Settima tappa per «Parola per parola», la rubrica che Il Regno – Attualità ha affidato allo storico Marcello Flores. Dopo la giustizia internazionale, l’antisemitismo, le due puntate sul genocidio e le due sul sionismo, Flores affronta sul numero 14 della rivista una parola che oggi rimbalza nel dibattito pubblico ben oltre il suo contesto originario: apartheid. Una parola in afrikaans che significa letteralmente «separazione», ma che designa un intero sistema politico, giuridico e sociale, quello che il Sudafrica adottò ufficialmente dal 1948 al 1994.
Tre secoli di radici coloniali
Flores chiarisce subito che, sebbene l’apartheid come sistema legislativo formale nasca nel secondo dopoguerra, «le sue radici affondano in un lungo processo storico di colonizzazione, segregazione informale e legislazione discriminatoria che attraversa tre secoli di storia sudafricana». La presenza europea inizia nel 1652, con l’avamposto commerciale olandese a Città del Capo. I coloni olandesi – i boeri o afrikaner – si espandono nell’entroterra, in conflitto prima con le popolazioni indigene khoikhoi e san, poi con i popoli xhosa e zulu.
Nel XIX secolo si sovrappongono colonizzazione britannica e migrazione boera verso nord (il Great Trek), fino alle due guerre anglo-boere e alla nascita, nel 1910, dell’Unione Sudafricana. Già allora la popolazione nera, «la larga maggioranza demografica, viene esclusa dai diritti politici». La legislazione segregazionista cresce rapidamente: il Natives Land Act del 1913 assegna alla popolazione nera – circa il 70% degli abitanti – meno del 10% del territorio nazionale.
1948: la separazione diventa sistema
La svolta decisiva arriva con le elezioni del 1948, vinte dal Partito nazionale di Daniel François Malan, espressione del nazionalismo afrikaner. Il partito costruisce la propria campagna attorno alla parola d’ordine apartheid, «presentata come risposta organica al “problema nativo”». Da quel momento il Sudafrica edifica un sistema legislativo pervasivo e capillare.
Flores ne ricostruisce l’architettura con precisione: il Population Registration Act del 1950, che impone la classificazione obbligatoria di ogni cittadino in una categoria razziale – bianco, nero, coloured, asiatico – «con criteri spesso arbitrari»; il Group Areas Act, che stabilisce aree residenziali separate portando «a espropri forzati e alla distruzione di quartieri multirazziali storici»; il Bantu Education Act del 1953, che istituisce un sistema scolastico «orientato a formare mano d’opera subordinata»; le leggi sui pass, che obbligano ogni persona nera a portare sempre con sé un documento che ne regola gli spostamenti, «pena arresto immediato»; il divieto di matrimoni e relazioni interrazziali; la segregazione di spiagge, autobus, panchine, ospedali.
La separazione non era presentata come discriminazione, ma come «uno sviluppo “parallelo” e distinto delle diverse comunità». In realtà, giustificava «un dominio economico e politico assoluto della minoranza bianca (circa il 15-20% della popolazione) su tutte le altre componenti».
La resistenza e la repressione
L’apartheid incontra fin dai primi anni una resistenza organizzata. L’African National Congress (ANC), fondato nel 1912, dalla Defiance Campaign del 1952 e dalla Freedom Charter del 1955 rivendica un Sudafrica non razzista e democratico. Ma la repressione è brutale. Flores ricostruisce i momenti più acuti: il massacro di Sharpeville del 21 marzo 1960, quando la polizia apre il fuoco su una manifestazione pacifica uccidendo 69 persone; il processo di Rivonia (1963-1964), che porta alla condanna all’ergastolo di Nelson Mandela; la rivolta di Soweto del 16 giugno 1976, scatenata dall’imposizione dell’afrikaans nelle scuole nere, «con centinaia di morti tra cui molti giovanissimi»; la morte in carcere nel 1977 di Steve Biko, fondatore del Movimento della Black Consciousness.
La condanna internazionale e la fine del regime
Sul piano internazionale, le Nazioni Unite qualificano l’apartheid come «crimine contro l’umanità» e nel 1973 ratificano una Convenzione specifica. Flores nota tuttavia che l’elenco degli atti che lo caratterizzano «rimane generico e riguardante di fatto ogni forma di discriminazione razziale», il che «permetterà di condannare come regimi di apartheid governi discriminatori che non raggiungevano, però, il livello esteso e totale raggiunto dal Sudafrica».
La convergenza di pressioni interne – crescita del movimento sindacale nero, azione dell’United Democratic Front, crisi economica aggravata dalle sanzioni – e della fine della Guerra fredda porta alla svolta. Nel 1989 De Klerk succede alla presidenza; l’11 febbraio 1990 Mandela viene liberato dopo 27 anni. Nelle prime elezioni multirazziali dell’aprile 1994, l’ANC vince e Mandela diventa il primo presidente nero del Sudafrica.
Un unicum – e i suoi usi impropri
Flores dedica un passaggio cruciale alla specificità storica dell’apartheid sudafricano: un unicum, «ben diverso – per radicalità, compiutezza e ampiezza – dalle altre forme di segregazione razziale esistenti nel mondo contemporaneo». E affronta di petto la questione dell’uso del termine in riferimento a Israele: «A partire dagli anni Ottanta del XX secolo, lo Stato di Israele è stato più volte preso di mira su sollecitazione dei paesi arabi e islamici come regime di apartheid, ricevendo condanne da parte dell’Assemblea dell’ONU successivamente ritirate».
Una questione che la «Guida di lettura» approfondisce da angolazioni diverse: un saggio di M. Roberts sulla polisemia del termine e sulle sue stratificazioni strutturali, un articolo di D. Ellis su Israel Studies che analizza le distorsioni semantiche quando una parola viene «asportata chirurgicamente dal contesto sudafricano e innestata in quello israeliano», e una riflessione di M. Sanders sulla Commissione per la verità e la riconciliazione e sulla memoria dell’apartheid come «divieto sistematico di lutto».
Oltre la fine formale
Il superamento politico del 1994, conclude Flores, è stato «solo il primo, per quanto fondamentale, passo di un processo di trasformazione ancora in corso». Le disuguaglianze economiche, territoriali e sociali generate da decenni di segregazione «restano oggi ancora presenti»: povertà, disoccupazione, disparità d’accesso a terra, istruzione e servizi «rispecchiano ancora in parte le linee di frattura razziale disegnate dal sistema dell’apartheid».