Secondo e ultimo articolo dedicato ai Mondiali 2026. La prima parte, «Il sacro a bordo campo», è uscita ieri.
L’Italia, come sappiamo bene, non c’è. Fuori dai quarantotto, di nuovo sul divano a guardare gli altri. Un tempo sarebbe stata una tragedia nazionale, oggi è poco più di un’alzata di spalle: quel legame fra nazione e pallone, ha osservato il filosofo Carlo Magnani, «si è ridotto al lumicino». Al suo posto è cresciuto altro. Il calcio, dice, è stato investito da una «rivoluzione neoliberale» che ne ha travolto i connotati, fino a cifre che sono «vere e proprie offese contro la povertà diffusa». Ecco il vantaggio di stare fuori: è la distanza giusta per smettere di guardare solo il prato e accorgersi di ciò che gli gira attorno. Perché mentre il mondo tifa, un altro Mondiale – meno fotogenico – si gioca fuori dallo stadio: è quello che un simposio dell’Università di Graz, all’avvio del torneo, ha chiamato senza giri di parole «il gioco dietro il gioco».
Il costo che pagano le donne e i bambini
Perché i grandi eventi sportivi, come ha documentato El País, «non sono neutri». In Messico ONU Donne stima che durante il Mondiale la violenza domestica aumenti fra il 26 e il 38% «a seconda che la squadra dell’aggressore vinca o perda», fino al 40% se c’è consumo di alcol. La Rete nazionale dei rifugi ha registrato in poche settimane un balzo del 50% di chiamate e richieste d’aiuto, e a cercare soccorso non sono solo donne, ma bambini che vogliono proteggere le madri. A questo si somma lo sfruttamento sessuale: il Messico è il secondo Paese al mondo per sfruttamento di minori, e la Rete per i diritti dell’infanzia denuncia che «mentre la FIFA e i governi promuovono narrazioni di sviluppo e turismo, i diritti dell’infanzia restano praticamente invisibili».
Su questo la Chiesa non è rimasta a guardare. La Commissione per la tutela dei minori dell’arcidiocesi di Città del Messico ha lanciato l’allarme sui reclutatori che agiscono via social e piattaforme di gioco online; negli Stati Uniti la cattolica Alliance to End Human Trafficking ha diffuso un kit di prevenzione per le parrocchie delle città ospitanti, da Atlanta in giù. Insieme a UNODC, UNICEF e Amnesty International, le organizzazioni messicane hanno perfino aperto un sito dal nome che è già un programma: mundialsintrata.com, «Mondiale senza tratta».
Quando ogni telefono diventa un casinò
C’è poi un’ombra più silenziosa, che segue la palla in tempo reale. In Argentina e in Brasile i vescovi hanno acceso i fari sulle scommesse online, che durante i tornei dilagano tra i minorenni. Il cardinale Ángel Rossi, arcivescovo di Córdoba, descrive ragazzi «più preoccupati se viene segnato un gol o se c’è un calcio d’angolo – cioè della scommessa che hanno piazzato – che di godersi la partita». Il vescovo Dante Braida lo dice ancora più netto: «Qualsiasi cellulare può trasformarsi in un casinò». I numeri gli danno ragione: secondo un’indagine della Croce Rossa, l’83% degli adolescenti che scommettono usa portafogli digitali e sei su dieci non sanno distinguere una piattaforma legale da una illegale.
Il cerchio degli scomparsi
Ma l’immagine più dura arriva da Guadalajara, dove il 12 giugno il pallone ha cominciato a rotolare nello stadio Akron. A pochi passi, la rotonda del centro è ribattezzata dalla gente «Glorieta de los Desaparecidos», il crocevia degli scomparsi: centinaia di foto, manifesti, nomi. Nello Stato di Jalisco mancano all’appello 16.000 persone; in tutto il Messico oltre 133.000. E qui la coincidenza si fa macabra: l’area dove sorge l’arena, un tempo zona isolata, ha restituito più di cinquecento corpi o resti umani, nascosti dalla criminalità organizzata quando nessuno guardava. «I responsabili hanno approfittato del fatto che la zona fosse disabitata», racconta all’agenzia KNA l’attivista Jonathan Ávila del CEPAD. Le madri dei desaparecidos hanno un messaggio per i tifosi: «Per noi non c’è nulla da festeggiare».
Cent’anni dopo il «Viva Cristo Rey»
C’è infine una memoria che il Messico si porta addosso, e che quest’anno cade quasi giorno per giorno. Il 21 giugno 1926 — cento anni esatti prima di questo Mondiale — il presidente Plutarco Elías Calles firmò le leggi anticlericali che accesero la Guerra Cristera: culto vietato, preti registrati e perseguitati, e la rivolta dei contadini al grido di «¡Viva Cristo Rey!». Fu un bagno di sangue: fino a 200.000 morti, e martiri come José Sánchez del Río, ucciso a nemmeno quindici anni e canonizzato da papa Francesco nel 2016. Per decenni un «manto di silenzio» ha coperto quella ferita. Vale la pena ricordarlo mentre un Paese che un secolo fa battezzava di nascosto oggi mette una cappella nello spogliatoio di ogni stadio.
Lo sport, aveva pregato papa Leone XIV, sia «una scuola di fraternità e non di sterile rivalità». È il metro con cui misurare questa Coppa, ormai agli sgoccioli: domenica 19 luglio, al MetLife Stadium, nell’area di New York, sapremo il nome dei campioni del mondo. Non quello di chi, in queste settimane, è rimasto indietro. L’Italia, da fuori, ha almeno il tempo per farci caso.
Paolo Tomassone
Giornalista
