Tre annotazioni su una toccata-e-fuga al Salone del libro di Torino in un sabato terso e così splendente che sembrava di poter toccare le Alpi con un dito. Un medley molto soggettivo e limitato. Anche per dire che la sensazione che la visita mi ha lasciato è stata positiva.
Tutti lo visitano
Tantissima gente: code alle casse. Per pagare. Per pagare pile e sportine di libri. Firma-copie, tanti. Il rapporto diretto con l’autore è un’altra cosa, si sa; personalizza, crea un legame, imposta un dialogo.
L’ufficio stampa del Salone conferma l’alta affluenza. Stand pieni all’inverosimile. Si fa fatica a farsi largo, ma è sabato. Quello di Torino è un Salone superpartecipato. Per comprare da Feltrinelli, per vedere gli autori noti, per ascoltare le presentazioni, per tutti i gadget libro-collegati. File ai comics, file dagli editori specializzati in romanzi gothic e fantasy; spopola lo stand allestito japanese style.
Tutti sono titolati ad andare al Lingotto: famigliole, adulti, giovani, ragazzini, bambini (tantissimi i laboratori per loro), booklover in generale: ci sono eventi per ogni gusto, senza contare il fuori Salone.
Curiosità per curiosità dell’era uno vale uno: una signora gironzola nello stand delle Edizioni Paoline e spiega alle religiose presenti che la Bibbia che espongono «è scritta solo da uomini» (lo ripete scandendo bene la frase) e che «da lì sono nate tre religioni che non fanno che litigare tra loro per stabilire quale delle tre sia la migliore». «Buona giornata, signora», è la risposta cortese delle paoline…
Tuttavia, a parte le eccezioni alla regola, ciascuno cerca la sua fetta di mondo preferita. Le star dei social (Edoardo Prati, ad esempio, e meritatamente) e del piccolo schermo (Alberto Angela, Alessandro Barbero, Luciana Littizzetto…) giocano la parte del leone. Fenomeno a parte il genere romance (sì, i romanzi d’amore!) che al Salone ha uno spazio e un biglietto a parte: tutto sold-out.
Le tante iniziative di area cattolica, sia sotto gli stand delle singole case editrici sia nell’area unitaria CEI – UELCI – Avvenire, sono partecipate: per ascoltare il card. Matteo Zuppi e Aldo Cazzullo su san Francesco, Carlo Ossola e Sabino Chialà sul misticismo (Vita e pensiero), Joseph Farrell, Annalisa Cuzzocrea e Paolo Ruffini sugli scritti di Robert Prevost (Libreria editrice vaticana), Enzo Bianchi e Ferruccio De Bortoli (San Paolo), suor Giuliana Galli e Pietro Bartolo su Lampedusa (UELCI)… solo per citarne qualcuna.
Il coraggio delle riviste
Accanto ai libri ci sono le riviste. Non solo quelle che già esistono e che partecipano di consueto al Salone. Ne ho viste lanciate di nuove: quella dell’editrice Donzelli assieme al Forum disuguaglianze e diversità e all’Associazione riabitare l’Italia, Dissonanze, e quella di Chora media, giunta ora al terzo numero, Volume, che approfondisce temi tratti dai suoi podcast.
A loro, a noi e a tutti, possiamo dire: in bocca al lupo! Fare una rivista cartacea oggi è davvero una sfida a tutto campo e forse controcorrente. Chissà.
Contaminazioni
Ci sono interessanti contaminazioni culturali: e a una di queste ho avuto modo di assistere. Il Salone ha come tema «Il mondo salvato dai ragazzini» (ispirato al saggio omonimo di Elsa Morante) e un’area di fronte al Salone Oval, il Bookstock, ha programmato una serie di eventi dedicati ai giovani. Quello di sabato pomeriggio aveva i giovani come oggetto ma anche come soggetto: presentati dai (giovani) Gloria Napolitano e Sebastian Tanzi, sul palco hanno preso la parola Tommaso Sarti e Gabriel Seroussi assieme a Kriim e Anas Moukhafi su un tema per me molto interessante: «Sociologia del maranza. Il ribaltamento degli stereotipi sulla periferia».
Seroussi, che ha scritto La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza, edito da Agenzia X, ha raccontato la genesi del termine (il primo che l’ha usato è stato Jovanotti) e le successive re-interpretazioni in chiave identificativa di una categoria di giovani italiani di seconda generazione (d’origine marocchina o nordafricana) caratterizzati da un certo abbigliamento (tute scure, felpe con cappuccio e cappellino da baseball, occhiali scuri), dalla musica ascoltata (rap e trap) e magari… da qualche furto.
Un fenomeno che etichetta e identifica un «nemico» soprattutto agli occhi di chi guarda dall’esterno un mondo nuovo, che crea allarme e panico — sottolineava Tommaso Sarti (Pisciare sulla metropoli. (T)rap, Islam e criminalizzazione dei maranza, Derive approdi), che ha fatto un dottorato sulla materia.
La contaminazione è data dal fatto che il terzo ragazzo che ha preso la parola, Anas Moukhafi, ha raccontato come il rap e il trap siano diventati occasione di riscatto ed elaborazione della propria identità culturale grazie a… un prete: l’ambrosiano don Claudio Burgio che, assieme a Giuseppina Re, nel 2004 ha fondato una comunità «non punitiva», dice Anas, ma «una vera e propria famiglia che mi ha accolto quando avevo 14 anni ed ero in carcere. Lì ho potuto scegliere, decidendo se lasciare passare il tempo e viverlo come un chronos o invece come un’occasione speciale, un kairos».
Dieci anni dopo Anas Moukhafi è il direttore discografico dell’omonima casa editrice che scopre giovani talenti del rap e del trap, uno dei quali è l’italo-egiziano Kriim che ha detto come per lui fare musica è libertà, aggregazione, racconto in prima persona per evitare di farsi raccontare dagli altri, per cercare una propria identità e non sentirsi «figli di nessuno»; non solo, grazie a don Burgio e a Kairos, Kriim dice che si è riavvicinato all’islam, un elemento molto importante della propria vita attuale.
Maria Elisabetta Gandolfi
Caporedattrice Attualità per “Il Regno”
