Mattarella: «La Repubblica è di tutti». Gli 80 anni dell’Assemblea Costituente

Pubblichiamo integralmente il testo dell’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della seduta solenne di Camera e Senato per gli 80 anni dall’apertura dei lavori dell’Assemblea Costituente. Nel suo discorso il Capo dello Stato ripercorre il cammino che, all’indomani del referendum istituzionale del 2 giugno 1946, condusse le madri e i padri costituenti a dare «un volto umano» alla Repubblica, fino alla promulgazione della Costituzione il 22 dicembre 1947. Il testo integrale è disponibile anche sul sito del Quirinale.

Il prezzo della libertà conquistata

Ringrazio i Presidenti delle Camere per aver assunto l’iniziativa di rendere onore – alla presenza dei Presidenti del Consiglio di ministri e della Corte costituzionale – alle donne e agli uomini che, nella Assemblea Costituente – in questa Aula, dove si svolsero i suoi lavori – seppero dare forma alla libertà e alla democrazia degli italiani, all’indomani del referendum che scelse la Repubblica come ordinamento dello Stato, e furono capaci di garantirne l’indipendenza.

Il percorso, il progresso che l’Italia repubblicana ha compiuto in questi decenni è motivo di orgoglio per il popolo italiano e, insieme, testimonianza della saggezza e lungimiranza che le madri e i padri della Costituzione seppero esercitare in quella svolta della storia.

Non fu agevole la strada che condusse al referendum e alla elezione della Assemblea Costituente il 2 giugno del 1946.

Fu un prezzo alto quello che consentì agli italiani di conquistare il diritto di dettare le regole della propria convivenza civile dopo la dittatura e la guerra.

Lo pagarono i partigiani, le popolazioni sottoposte alle vessazioni naziste e della Repubblica di Salò, i militari lasciati allo sbaraglio e poi partecipi dello sforzo di restituire onore alla Patria con il Corpo Italiano di Liberazione e con gli oltre 600.000 militari internati in Germania, con il loro rifiuto di porsi al servizio dei nuovi invasori. Lo pagarono gli italiani di origine ebraica avviati ai campi di sterminio e quelli che nella Brigata Ebraica e nelle formazioni partigiane parteciparono alla Liberazione dell’Italia e alla costruzione di una nuova società che non vedesse l’oppressione dell’uomo sull’uomo.

Fu tutto questo che consentì alla Costituente di essere assemblea sovrana senza il tributo di una spartizione del governo dei suoi territori ad opera delle potenze alleate come sarebbe toccato, invece, ad altri Paesi dell’Asse, dove questo movimento non si manifestò.

Una classe dirigente non compromessa col regime fascista – regime che aveva messo a rischio la stessa unità d’Italia – fu in grado di assumere le responsabilità della transizione, in attesa del voto.

Nonostante l’inettitudine manifestata dalla monarchia, l’Italia non era “terra di nessuno”.

Questo il merito di quelle donne e di quegli uomini.

E il Governo Militare Alleato si trovò a dover interloquire con loro.

Corona e Governo Badoglio puntavano al mero ripristino della cornice dello Statuto Albertino, tradito dall’acquiescenza al fascismo di Vittorio Emanuele III.

Era uno scontro tra la vecchia classe dirigente monarchica, che spingeva per il ripristino puro e semplice della democrazia liberale pre-fascista, e il mondo ormai cambiato.

 

Un mondo che volgeva al termine

Contestualmente alla apertura delle urne in Italia si scatenava una sanguinosa guerra civile in Grecia; la pressione sovietica nei Paesi dell’Est europeo ne cancellava le attese di libertà.

Gli equilibri fra potenze tracciati nella prima metà del Novecento, con i loro riti, volgevano al termine.

Si affermavano spinte verso nuovi assetti internazionali più efficaci, insieme alla competizione tra sistemi politici ed economici diversi e l’avvio di un imponente processo di decolonizzazione.

Fu il governo espressione delle forze della Resistenza, guidato da Ivanoe Bonomi – presidente del Comitato di Liberazione nazionale – a varare, con il Decreto luogotenenziale 151 del 1944, la cosiddetta “Costituzione provvisoria”, che faceva giustizia delle ambizioni della dinastia di mera continuità, per aprire, invece, la strada a una svolta istituzionale.

Un passaggio che rappresentò l’atto di nascita del nuovo ordinamento italiano.

Il percorso della nuova Italia sarebbe stato affidato al popolo, attraverso una Assemblea Costituente eletta a suffragio universale diretto e segreto “per deliberare – come fu disposto – la nuova Costituzione dello Stato”.

Una rivoluzione pacifica che condusse alla transizione da monarchia a repubblica.

