanto apprezzato sia la visione, sia la didattica spogliò di ogni inquietudine, ai miei occhi, la grande busta bianca, e fu facile rendersi conto che i sentimenti dei più anziani di me in redazione verso p. Duci non erano diversi.
Nella biblioteca dello Studentato
Vennero poi, finalmente, le occasioni di qualche momento a tu per tu, informale, nei locali della tipografia o presso la biblioteca dello Studentato, e con esse il piacere di scambiare opinioni e punti di vista con un lettore autorevole e attentissimo (altro che «li guarda appena»…), legato al nostro lavoro da qualcosa di più della semplice stima. Non mi è capitato spesso, né a lungo; ma in quelle occasioni parlare de Il Regno con p. Duci ha sempre significato, per me, trovare conferma e incoraggiamento a quella che via via ho compreso essere l’identità della rivista: un luogo in cui inverare una relazione tra il magistero e le istituzioni ecclesiastiche, da una parte, e la comunità ecclesiale, nella pluralità dei suoi fermenti e delle sue interazioni con il vivere civile, dall’altra, che il Concilio ha fortemente incoraggiato.
Tra Chiesa e opinione pubblica
Un luogo cioè capace di interpretare e di contestualizzare gli eventi che coinvolgono la realtà della Chiesa in modo da promuovere tra la «gerarchia» e il «popolo di Dio» una reciproca comprensione e valorizzazione – sia che si guardi alla riforma della Chiesa sia che si esprimano istanze di conservazione; in modo cioè da cogliere le rispettive istanze e intuizioni senza tacerne i limiti. Un luogo in cui non si praticano né verso le autorità ecclesiastiche, né verso gli altri attori ecclesiali atteggiamenti apologetici, ma che neppure ama il linguaggio della polemica. Un luogo, in una parola, attraverso cui far crescere nella Chiesa l’opinione pubblica: qualcosa che, per quel che ho potuto intuire, sta(va) a cuore anche a p. Francesco Duci.
Guido Mocellin
Giornalista
