Il martirio di don Ubaldo Marchioni (presbitero diocesano), padre Martino Capelli (dehoniano) e don Elia Comini (salesiano) ha origine nella scelta, che li ha accomunati, di rimanere con i loro fratelli e sorelle. «Animati da carità evangelica verso il gregge loro affidato, parteciparono alle sue sofferenze sino all’effusione del sangue», scrive Leone XIV nella lettera apostolica con la quale ha disposto la beatificazione di questi tre sacerdoti, uccisi tra il 29 settembre il 1° ottobre 1944 nel corso della maggiore tra le stragi naziste in Italia, la «strage di Monte Sole», sull’appennino bolognese. La celebrazione si è svolta il 27 settembre a Bologna, nella basilica di San Petronio, presieduta dal card. Marcello Semeraro (prefetto del Dicastero delle cause dei santi).
Il cammino ecclesiale dal 1976 a oggi
Dopo che alcuni parroci della zona avevano rivolto, nel 1976, una petizione all’allora arcivescovo card. Antonio Poma per un recupero diocesano della memoria di quella strage e dei cinque sacerdoti che figurano tra le 770 vittime (oltre ai tre beatificati ieri, anche don Giovanni Fornasini, beato dal 2021, e don Ferdinando Casagrande, per il quale il processo è ancora in corso), dal 1983, quando era vescovo mons. Enrico Manfredini, la Chiesa di Bologna tiene alla fine di settembre un pellegrinaggio sui luoghi della strage. L’anno successivo l’allora mons. Giacomo Biffi, appena insediatosi, affida alla Piccola famiglia dell’Annunziata (la comunità monastica fondata da don Giuseppe Dossetti) «il mandato di restare in quei luoghi a nome e in rappresentanza della Chiesa di Bologna». Nel 1986 il presbitero e storico bolognese Luciano Gherardi pubblica Le querce di Monte Sole, con una memorabile introduzione di Giuseppe Dossetti.
L’iter diocesano per la beatificazione dei cinque presbiteri inizia nel 1995 e si conclude nel 2001 per i religiosi Comini e Capelli, mentre per i tre diocesani inizia nel 1998 e termina nel 2011. Riprendiamo qui, trascritte dal video pubblicato sul canale YouTube «12Porte», le parole pronunciate dal card. Zuppi nel corso della cerimonia. Per un approfondimento rinviamo, oltre che ai citati testi di Gherardi e Dossetti, anche al saggio «Chiesa e Resistenza: il caso Monte Sole», di Alessandra Deoriti, con un’appendice di Nicola Apano specificamente dedicata alla fase diocesana del processo di beatificazione (in Chiesa in Italia. Annale 2011 de Il Regno, EDB, Bologna 2013, pp. 85-141). (G. Mc.)
La pisside di don Ubaldo
Oggi risaliamo tutti a Monte Sole, e ringrazio la Piccola famiglia dell’Annunziata che custodisce, nel sentiero indicato e vissuto da don Giuseppe Dossetti, e su mandato del card. Biffi, la memoria di tutte le vittime innocenti, martiri dell’odio e dell’ideologia. Disse Biffi: «Noi affidiamo a questa comunità il compito dell’azione di suffragio per quanti hanno imporporato del loro sangue tutta la nostra regione, il compito della preghiera per la concordia dei popoli e delle fazioni, e per la conversione dei cuori». Essi custodiscono, tra l’altro, la pisside di don Ubaldo, che è diventato il segno dell’eucaristia nella quale siamo invitati da colui che ama sino alla fine, crocifisso nei crocifissi, interamente offerto, che continua a nutrirci con il suo amore e la sua presenza. Invitati perché anche noi impariamo a spezzare l’amore e a vincere il male senza farci contagiare da questo (…).
Inseparabili dalle loro comunità
[Grazie a] Gesù, [che] rimane con noi. Lui è il custode dei suoi fratelli in questo mondo drammatico e magnifico, minaccioso ed esaltante, segnato allora e oggi da una sofferenza enorme, dall’istinto che, non dominato, ci domina. Un mondo assetato di speranza e di vita. Sempre una magnifica humanitas. Ringrazio quindi anche quanti hanno conservato e trasmesso la memoria di quei giorni e di quelle querce, come don Gherardi, compagno di seminario di don Giovanni Fornasini e di don Ubaldo, che ha saputo ascoltare e trasmettere il grido di sofferenza dei tanti Abele uccisi dal loro e nostro fratello Caino. I nostri tre beati, diversi tra loro per storia e sensibilità, sono uniti intimamente dall’amore per Cristo e per i fratelli loro affidati. Hanno vinto la paura per amore. Sono restati. Hanno dato la vita non da eroi, non da superuomini, ma da inermi innamorati di Cristo e del prossimo, come don Angelo Baldassarri, vicario generale per la sinodalità, ricorda spesso, non possiamo separare questi pastori dalle loro comunità. Essi rappresentano tutte quelle comunità, con cui si pensavano e che sono con loro e che anche oggi fanno festa con noi e con loro. Papa Leone chiede con insistenza a tutti noi di essere artigiani di pace, e che tutte le nostre comunità siano case di pace e di non violenza. E ce n’è tanta, troppa, insopportabile… troppe guerre, troppi Monte Sole.
Non sono rimasti neutrali
Papa Leone ha scritto nella Magnifica humanitas che «l’umanità sta scivolando nella cultura violenta della potenza, dove la pace non appare più come un compito da assumere, ma come un intervallo precario tra conflitti» e in cui «riemerge la tentazione di costruire l’identità collettiva contro un nemico (…) la semplificazione in schemi – “prima io”, “amico-nemico”, “noi-voi”» che «facilita decisioni spesso irresponsabili, che minano la fiducia reciproca tra le nazioni». «La costruzione della pace è passata in secondo piano», e «ci sono conflitti in cui non è giusto rimanere neutrali e non basta ritenere di “non essere complici”». I nostri tre beati non sono rimasti neutrali, sono rimasti con i loro fratelli e sorelle.
«Non possiamo restare a livello di analisi astratte – conclude Leone XIV –. Come ha ricordato papa Francesco, dobbiamo “toccare la carne” di chi soffre: guardare i volti, ascoltare le storie, riconoscere le ferite». Ecco che cosa hanno fatto i nostri tre beati e che cosa ci insegnano a fare: sono rimasti e hanno fatto la volontà del Padre. Animati dalla speranza del regno di Dio, sostenuti da questi testimoni e da tutti i nomi che essi hanno custodito e da cui sono stati custoditi, ci impegniamo a costruire il mondo nel bene e a iniziare con la nostra vita la civiltà dell’amore. E che i tre beati siano semi per comunità forti e per tanti sacerdoti che come loro leghino la propria vita ai fratelli, alle sorelle e a tutto il prossimo.
Matteo Zuppi
Arcivescovo di Bologna
