È morto il 16 giugno a Roma, all’età di 95 anni, il card. Camillo Ruini. Era nato a Sassuolo, diocesi di Reggio Emilia; ordinato al sacerdozio nel 1954, quando era ventitreenne, poco meno di trent’anni dopo venne consacrato vescovo e nominato ausiliare di Reggio Emilia. Dopo averlo voluto in prima fila, come vicepresidente del Comitato preparatorio, nella celebrazione del II Convegno ecclesiale nazionale (Loreto 1985), papa Giovanni Paolo II lo scelse per il ruolo di segretario generale (1986-1991) e poi di presidente (1991-2007) della Conferenza episcopale italiana e di suo vicario generale per la diocesi di Roma (1991-2008); contestualmente (1991) Giovanni Paolo II lo creò cardinale.
A testimoniare il ruolo centrale del card. Ruini nella vita della Chiesa italiana ci sono i 47 testi a sua firma rinvenibili nelle annate del Regno-documenti, oltre alle centinaia di articoli di Regno-attualità in cui è citato. Tra i primi abbiamo scelto, per farne memoria, la lezione «Giovanni Paolo II. L’unità profonda di un pontificato realmente universale», che egli pronunciò il 16 ottobre 2002, durante la cerimonia che gli conferiva la laurea ad honorem all’Università di Lublino, che all’epoca presentavamo con queste parole: «L’unità profonda del pontificato di Karol Wojtyla – quasi l’eredità da trattenere e sviluppare – è individuata [dal card. Ruini] nella congiunzione organica e profonda di teocentrismo e antropocentrismo sul fondamento del cuore cristologico della fede cristiana; con aspetti conseguenti come la valorizzazione del soggetto umano nella concretezza dell’esistenza personale e sociale; la capacità di leggere i segni dei tempi nello svolgersi della storia, e di influire su di essi orientandoli verso l’autentico bene dell’uomo; la partecipazione ante litteram alla costruzione della casa comune europea, accelerata dai fatti del 1989; una visione di Chiesa “intrinsecamente orientata alla missione e all’evangelizzazione”».
Il testo è consultabile integralmente sul sito de Il Regno; qui ne riproduciamo alcuni brani relativi alla prima parte. (G. Mc.)
La persona e la missione di Giovanni Paolo II saranno il tema su cui cercherò di riflettere con voi svolgendo questa mia lezione. Mi hanno spinto a questa scelta (…) il sentimento filiale che mi unisce alla sua persona e la meditata convinzione che il suo pontificato offre una decisiva chiave di lettura per comprendere la situazione storica e spirituale degli anni che stiamo vivendo e la missione attuale della Chiesa. (…)
La comprensione dell’uomo in Gesù Cristo
Un primo elemento qualificante del pontificato di Giovanni Paolo II si può individuare nella comprensione che egli ha dell’uomo in Gesù Cristo. Nella sua prima enciclica, Redemptor hominis, egli desume dal concilio Vaticano II (Gaudium et spes, n. 22) il principio fondamentale che «con la sua incarnazione, (…) il Figlio stesso di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo» (n. 8; EV 6/1191). Poco dopo, nell’enciclica Dives in misericordia, sviluppa per così dire questo principio contestando e superando in radice la contrapposizione tra antropocentrismo e teocentrismo. (…)
In effetti, la contrapposizione tra teocentrismo e antropocentrismo caratterizza da secoli la storia del pensiero e gran parte degli sviluppi della civiltà occidentale. A partire dalla cosiddetta «svolta antropologica», la rivendicazione del primato del soggetto umano, della sua autonomia e della sua libertà è stata spesso intesa in alternativa al primato di Dio, conducendo alla progressiva esclusione di Dio stesso dalla realtà della nostra vita, e finalmente alla sua esplicita e programmatica negazione.
La ricezione ecclesiale della «svolta antropologica»
La risposta di coloro che si proponevano giustamente di conservare e difendere il primato di Dio è rimasta a sua volta troppo spesso prigioniera della medesima contrapposizione, non riuscendo quindi a far propri in misura adeguata i grandi sviluppi positivi che derivavano progressivamente dalla «svolta antropologica», sui diversi piani filosofico, artistico, scientifico, giuridico, politico, economico… Così la divaricazione tra teocentrismo e antropocentrismo ha finito con l’assumere i pericolosi connotati di un divorzio tra la fede e la cultura e dal teocentrismo è stata non di rado fatta derivare un’affrettata e non abbastanza giustificata interpretazione unilateralmente negativa, per non dire catastrofica, dell’intera storia moderna.
I tentativi di superare tale divorzio, messi in atto anche in ambito cattolico soprattutto dopo il concilio Vaticano II, hanno purtroppo dato luogo a una ricezione talvolta non abbastanza critica della «svolta antropologica», con rischi per l’integrità della fede. Tra di essi, quelli che si ispiravano al marxismo hanno inoltre paradossalmente perseverato in un’interpretazione assai negativa della storia dell’Occidente.
Teocentrismo e antropocentrismo
L’approccio di Giovanni Paolo II è invece profondamente diverso: egli supera in radice la contrapposizione tra teocentrismo e antropocentrismo e lo fa non attenuando i connotati dell’identità cristiana, ma al contrario fondandosi sul centro stesso della nostra fede, Gesù Cristo, nel quale divinità e umanità sono inseparabilmente congiunte. Dietro questo aggancio teologico sta chiaramente tutta la riflessione filosofica e antropologica sviluppata da Karol Wojtyla sulla cattedra di etica di questa università, in stretto rapporto con il tomismo autentico e in dialogo con la fenomenologia, particolarmente di Max Scheler.
È assai significativo il fatto che Giovanni Paolo II consideri la congiunzione «organica e profonda» di teocentrismo e antropocentrismo nella storia dell’uomo come parte essenziale della missione della Chiesa e come il principio forse più importante del magistero del concilio Vaticano II. Viene indicata così, nella maniera più impegnativa e autorevole, la via per superare il divorzio tra la fede cristiana e la cultura del nostro tempo ed anche per far uscire la civiltà a cui apparteniamo dalle aporie nelle quali minaccia di arenarsi.
Oggi si nega la trascendenza del soggetto umano
Oggi (…) la questione centrale sembrerebbe non essere più quella del rapporto tra teocentrismo e antropocentrismo, ma piuttosto quella della crisi dello stesso antropocentrismo, provocata dalla tendenza a ridurre il soggetto umano a una componente della natura, negando sostanzialmente la sua specificità e la sua trascendenza. Si tratta in realtà di una tendenza presente fin dall’antichità, ma che negli ultimi decenni ha preso nuovo vigore, pretendendo di imporsi come il risultato dei progressi della neurofisiologia e delle cosiddette «scienze cognitive».
In questo contesto parzialmente nuovo diventa però semmai ancora più necessaria e benefica quella valorizzazione e difesa del soggetto umano, nella concretezza della sua esistenza personale e sociale, che è una dimensione fondamentale del pontificato di Giovanni Paolo II. Così, anzi, emerge più chiaramente quanto sia fragile e privo di fondamento un antropocentrismo staccato dal teocentrismo – è impossibile infatti fondare la trascendenza del soggetto umano in un universo che non abbia alla sua origine il Dio trascendente – e parimenti si rivela inconsistente il pregiudizio che la Chiesa sarebbe nemica dell’umanesimo, quando ne è invece il più sicuro presidio. (…)