Nelle giornate del 2 e 3 giugno 1946 con il voto si sarebbe consumata la fine della breve monarchia dei Savoia Re d’Italia e realizzato il sogno risorgimentale di Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi: una assemblea per il patto costituzionale tra gli italiani; un nuovo Stato per l’Italia unita.

Sarebbe stato Alcide De Gasperi, ultimo Presidente del Consiglio del Regno e alla guida del primo governo della Repubblica – nella sua qualità di Capo provvisorio dello Stato – nel radiomessaggio rivolto agli italiani il 14 giugno del 1946, a riassumere la sfida che si presentava, dicendo: “Un immenso lavoro ricostruttivo abbiamo davanti a noi. La salita è faticosa. Diamoci la mano, uomini di buona volontà: comunque sia stato il vostro e il nostro voto, perché, altrimenti, senza questo sforzo comune, non riusciremo. Ma riusciremo: ho fede che il popolo italiano ha già nel cuore questo fermo proposito e che già sente le immediate esigenze sociali ed economiche. Bisogna mantenere l’ordine, bisogna lavorare, bisogna produrre.” E ancora: “Uniamoci, Italiani, nel pensiero della Patria e dimostriamo la saldezza della nostra unità – lavoratori, forze armate, organi dello Stato, ceti tutti…”

Concordia e unità, questo il programma della nuova Italia repubblicana, riassunto dal Presidente della ricostruzione, con un atto di fede nella virtù della democrazia.

 

Dalla Consulta nazionale alla Costituente

Il secondo atto di fede democratica fu l’Assemblea Costituente.

La sua formazione era stata preceduta dalla istituzione della Consulta nazionale che accompagnò le diverse tappe di ripristino della democrazia, sino alla elezione della Costituente.

Due espressioni dell’Italia si incontrarono in questa esperienza: quella del Governo del Regno del Sud e quella della Resistenza, dei Comitati di Liberazione Nazionale.

Organo consultivo, provvisoriamente rappresentativo del popolo italiano in un Paese nuovamente unito, la Consulta nazionale si adunò in questa stessa aula della Camera dei Deputati dandole nuova vita.

A comporla furono chiamati ex parlamentari antifascisti dichiarati decaduti dal regime; senatori nominati prima della dittatura (fra di essi Enrico De Nicola, che la Costituente avrebbe poi voluto Capo provvisorio dello Stato), esponenti dei sei Partiti del Comitato di Liberazione Nazionale; i membri dei primi Governi formati dal Comitato di Liberazione Nazionale; rappresentanti delle organizzazioni sindacali dei lavoratori e delle categorie produttive, imprenditoriali; reduci di guerra; esponenti della cultura e delle professioni.

Si riprendeva a votare: primo atto fu l’elezione a Presidente di Carlo Sforza, già Ministro degli esteri nel governo Giolitti, poi Ambasciatore a Parigi dimissionario all’avvento del fascismo, esule successivamente negli Stati Uniti.

Si rimette in moto la vita democratica.

Per la prima volta nella storia della nazione le donne partecipano appieno alla vita politica. Tredici le Consultrici e toccherà ad Angela Guidi Cingolani essere la prima a prendere la parola a Montecitorio, pochi giorni dopo l’insediamento, il 1° ottobre 1945, con un elevato discorso di pace.

Una anticipazione – ancora non elettiva – di quello che, dopo la Costituente, sarebbe stato il Parlamento della Repubblica.

Nel discorso di insediamento della Consulta, il 25 settembre 1945, Carlo Sforza fece appello alla memoria di martiri assassinati dal fascismo, Matteotti, Amendola, don Minzoni, Gramsci, Carlo e Nello Rosselli, per concludere che l’Italia avrebbe avuto un futuro identificando i suoi interessi con quelli di un’Europa pacificata e solidale.

Alla Consulta toccò un compito non di secondo piano, quello di contribuire ad affrontare il nodo dei limiti dei poteri dell’Assemblea Costituente.

L’aspetto principale, vale a dire l’affidamento al popolo della scelta tra Repubblica e Monarchia, era stato risolto, superando le preoccupazioni di una parte degli schieramenti politici che immaginavano un vantaggio per la parte monarchica.

De Gasperi ebbe a spiegare così, in una lettera a Luigi Sturzo, questo orientamento: “solo un referendum può dare il senso democratico e pacificatore di una suprema decisione popolare e di un consenso esplicito della maggioranza della popolazione”.

Vennero, contemporaneamente, definiti altri compiti: oltre, naturalmente, alla materia costituzionale, alla Costituente veniva demandata la approvazione delle leggi elettorali e la ratifica dei trattati internazionali, quest’ultima competenza rilevantissima in vista del Trattato di pace.

