C’è un Mondiale che si gioca sul prato e uno che si gioca sulla linea laterale. Da oltre un mese quarantotto nazionali – mai così tante – si contendono la Coppa fra Messico, Stati Uniti e Canada: il torneo è partito l’11 giugno e ormai punta dritto alla finale del 19 luglio. E non è soltanto il «dio del pallone» a essere invocato da ogni parte del campo. Anche i rispettivi santi patroni, come annota con arguzia l’agenzia cattolica austriaca Kathpress in un dossier firmato dall’agenzia tedesca KNA, hanno «mani e piedi indaffarati». Provate a fare l’appello di questa rosa celeste: è quasi una nazionale femminile. Maria, nelle sue infinite declinazioni locali, e sant’Anna mettono insieme una quindicina di «convocazioni». Il resto è un campionario di eremiti, gesuiti, martiri e re.
La geopolitica dei santini
Il bello comincia quando si guarda chi protegge chi, perché il santino diventa una lente puntata sull’attualità. Sugli Stati Uniti – il Paese che in queste stesse settimane blinda le frontiere e insegue i migranti – veglia Francesca Saverio Cabrini (1850-1917), l’emigrante italiana proclamata patrona proprio degli emigranti. La Colombia ha scelto un gesuita, Pietro Claver (1580-1654), che per quarant’anni a Cartagena assistette gli schiavi appena sbarcati e dal 1985 è patrono dei diritti umani. Il Messico padrone di casa si affida alla Vergine di Guadalupe, che dal 1531 tira più pellegrini di qualsiasi attaccante. E poi si scivola nel puro divertimento: l’Australia si è affidata a Francesco Saverio, che però è anche il patrono della buona morte (tendenza: eroico ritiro anticipato); il Brasile, che di patroni non avrebbe nemmeno bisogno, tiene Nossa Senhora Aparecida ripescata dai pescatori nel 1717, data che ai brasiliani ricorda anche un imbarazzante 1-7.
Il Dio degli spogliatoi
Ma la partita del sacro, in Messico, non è solo folklore: è architettura. Tutti e tre gli stadi messicani della Coppa hanno una cappella. Nel mitico Azteca di Città del Messico – primo impianto della storia a ospitare tre Mondiali – c’è una stanza di preghiera accanto agli spogliatoi, così piccola da contenere due inginocchiatoi davanti a un’immagine della Guadalupana; una targa ricorda che a benedirla, nel 1999, fu Giovanni Paolo II in persona. All’Akron di Guadalajara la cappella è rotonda, foderata di legno; al BBVA di Monterrey, il «gigante d’acciaio», al centro c’è una croce essenziale e, al posto della Guadalupe, la locale Vergine di Robles. Negli undici stadi statunitensi e in quelli canadesi, invece, niente cappelle: solo asettiche multi-faith room, le «stanze del silenzio» ormai di serie negli impianti, da Houston a Los Angeles. Due modi diversi di fare spazio a Dio: uno lo chiama per nome, l’altro gli lascia una porta socchiusa.
Il daimon del campione
Che cosa cerca, poi, un giocatore che entra in quella stanza prima di scendere in campo? Forse esattamente quello che il filosofo Carlo Magnani chiama, nel suo E Dio creò lo sport (Rogas Edizioni), l’«eccedenza» del calcio: quel di più che «smuove l’anima» e che, scrive citando Roland Barthes, fa dello sport un’unica grande domanda: «chi è il migliore?». Magnani riprende una risposta d’autore: papa Francesco, interpellato sulla diade Maradona-Messi, volle aggiungere Pelé, il «terzo escluso», sentenziando che «tutti e tre sono grandi». E su Maradona, Magnani è teologicamente spericolato: il gol di «mano de Dios» del 1986 e il «gol del secolo» pochi minuti dopo sono una vera «epifania del football», al punto che Napoli venera Diego in altarini per strada «simili a quelli per la Madonna o per san Gennaro»; devozione popolare da non scambiare per profanazione, perché «solo un popolo che crede ai santi veri può permettersi di accendere un cero anche a santi minori».
C’è del serio, sotto la battuta. Già Pasolini distingueva un «calcio poetico» da uno in prosa; Magnani ci aggiunge la tensione fra l’apollineo che rispetta la regola e il dionisiaco che la travolge, fra il pensiero calcolante e il gesto che «si converte in arte». Il campione porta dentro di sé un daimon, che «può significare presenza del maligno o benedizione divina». Ed è qui che il gioco tocca il mistero: nel tifo che ci travolge «anche solo per pochi istanti, in una sorta di contemplazione». Verrebbe da chiudere con Chesterton, che Magnani cita: «È il misticismo che dà la sanità di spirito: finché avete il mistero, avete la salute».
Una scuola di fraternità
Non stupisce, allora, che alla vigilia del torneo papa Leone XIV abbia affidato il mese di giugno alla preghiera perché lo sport sia «uno strumento di pace, di incontro e di dialogo», una «scuola di fraternità e non di vuota rivalità». In tempi di guerra e di polarizzazione estrema, ha detto, «lo sport è una delle poche cose che ci avvicinano gli uni agli altri». Per una volta il campo e l’altare tifano per la stessa cosa. Ma tra qualche giorno, domenica 19 luglio, al MetLife Stadium, nell’area di New York si alzerà la Coppa, e prima del fischio finale c’è un secondo tempo di cui è bene parlare: il pallone proietta anche un’ombra lunga. Ma di quello parleremo domani.
(segue la seconda puntata)
Paolo Tomassone
Giornalista
