Pubblichiamo in una nostra traduzione dal tedesco questa intervista rilasciata dal teologo pastorale Paul Zulehner, autore ben noto ai lettori del Regno, a Georg Motylewicz di Kirche in, ripresa il 24.6.2026 sul blog personale di Zulehner.

– Si parla molto del rinnovato divieto di predicazione laica durante l’eucaristia. La notizia ha suscitato malcontento in tanti.

«Ho riflettuto a lungo sull’opportunità di commentare questo rinnovato divieto di predicazione laicale durante l’eucaristia. In questo momento seguo con molta apprensione la situazione mondiale. Pertanto, sono sorpreso dalle questioni che stiamo affrontando all’interno della Chiesa. Le mie osservazioni, quindi, riguardano meno la teologia eucaristica e più aspetti marginali. Esprimo dei sospetti senza avere la certezza che siano fondati».

 

Trent’anni dopo…

– Allora, cosa ne pensi?

«La prima cosa che viene in mente è che il 15 settembre 1997, quasi 30 anni fa (!), Roma emanò un’Istruzione su alcune questioni riguardanti la partecipazione dei laici al ministero sacerdotale. All’epoca, il vescovo Reinhold Stecher di Innsbruck si espresse in merito in una lettera riservata, dove scrisse: “Poiché ho deciso di esprimermi sulle necessarie critiche della Chiesa non come un ‘coraggioso pensionato’, ma mentre sono ancora in carica, non posso evitare di formulare alcune riflessioni su questo decreto, prima di farmi da parte”. Con ciò, Stecher introdusse la sua critica pastoralmente dura ma ben fondata al documento romano. Lo considerava clericale, irrispettoso del carisma dei laici, ed era convinto che non avrebbe avuto efficacia. Il fatto che sia giunta da Roma un’altra lettera sull’argomento dimostra con quanta precisione il vescovo Reinhold abbia valutato la situazione. Spesso accade per molti movimenti: due passi avanti, uno indietro. Ma ci sono anche processioni con passi diversi: a Echternach, per esempio, i passi sono diversi: a sinistra, a destra…».

 

Affidarsi alla cosuetudine

– Che significato ha questa lettera nella vita quotidiana delle comunità?

«Potrebbe essere un caso simile a quello delle ministranti. Anche a loro è stato proibito servire all’altare, ma per lo più hanno continuato a farlo. Oggi, poche persone si oppongono alla presenza di donne come ministranti in chiesa. Alcune cose semplicemente si evolvono. I tentativi di controllo da parte delle autorità vaticane sono ormai solo parzialmente efficaci. Inoltre il diritto canonico tiene conto dello sviluppo del diritto attraverso la consuetudine. Ovviamente non devono esserci obiezioni contro un’abitudine divergente che si sta diffondendo, e poi dipende anche dal peso dell’obiezione».

– Su una questione pastorale come la predicazione dei laici non potrebbero pronunciarsi anche i vescovi locali?

«La Conferenza episcopale tedesca è stata forse troppo ottimista quando ha rivolto la sua richiesta a Roma. Erano talmente ancorati al ruolo centralizzatore di Roma nella fase pre-sinodale da non riuscire a immaginare di poter decidere tutto da soli. Anzi, avrebbero semplicemente potuto affidarsi agli sviluppi nelle parrocchie e non avrebbero dovuto chiedere nulla. Non mi risulta che altre conferenze episcopali abbiano mai avanzato una richiesta così anacronistica».

 

Omelie che allontanano i fedeli

– Secondo te perché Roma sta reagendo in modo così negativo?

«Forse perché è una questione in cui si intrecciano diversi problemi che affliggono la Chiesa oggi. Innanzitutto, è chiaro che per la maggior parte dei fedeli (me compreso, spesso seduto nell’ultima fila quando partecipo alla funzione) la qualità dell’omelia lascia molto a desiderare. Ciò è confermato da un recente studio condotto all’Università di Vienna, sebbene non dalla Facoltà di teologia. L’omelia sembra avere quasi la funzione di dissuadere dal partecipare alla messa. Confesso che spesso devo ricorrere al training autogeno per riuscire ad ascoltare un’omelia. Se ho ospiti, si rifiutano di venire alla funzione quando dico loro chi predica. È piuttosto bizzarro e fuori dalla realtà pensare che un’omelia sia efficace solo perché il predicatore è un ministro ordinato.