Ancora, la Consulta ebbe ad esaminare la legge per la elezione dei membri della Assemblea Costituente, con un’avvertenza all’art. 1: “L’esercizio del voto è un obbligo al quale nessun cittadino può sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il Paese in un momento decisivo della vita nazionale”.

Con la Resistenza e i Comitati di liberazione nazionale, la partecipazione popolare era divenuta protagonista e, con essa, la stagione dei partiti di massa.

Dalla Consulta alla Costituente si celebra la piena consegna del testimone tra la vecchia classe dirigente pre-fascista ai nuovi protagonisti.

 

«Un volto umano alla Repubblica»

Giuseppe Saragat – futuro quinto Presidente della Repubblica – eletto Presidente della Assemblea Costituente, si riferisce alla propria generazione, quella intermedia, a quei giovani che, nel 1922, “hanno raccolto con le loro deboli forze, ma con una fede stimolata dall’esempio dei loro padri, la fiaccola della libertà e della giustizia. Molti giovani ne sono stati arsi ed è per questo che pochi sono i superstiti: ma tutti ne sono stati illuminati”.

E rivolgendosi ai Costituenti aggiunse: “a voi tocca dare un volto alla Repubblica, un’anima alla democrazia, una voce eloquente alla libertà”.

I cinquecentotrentacinque uomini e le ventuno donne chiamate a far parte dell’Assemblea si sarebbero disposti, lavorando intensamente per 18 mesi, a ridare l’invocato volto all’Italia e il risultato sarebbe stato la Costituzione che ha assicurato nei decenni trascorsi stabilità alle istituzioni democratiche, alla collocazione internazionale dell’Italia e promosso il progresso del Paese.

Paese legale e Paese reale, con il suffragio elettorale davvero universale, coincidevano per la prima volta nella storia nazionale.

Crudelmente, a pagare il prezzo delle avventure di guerra furono gli abitanti di confine delle Province di Bolzano, Gorizia, Trieste e Venezia Giulia, Fiume, Pola, Zara. Rimasero vuoti i 18 seggi loro assegnati.

Al centro di difficili controversie internazionali, quelle terre rimasero, in quel momento, escluse dal poter partecipare alla nascita della Repubblica.

 

Una Costituzione di valori

Protagonista della Costituente fu il divenire della forma di democrazia del Novecento, fondata sui partiti e sulla visione del mondo di cui ciascuno di essi si presentava come interprete.

È, sotto questo profilo, ancora più apprezzabile il lavoro di sintesi compiuto nella redazione della Costituzione, il cui punto di partenza risiedeva proprio nel significato “costituente” dell’opera.

La soluzione di continuità tra caratteri della democrazia pre-fascista e caratteri della democrazia repubblicana avrebbe trovato espressione evidente nel dibattito che oppose tra di loro Vittorio Emanuele Orlando e Costantino Mortati nella seduta del 23 aprile 1947 dell’Assembla Costituente.

L’anziano statista – rimasto fuori dalla Commissione dei 75 incaricata di redigere il testo costituzionale – sostenne la tesi della arbitrarietà della collocazione nella Carta delle disposizioni relative ai “rapporti etico-sociali”, famiglia, scuola, salute, arte, scienza, ritenendole di scarso valore normativo e comunque temi estranei alla materia costituzionale. Si manifestavano due sensibilità. Mortati osservò, tra l’altro, in un articolato intervento che non ripeto, che “non esistono materie assolutamente legislative e materie assolutamente costituzionali”.

L’esperienza di ottant’anni ha mostrato la rilevanza di quella scelta: si affermavano i diritti sociali.

La crisi di civiltà indotta dalle nefaste dittature novecentesche sollecitava una chiara presa di posizione: l’opzione per una Costituzione “personalista”, con il primato della persona rispetto allo Stato.

Sarebbe stata una delle caratteristiche proprie alla Costituzione italiana quella di voler essere anche una carta di valori, di avviare un processo per la loro attuazione, con le norme definite programmatiche.

Giovanni Spadolini avrebbe individuato, in questo, la fusione tra gli ideali di indipendenza e unità del Risorgimento con gli ideali ‘nuovi’ della Resistenza e della lotta contro la tirannide.

 

«La Repubblica è di tutti»

Una delle interpretazioni critiche del lavoro dell’Assemblea Costituente tendeva a presentare lo sforzo di dialogo e di sintesi, che lo contraddistinse, come un compromesso nel senso deteriore del termine, il cui esito si sarebbe tradotto in strutture fragili della Repubblica. Nulla più, secondo quei

Sergio Mattarella

Presidente della Repubblica

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