Ci troviamo nella fase attuativa del Sinodo sulla sinodalità; la meta che si staglia all’orizzonte è quella di un’Assemblea ecclesiale nel 2028.

Gli strumenti contenutistici a disposizione sono il Documento finale (2024), le Tracce per la fase attuativa del Sinodo (29.6.2025), pubblicate dalla Segreteria generale del Sinodo, e i Rapporti finali dei gruppi di studio istituiti da papa Francesco e poi da Leone (cf. Regno-att. 8,2026,213).

Quelli metodologici sono il documento Verso l’assemblea ecclesiale di ottobre 2028 (20.5.2026) e la nota Fare memoria (27.7.2026), entrambi ugualmente a firma della Segreteria generale.

 

Raccogliere i frutti

Come ha ribadito nella sua relazione al concistoro (27.6.2026) il card. Mario Grech, segretario generale del Sinodo, non si tratta di «una nuova consultazione mondiale» né di «ripetere il lavoro già compiuto», ma di «raccogliere i frutti dell’esperienza vissuta», «aiutare le Chiese a rileggere quanto hanno vissuto (…), a individuare le conversioni ancora necessarie e a tradurre progressivamente nella vita ordinaria delle comunità le intuizioni che sono emerse», tramite non solo «l’ascolto reciproco all’interno delle proprie comunità» ma tra «le altre Chiese».

Dunque tutto tranquillo?

Sì e no. Perché se da un lato il processo, scandito e definito nei più minimi dettagli dalla macchina-Segreteria del Sinodo, è chiaro – nelle 4 tappe «fare memoria, interpretare, orientare, celebrare» –, dall’altro le Chiese locali (e poi regionali e continentali) non possono pensare di poter archiviare il tema della sinodalità tanto in fretta.

 

I Gruppi: riflessione e meditazione

Non si tratta, beninteso, di mera pigrizia: i multiformi (e numerosi) aspetti che «la conversione sinodale» implica sono tutti sul tavolo ma al momento non vi sono indicazioni di priorità specifiche.

Un esempio su tutti: i gruppi studio ai quali sono stati affidati una serie di temi complessi e sui quali si rischia la divisione hanno sinora prodotto un monumentale lavoro di riflessione offerta alla pubblica meditazione, sia a livello contenutistico sia a livello metodologico. L’unico tema per ora definito con un «no» è quello del diaconato femminile.

L’8 settembre si sono aggiunti i rapporti finali del Gruppo 6, dedicato alla «revisione in prospettiva sinodale missionaria dei documenti sulle relazioni fra vescovi, vita consacrata, aggregazioni ecclesiali», e il secondo parziale del Gruppo 7, dedicato ad «alcuni aspetti della figura e del ministero del vescovo in prospettiva sinodale missionaria», che completa il suo lavoro sul tema specifico delle visite ad limina.

 

Il Gruppo 6: vescovi, religiosi, movimenti

Il primo andava a mettere mano, tra le altre cose, al documento del 1978 Mutuae relationes intorno ai rapporti tra vescovi e religiosi – affrontato anche nel corso dell’assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi del 1994, da cui scaturì l’esortazione postsinodale Vita consecrata –, accanto alla questione delle «aggregazioni ecclesiali»; dunque lo scenario da cui si partiva aveva alle spalle un dibattito corposo e piuttosto articolato nel tempo.

I membri del gruppo hanno lavorato in 3 sottogruppi dedicati alle relazioni tra vescovi e vita consacrata, tra conferenze episcopali e conferenze dei superiori e delle superiore maggiori, tra aggregazioni ecclesiali e Chiese locali.

Le principali proposte scaturite riguardano innanzitutto la «conversione delle relazioni» tra «vocazioni, carismi e ministeri diversi» nella Chiesa locale; i criteri per il riconoscimento dell’«autenticità del carisma» da parte del vescovo; una maggiore interazione tra vescovi, consacrati e conferenze dei superiori e l’istituzione di «strutture sinodali stabili» con «protocolli chiari sulla collaborazione pastorale e sulle risorse» che prevedano anche «contratti d’intesa obbligatori per missione, formazione, parità di genere, remunerazioni e gestione patrimoniale; comitati di conciliazione; scadenze e indicatori di responsabilità». C’è sullo sfondo anche la questione del venir meno di istituti od ordini religiosi e della gestione dei loro beni.

Sullo specifico delle aggregazioni ecclesiali, che comprendono «aggregazioni di fedeli, movimenti, nuove comunità», sorte per lo più nel periodo postconciliare, si parla della necessità di un «cambio di mentalità» delle aggregazioni, che talora rischiano l’autoreferenzialità, ma anche della «diffidenza» da parte dei vescovi «dovuta ai recenti scandali legati a vari fondatori».

Ritorna il tema della frizione tra carisma e istituzione, che tuttavia il documento invita a superare grazie a una maggiore formazione che punti a un funzionamento sinodale anche nella vita delle aggregazioni stesse.