Poi c’è il problema della lingua, dato che molti sacerdoti non sono di madrelingua tedesca. So che alcuni di loro predicano meglio di molti del nostro stesso contesto culturale. Ma i casi spiacevoli superano quelli positivi. Ciò che ha veramente effetto è la parola di Dio proclamata: ecco perché dovrebbe essere pronunciata da una persona ordinata. Altra cosa è l’omelia, che troppo spesso si riduce a goffe rielaborazioni del Vangelo appena proclamato».

 

Una soluzione temporanea

– A volte, quando un sacerdote è anziano e fragile, sono i teologi laici a predicare.

«A mio avviso non c’è nulla di male in una soluzione temporanea di questo tipo. Richiede semplicemente di valutare cosa sia più importante per la celebrazione e la vita dei fedeli: che la predicazione abbia luogo o che i fedeli debbano rinunciarvi per mancanza di ministri ordinati idonei. Ma se alcuni funzionari (anche a Roma) non gradiscono questa soluzione temporanea, sarebbe facile porre rimedio alla carenza di ordinazioni. Ma una cosa deve essere chiara: il problema dei predicatori laici nelle celebrazioni eucaristiche diventerà presto trascurabile, perché, viste le tendenze attuali, è prevedibile che non ci saranno più celebrazioni eucaristiche e forse nemmeno più teologi laici».

 

Il caso dei battesimi

– Gli assistenti pastorali predicano anche durante i battesimi. Non dovrebbe essere loro vietato farlo?

«Offerre et tinquere sono le due principali celebrazioni sacramentali delle Chiese cristiane. Una comunità di fedeli ha normalmente bisogno di un ministro ordinato per celebrare l’eucaristia. Il battesimo, anticamente, era prerogativa del vescovo e quindi anche di un ministro ordinato. In sostanza, quindi, un assistente pastorale durante un battesimo svolge la stessa funzione che svolge quando predica durante una celebrazione eucaristica. Se consideriamo che in caso di emergenza chiunque può battezzare – quello che chiamiamo battesimo d’emergenza – non potrebbe un qualsiasi fedele consacrato dal battesimo, in caso di necessità, predicare anche durante l’eucaristia, anche dopo il Vangelo e non solo in liturgie della Parola? La celebrazione cesserebbe in quel caso di essere un’opera d’arte unitaria, come a volte si sostiene? Una volta ho assistito a un sacerdote che voleva predicare su Amoris laetitia e poi è arrivato alla questione della pianificazione familiare. Ha chiesto a un ginecologo della parrocchia di continuare a “predicare” su questo argomento al posto suo. Con il vescovo Lobinger, ho constatato che la predicazione in forma di condivisione biblica ha riscosso grande successo».

 

Il problema sono le donne

– Tutto ciò ha qualcosa a che fare con la questione femminile?

«Certamente. Se gli assistenti pastorali fossero solo di sesso maschile, ci si regolerebbe come con i diaconi. Ma ora anche molte donne ricoprono l’ufficio di assistente pastorale o collaboratrice pastorale. Ciò significherebbe che ci troveremmo di fronte allo stesso problema del diaconato femminile: potrebbe essere usato come argomento a favore dell’ordinazione delle donne, ad esempio: se Parola e Sacramento formano un’unità nell’eucaristia e le donne possono partecipare al ministero della Parola, rientrano di fatto nell’ambito del ministero ordinato. La predicazione delle collaboratrici pastorali diventerebbe quindi, per così dire, il pretesto per l’ingresso delle donne nel ministero ordinato. È il motivo per il quale è probabile che il diaconato non verrà aperto alle donne».

 

Ai vescovi conviene non fare domande

– Quindi, quale consiglio dareste, ad esempio, ai vescovi in Austria?

«Se fossi al loro posto, non farei assolutamente nulla. La predicazione da parte di laici competenti ha dimostrato il suo valore innumerevoli volte. Teologicamente, per quanto mi è possibile, non è fondamentalmente inaccettabile, sebbene le opinioni degli esperti, compresi i vescovi, siano divergenti su questo punto. Altrimenti, i vescovi tedeschi non avrebbero nemmeno presentato la domanda. Mi concentrerei inoltre maggiormente sulle comunità credenti, su un cristianesimo vissuto in modo autentico, su una testimonianza attraente e sulla promozione delle vocazioni per molti, invece di impantanarmi nella questione, ben meno importante, della predicazione laica. La prassi, il potere normativo dello status quo, dimostrerà in definitiva che un divieto romano non servirà a nulla. La riforma di solito inizia dal basso».

Paul Zulehner

Teologo

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