«Non è un liberi tutti». Che cosa dice davvero la mozione 54 dell’AGESCI

Otto pagine essenziali, approvate a larghissima maggioranza dal Consiglio generale dell’AGESCI riunito a Bracciano il 3 maggio scorso, hanno fatto rumore ben oltre i confini dell’associazionismo scout. Il documento Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo (mozione 54/2026) approda a un’affermazione netta: nel profilo del capo, cristiano educatore, l’orientamento affettivo e l’identità di genere «non possono costituire un criterio di esclusione» nel discernimento che le comunità capi esercitano quando una persona adulta chiede di svolgere un ruolo educativo.

Qualcuno ha parlato di svolta storica, altri di tradimento dell’ecclesialità, altri ancora di cedimento alla cultura woke. Vale la pena tornare al testo, e soprattutto al percorso che l’ha prodotto.

 

Quattro anni di ascolto

Il documento non nasce a tavolino. È l’esito di un cammino avviato con la mozione 55 del Consiglio generale del 2022 e di un ascolto capillare che ha attraversato zone, regioni e comunità capi, raccogliendo le testimonianze di capi e ragazzi LGBTQIA+ presenti o usciti dall’associazione: accanto a storie di inclusione riuscita, racconti di sofferenza, silenzi, allontanamenti, rover e scolte ostacolati nel cammino verso la «partenza» o invitati a lasciare il clan in ragione della propria identità.

Da qui la scelta di indicare tre «posture» fondamentali — sguardo, ascolto, presenza — e un impegno formativo per contrastare pregiudizi e atteggiamenti «omolesbobitransfobici», dentro un quadro che il testo aggancia esplicitamente al Cammino sinodale delle Chiese in Italia, ai punti 30 e 31 del Documento di sintesi Lievito di pace e di speranza, e allo spirito di Amoris laetitia.

 

Quello che il documento deliberatamente non fa

Ciò che il testo non fa – dettare criteri generali di idoneità, stilare casistiche – è diventato il bersaglio principale delle critiche: per alcuni un «liberi tutti», per altri una resa antropologica alla «teoria del gender». Ma è una scelta consapevole, spiega l’assistente ecclesiastico generale dell’associazione, don Andrea Turchini: «Non è con un documento che stabilisce in astratto chi può accedere e chi no che si risolvono i problemi. Le questioni vanno affrontate nelle singole situazioni».

È un metodo più faticoso, e Turchini non lo nasconde: alcune comunità capi si sentono impreparate. «Ma il passaggio è inevitabile, se non si vuole essere sommari. E si può essere sommari in entrambe le direzioni: per superficialità o per intransigenza».

L’associazione ricorda inoltre di essere l’unica che da oltre cinquant’anni, con la coeducazione e la diarchia statutaria – un uomo e una donna con pari autorità a ogni livello -, fa della reciprocità tra maschile e femminile un principio strutturale, per nulla scalfito dal nuovo testo.

 

Un percorso alla luce del sole

Sul rapporto con l’episcopato italiano, Turchini rivendica trasparenza: «Questo percorso non è stato fatto clandestinamente. I documenti del Consiglio generale sono pubblici e i vescovi sapevano che stavamo facendo questo cammino». Durante i quattro anni ci sono stati scambi con la pastorale giovanile e con la Segreteria generale della CEI; alcuni vescovi hanno fatto raccomandazioni, altri hanno aiutato a compiere dei passaggi. Nessun imprimatur, però: «Non l’abbiamo chiesta, non abbiamo voluto impegnare la CEI, che è una realtà complessa e deve tenere insieme molte cose».

 

Che cosa succede adesso

La mozione 54 impegna l’associazione non solo a diffondere il documento, ma a metabolizzarlo: la prima direzione è la formazione dei capi e delle comunità capi, in quasi 1.900 gruppi in Italia. La seconda è l’educazione affettiva dei ragazzi e delle ragazze, dentro cui la questione dell’identità e dell’orientamento va inserita anziché tenuta isolata. La terza è il dialogo dentro la Chiesa, e qui Turchini fa notare un dato passato quasi inosservato: quasi in contemporanea al documento, in più di 50 diocesi italiane è stato accolto l’invito alle veglie di preghiera contro l’omofobia e la transfobia.

 

L’intervista integrale a don Andrea Turchini, a cura di Paolo Tomassone, è pubblicata su Il Regno-Attualità 14/2026.

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