Bastò una parola. Un medico scrisse su Il Regno che i preti, oggi, esprimono molto «disagio», e cominciarono ad arrivare le lettere. Non erano lettere di commento: erano lettere di persone che si erano riconosciute. «Mi hanno scritto per dirmi che si sono sentiti descritti, provocati e anche illuminati», racconta Raffaele Iavazzo in Oltre il disagio, uscito su Il Regno – Attualità 20/2023. Alcuni chiesero alla redazione di poterlo contattare, per dire più estesamente il proprio disagio.
«È brutto pensare d’avere una malattia rara, che non si conosce, mentre sentirsi in compagnia arriva come qualcosa di condiviso che spaventa meno».
Tre parole: disagio, dipendenze, solitudine
«Disagio» è una parola vaga, ammette Iavazzo, e proprio per questo ha funzionato: «una parola educata che si è fatta accogliere, una parola che ha creato confidenza». Accanto a essa, altre due hanno avuto eco. Le dipendenze, che «un tempo» si nominavano davanti ai giovani come profilassi e che ora è necessario nominare «in modo diretto e franco anche in contesti apparentemente insospettabili». E la solitudine.
Una solitudine che è prima di tutto fisica, e poi diventa solitudine di pensiero: «l’essere dentro a una realtà in cui si deve rendere conto solo al proprio giudizio, fare affidamento solo sulle proprie forze». Da lì il passaggio è breve: «La solitudine diventa facilmente malattia e, si sa, da soli è ancora più difficile curarsi». E la sofferenza procede «per passi piani e impercettibili», tanto che «solo a sofferenza conclamata scatta l’allarme da parte del contesto».
Il curatore ferito
Iavazzo torna spesso al mito di Chirone, il centauro guaritore. Il senso di quel mito, scrive, è che «il curatore può essere ferito, e che ogni giorno può curare chi ha bisogno dopo aver attentamente medicato la propria ferita». Il rischio è che oggi il mito si legga al contrario: «Sono tanti, invece, i curatori feriti che hanno rinunciato a prendersi cura di se stessi».
Nel frattempo le comunità si sono allontanate. Nelle parrocchie «si vede il prete che fa appena in tempo a essere presente per qualche liturgia, stanco e comprensibilmente distratto, distante, con la necessità di farci fretta». E un sacerdote distante «dà poco e prende poco». Il paradosso è che la stima non manca del tutto, ma è a metà: «Essi si sentono utili, ma non stimati».
Non la somma di tanti casi singoli
Che non si tratti di storie individuali lo ha messo a fuoco un seminario ospitato dal PIME di Milano nel maggio 2024, con una sessantina fra preti e operatori, di cui ha dato conto Maria Elisabetta Gandolfi su Il Regno – Attualità 10/2024. Il punto di partenza era che il disagio dei preti ha ormai «dimensioni vistose» e che tuttavia «non viene trattato con un approccio adeguato a un fenomeno sistemico ma con quello del caso singolo».
Da lì, due indicazioni scomode. La prima riguarda la formazione: a monte del disagio di un prete emerge spesso una formazione pensata più in vista del riempimento di «organigrammi ecclesiastici» che «per rispondere alle esigenze di fede delle coscienze». La seconda riguarda i laici: la loro latitanza, «voluta o subita», fa sì che la corresponsabilità non venga esercitata, e finisce per sovraccaricare di compiti e incarichi anche il prete che di per sé non manifesterebbe disagi particolari.
Una crisi che è anche un’occasione
Nelle stesse settimane – è ancora Gandolfi a riferirlo – all’incontro internazionale «I parroci per il Sinodo» il teologo Tomáš Halík invitava a leggere la crisi come kairos: «Le crisi sono un invito al cambiamento. Dimostrano che non possiamo più continuare con il nostro corrente modo di pensare, di vivere e di lavorare». E si spingeva a una domanda che riguarda direttamente il calo delle vocazioni: forse Dio sta dicendo «che un certo modo di intendere e svolgere il ministero sacerdotale, di selezionare i candidati e di prepararsi al sacerdozio non corrisponde più a ciò che si aspetta per il futuro».
La parola che non è stata pronunciata
C’è un dettaglio, nel resoconto di Gandolfi, che vale l’intera discussione. Il dibattito fu vivace, e in molti chiesero di continuarlo. Ma «non è mai stata pronunciata la parola “sinodo”». Come se il disagio dei preti viaggiasse su un binario diverso da quello del cammino sinodale.
Forse è proprio questo il punto: finché resterà una faccenda privata di ciascuno, nessuno potrà curarla. E da soli, appunto, è ancora più difficile curarsi.

Una proposta sperimentata: in canonica risiedono una famiglia, alcuni religiosi/ religiose, i presbiteri, laici consacrati e/o istituiti. Fanno comunità con il parroco dividendo in fraternità spazi e tempi.