È stata una piacevole sorpresa trovare nell’enciclica di Leone XIV Magnifica humanitas riferimenti alla sinodalità. Il testo, a 135 anni dalla Rerum novarum, è caratterizzato primariamente dall’aggettivo «sociale» – e in effetti il papa stesso in qualche modo l’ha posto in questa scia –; ma solo una lettura superficiale fa passare in secondo piano il fatto che vi siano al suo interno alcuni criteri metodologici applicati non solo al vivere civile, ma innanzitutto alla comunità ecclesiale. Tra gli altri, quello della sinodalità, intesa come stile ordinario della vita della Chiesa per discernere, governare e decidere (cf. nn. 10 e 86). Ovviamente l’uscita dell’enciclica ha oscurato altri testi che nel frattempo erano stati pubblicati dalla Segreteria generale del Sinodo e che stanno gettando le basi del percorso aperto da papa Francesco e nel quale anche Leone ha deciso di scommettere.

 

L’organizzazione ferrea della fase attuativa

Appena una settimana prima dell’enciclica era stato infatti pubblicato un serrato calendario di «tappe, criteri e strumenti», intitolato Verso le assemblee 2027-2028. Come si vede da questa sommaria timeline, questa fase «attuativa» se da un lato non vuole introdurre «compiti aggiuntivi rispetto alla vita ordinaria delle comunità», dall’altro propone la celebrazione di assemblee a livello diocesano, regionale e continentale, secondo una tempistica piuttosto intensa.

La domanda che fa da filo conduttore è: «Alla luce del percorso compiuto dopo la conclusione del Sinodo 2021-2024 e in vista di offrirne i frutti in dono alle altre Chiese e al santo padre: quale volto concreto di Chiesa sinodale missionaria e quali nuovi cammini di sinodalità stanno emergendo nella vostra comunità?».

Alla luce del Documento finale del Sinodo 2021-2024; delle Tracce per la fase attuativa del Sinodo (29.6.2025); dei rapporti finali dei gruppi di studio e di questo stesso testo, si tratterà di produrre «resoconti narrativi» sui campi di sviluppo della sinodalità; «relazioni teologico-pastorali»; «rapporti di prospettiva» nonché «lettere alle altre Chiese locali»… È incredibile come il lessico possa arricchirsi di termini (e di lavoro sotteso)!

 

Ancora più laici per scegliere i vescovi

Per fare un po’ d’ordine sui materiali dei gruppi di studio: sono usciti i testi definitivi dei gruppi 2 (poveri), 3 (ambiente digitale), 4 (formazione sacerdotale), 5 (ruolo delle donne), a cui abbiamo affiancato quello sul diaconato e quello sulla poligamia (cf. articolo di re-blog.it sui primi rapporti finali).

Ai primi di maggio anche il gruppo 7 e 9 hanno (quasi) terminato i lavori. Il primo, che si è occupato di «Alcuni aspetti della figura e del ministero del vescovo (in particolare: criteri di selezione dei candidati all’episcopato, funzione giudiziale del vescovo, natura e svolgimento delle visite ad limina apostolorum) in prospettiva sinodale missionaria», ha reso noto un Rapporto finale sulla selezione dei candidati all’episcopato. In sostanza, la proposta fatta dal gruppo va nella direzione da un lato di potenziare gli strumenti già previsti dal diritto canonico, dall’altro di allargare la partecipazione ai laici e in generale ai non vescovi nel processo d’individuazione di candidati per le sedi episcopali.

 

Il metodo delle questioni «emergenti»

Il secondo, invece, che si è occupato dei «Criteri teologici e metodologici sinodali per il discernimento condiviso di questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti», propone una metodologia di lavoro che merita d’essere analizzata un po’ più nel dettaglio, oltre il caso esemplificativo del tema dell’omosessualità nella Chiesa che, naturalmente, ha ottenuto larga eco mediatica (Rapporto finale del gruppo 9 sulle questioni emergenti).

