«Dio è morto». Da Guccini a Camaldoli, la negazione che diventa attesa

Se n’è andato Francesco Guccini, e con lui torna alla memoria una delle sue canzoni più discusse e più fraintese: «Dio è morto». La scrisse nel 1965, la incise nel 1967 insieme ai Nomadi. Il titolo, allora, bastò a farne un caso.

 

Una canzone censurata dalla RAI, trasmessa da Radio Vaticana

La RAI ne vietò la trasmissione, giudicandola blasfema. Eppure quella stessa canzone veniva diffusa da Radio Vaticana: segno che qualcuno, dentro la Chiesa, aveva capito che non si trattava affatto di un inno all’ateismo. La «morte di Dio» di cui cantava Guccini non era la fine della fede, ma la denuncia di una civiltà che aveva lasciato morire i propri valori: il conformismo, l’ipocrisia, l’arrivismo di una società «piena di miti». E non finiva nella disperazione: si chiudeva su una speranza, sul mondo nuovo che ancora si poteva costruire. Se Dio muore, è per tre giorni, e poi risorge.

 

La lezione di Camaldoli: non l’immagine di Dio, ma la sua presenza

È lo stesso paradosso che sta al cuore di una riflessione di Carlo Scilironi, docente di ermeneutica filosofica e filosofia teoretica all’Università di Padova, che l’8 novembre 2025 è intervenuto a Camaldoli sul tema «Metamorfosi dell’immagine di Dio nella cultura europea».

Il problema contemporaneo, osserva Scilironi, non è tanto l’immagine di Dio, quanto la sua presenza. Il punto di partenza è quello di Nietzsche, la proclamazione della morte di Dio nell’aforisma 125 della Gaia scienza. Ma proprio lì, dice il filosofo, accade qualcosa che non ci si aspetta.

 

Nella negazione, l’attesa

«Nella proclamazione della morte di Dio dell’uomo contemporaneo dobbiamo essere capaci di vedere non il de profundis, ma l’invocazione, la ricerca. Paradossalmente, in quella negazione sta l’attesa, il vero desiderio di Dio». Le forme tradizionali – Dio come causa prima, ente sommo, principio – non dicono quasi più nulla all’uomo di oggi, che cerca risposte esistenzialmente significative. E allora la possibilità di Dio si gioca in una trascendenza esistenziale: «la luce del nulla», per usare l’immagine di Bernhard Welte.

Scilironi indica alcune grandi piste del pensiero del Novecento: la teologia nascosta di Nietzsche, l’invito di Heidegger a riprendere «la follia» della fede, il mistico di Wittgenstein per cui «quando anche tutte le domande scientifiche hanno ricevuto risposta, l’essenziale non è ancora neppure toccato». E infine la matrice ebraica di Hans Jonas, con il suo «concetto di Dio dopo Auschwitz»: non il Dio onnipotente che resta indifferente al dolore, ma il Dio che ha rinunciato alla propria potenza perché fosse possibile la nostra libertà. Una risposta, forse, al problema di Giobbe, al dolore infinito dell’uomo.

Dalla canzone censurata di Guccini alla cattedra di Camaldoli, la domanda è la stessa: quando Dio sembra morire, ciò che resta non è il vuoto, ma un’attesa.

Il video integrale dell’intervento di Carlo Scilironi:

 

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Paolo Tomassone

Giornalista

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