 

Riformare le visite ad limina

Per il secondo gruppo, le proposte sinodali sulle visite ad limina riguardano essenzialmente tre ambiti: il primo, che è quello della visita stessa, da intendere più come un processo che come un evento puntuale (per questo il gruppo propone che la loro frequenza sia portata dagli attuali 5 a 8 anni). Ciò significa che essa inizia da un ampio processo consultivo; si realizza concretamente nel viaggio a Roma, da intendersi come vero e proprio pellegrinaggio; si conclude portando in diocesi e negli organismi regionali e nazionali i risultati del dialogo con la curia e il papa, proseguendo con un monitoraggio e una rendicontabilità degli obiettivi che ci si era posti. Addirittura viene proposta l’istituzione di una «commissione ecclesiastica indipendente per la valutazione dell’intero processo».

Il secondo riguarda il ruolo della curia romana: «Nella consapevolezza che alcuni dicasteri della curia romana stanno già lavorando a una riforma procedurale», e partendo dagli «orientamenti di fondo» della costituzione di papa Francesco Praedicate Evangelium, la curia romana è concepita – e il fatto che lo si sottolinei è significativo – come «organismo in aiuto, simultaneamente, al vescovo di Roma e al collegio episcopale, ponendola non al di sopra delle Chiese locali e dei loro raggruppamenti, ma al loro servizio». Ritorna «l’esigenza di approfondire lo statuto teologico e giuridico delle conferenze episcopali».

Il terzo riguarda il ruolo dei laici e, in generale, dei non vescovi. Tutto il popolo di Dio deve essere coinvolto nella preparazione dei vari dossier della visita ad limina, così come deve essere reso edotto dell’esito della visita e di ciò che da essa scaturirà. Ma si ipotizza anche che «una rappresentanza diocesana affianchi il vescovo nella visita (…) secondo le modalità che sembreranno più opportune».

 

Comprendere la fatica

Dunque molta carne al fuoco, ma anche qualche preoccupazione nelle diocesi. Mons. Paul Coakley, presidente della Conferenza episcopale statunitense, ha detto infatti alla CNS: «La sinodalità viene spesso presentata e percepita da molti come un processo macchinoso e complicato, con un linguaggio e una terminologia sconosciuti alla maggior parte dei cattolici. Se non riusciamo a semplificare il modo in cui la sinodalità viene presentata, rischia di diventare appannaggio esclusivo di specialisti o iniziati».

Mons. Mario Delpini, arcivescovo di Milano, nella nota pastorale per l’anno 2026/2027 «Che allegria c’è? Di che godono tutti costoro?». Lo stile sinodale per la missione di irradiare la gioia cristiana, presentata nel giugno scorso, non fa mistero del fatto che «tutto il percorso avviato per impulso determinante di papa Francesco e accolto con entusiasmo in molte parti del popolo cristiano è stato anche segnato da fatica e da evidenti problematiche. La produzione di una pluralità di documenti corposi che si devono tener presenti contemporaneamente, la ripetizione di insistenze che la prassi spesso mortifica, atteggiamenti di scetticismo in alcune parti del clero hanno contribuito a creare un clima di stanchezza». Eppure proprio alla sinodalità è dedicata la sua nota.

 

Il lavoro degli organismi regionali

E nel frattempo gli organismi regionali ecclesiali sono già al lavoro in base alle indicazioni di Roma, come ad esempio l’Association of Member Episcopal Conferences in Eastern Africa, che ha riunito a luglio i suoi osservatori sinodali; la Plenaria della Federazione delle conferenze episcopali dell’Asia (FABC) che ha dedicato la XII assemblea al tema; la riunione del Simposio delle conferenze episcopali d’Africa e Madagascar (SCEAM) dell’agosto scorso; il simposio organizzato a Wels (Austria) dal Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa (CCEE) nello scorso settembre (intitolato: «Plasmare la sinodalità in Europa. Dalla visione alla tabella di marcia»; ne scriverà sul Regno P.M. Zulehner); la riunione congiunta tra la Conferenza delle Chiese europee (KEK) e il CCEE sulla sinodalità nelle diverse tradizioni religiose e nella Charta oecumenica.

Detto in altri termini: il processo avviato, che punta a una maggiore acquisizione di alcuni capisaldi del Vaticano II, non si arresterà; ha aperto discussioni, ripensamenti e principi di riforme, piccole o grandi, cercando d’insegnare un metodo. «Il cammino sinodale ci ha insegnato come ascoltare e discernere insieme, corresponsabili dell’unica missione» – ha detto papa Leone XIV in un interessante intervento all’assemblea della diocesi di Roma il 18 settembre scorso. Proponendo alla diocesi un tempo di «verifica pastorale», Leone precisa che non si tratta di «programmare nuove attività», ma di vivere un metodo comune di ascolto, di discernimento, di verifica e di conversione. I contenuti e le priorità restano affidati alla responsabilità delle comunità.

Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi

Caporedattrice Attualità per “Il Regno”

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