I 7 componenti del gruppo (il card. Castillo Mattasoglio, presidente, assieme a mons. Iannone, oggi prefetto del Dicastero per i vescovi, P. Coda, M. Chiodi, C. Casalone, suor J. Ngalula e S. Morra), che hanno scelto di sostituire l’ultimo termine del titolo del gruppo da «controverse» a «emergenti», affermano infatti che si tratta di una modifica figlia della necessità di un «cambio di paradigma»: «mentre la formula “questioni controverse” rinvia principalmente al piano teorico e alla necessità della “soluzione di un problema”, l’espressione “questioni emergenti” evidenzia la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona, e al contempo rimanda a una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”, secondo quanto indicato dal Documento finale del Sinodo» (nn. 45, 105 e Parte II).

 

Un «cambio di paradigma»

In che cosa consiste il «cambio di paradigma»? Significa riscoprire «la concezione biblica della verità di Dio che si rivela nella storia e che lungo una storia di amore di Dio con noi ci conduce a viverla sempre più pienamente, promuovendo un processo di apprendimento condiviso nella comunità cristiana» dei «contenuti veritativi ed etici della doctrina christiana [che] va sempre e radicalmente misurata sul metro della sacra Scrittura» e «all’evento di Gesù Cristo come attuazione escatologica dell’umano».

Ciò consente di formulare «un’ermeneutica dell’umano che ne assume il carattere storico, esperienziale, pratico, in contesto», come mostrato dal Vaticano II, che valorizza l’accoglienza e le relazioni con tutte le persone, specialmente le più fragili. Infatti «è in tutte queste relazioni che ciascuno decide di sé nel suo originario e fondante rapporto con Dio, che se ne sia consapevole o no». Tali relazioni «istituite, sociali e culturali» formano un tutto da considerare rispetto all’annuncio del kerygma, nella libertà e responsabilità «del progetto d’esistenza che a ciascuno/a è offerto in conformità al disegno divino di salvezza, manifestato escatologicamente in Cristo».

 

La «conversione relazionale»

Tre sono le dinamiche che favoriscono il cambio di paradigma, secondo una logica non tanto «applicativa» di principi – che tuttavia non sono da escludere come metro di riferimento – ma «integrativa», per cui le «questioni “emergenti” sono parte integrante del discernimento ecclesiale». Innanzitutto la «dinamica della conversione relazionale», che consente «sintesi momentanee rimaneggiabili» costruite insieme; poi «la dinamica dell’apprendimento comune», dove ciascuno impara dall’altro e dai diversi saperi e competenze; e ancora la «dinamica della trasparenza», dove non si tratta solo di «dire» la verità ma anche di farla.

Il testo chiude sull’approfondimento teologico del principio di pastoralità (la Chiesa deve non tanto elaborare una «teoria compiuta da applicare ai diversi casi» ma mettersi in moto in un «processo di continua teorizzazione e attuazione») e con una descrizione delle «modalità procedurali del discernimento nel contesto della “conversazione nello Spirito”». Entrambi utili per evitare che la sinodalità sia ridotta «a espediente organizzativo».

 

Nell’enciclica il cerchio si chiude

Ciò che mi ha colpito è il fatto d’aver ritrovato questo medesimo impianto metodologico nell’enciclica del papa. Afferma infatti Leone XIV al n. 25: «La comprensione della verità come dono da condividere e non come possesso da rivendicare libera la Chiesa dalla tentazione di rimpiangere forme di presenza fondate sul potere (…) Sulla stessa scia, ho ribadito che la Chiesa “non vuole alzare la bandiera del possesso della verità”, perché la verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere (…) È una verità che non teme la diversità, ma la accoglie e la ordina; che non elimina i conflitti, ma li trasfigura; che ricompone ciò che la storia tende a disperdere. Da qui anche l’immagine del poliedro, una figura dalle molte facce, nelle quali si riflette, da angolature diverse, la stessa verità del Vangelo».

In questo modo la dottrina sociale diventa «un cammino di discernimento comunitario» (n. 27). Ovvero sinodale (cf. nn. 10, 86, 89): e il cerchio si chiude.

Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi

Caporedattrice Attualità per “Il Regno”

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