Dire a Mosca che la guerra con l’Ucraina deve finire non può essere interpretato come un atteggiamento filorusso. Non è neppure una posizione neutralista, che di fatto fa il gioco del più forte in campo.
È una azione realista, giuridicamente corretta e in sé morale. Perché non si possono negare le responsabilità. O falsificare la realtà.
Il viaggio a Mosca, effettuato dal 24 al 28 agosto, del segretario per i Rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali della Santa Sede, mons. Paul Richard Gallagher, segna un ritorno della diplomazia vaticana. Il lungo incontro con il ministro degli Esteri russo Lavrov e con il Patriarcato di Mosca segna un passo nuovo.
La Santa Sede – ma lo stesso ragionamento, in modalità necessariamente diversa, lo deve aver fatto il direttore della CIA, John Lee Ratcliffe, che con gesto inusuale è volato nella capitale russa il 25, proprio durante la visita di Gallagher – ha compreso che questo è un momento decisivo: o si innesca a breve una trattativa possibile (cioè vera, richiesta non solo da componenti interne minoritarie ai due schieramenti, ma dai due Governi), o il conflitto s’allargherà in Europa, assumendo dimensioni incontrollabili.
La posizione della Santa Sede è chiara: «Il conflitto non può essere risolto con mezzi militari». Pertanto, il segretario vaticano ha affermato in una dichiarazione ufficiale al termine dell’incontro che «è essenziale creare le condizioni per un processo politico e diplomatico». Mons. Gallagher ha invitato Russia e Ucraina a mostrare segni d’apertura e buona volontà, e a rispettare il diritto internazionale e umanitario, in particolare per quanto riguarda i civili, le infrastrutture, i feriti e i prigionieri di guerra. E ha ricordato che nessun paese deve essere isolato.
Putin mira (da tempo) all’Europa
Gli ostacoli rimangono enormi. Quando Vladimir Putin e la sua oligarchia al potere nella Federazione russa hanno invaso proditoriamente, violando ogni convenzione e norma del diritto internazionale, l’Ucraina, il 24 febbraio 2022, egli ha giustificato quella operazione, denominata «operazione militare speciale», quasi una questione interna alla Russia, allo scopo di «smilitarizzare e denazificare» l’Ucraina, oltre alla difesa delle repubbliche separatiste del Donbass (riconosciute da Mosca pochi giorni prima). All’Ucraina non si riconosceva più il diritto alla propria indipendenza nazionale e statale, nonostante gli accordi pregressi.
A questa motivazione s’aggiungeva la retorica antioccidentale sul piano culturale, e l’espansione della NATO a Est, cosa che costituiva una minaccia inaccettabile per la Russia. Quella guerra, disastrosa in sé, criminale e inutile, come lo sono tutte le guerre d’aggressione, è giunta oggi a un punto decisivo.
Sin qui, le pur dovute iniziative diplomatiche volte a fare cessare il conflitto, proprio perché fuori da una necessità della volontà, soprattutto russa, sono state di fatto una giustificazione strumentale per la continuazione del conflitto.
Infatti Putin mira a rovesciare l’esito della Guerra fredda del 1989. Lo aveva già dichiarato a Monaco nel 2007 alla Conferenza sulla sicurezza. L’Europa è il suo obiettivo. Una forma ibrida di guerra è già in corso da tempo da parte della Russia nei confronti dell’Europa (Unione Europea più Gran Bretagna): attentati, sabotaggi, cyberattacchi, disinformazione social, finanziamenti ai partiti di ultradestra e ultrasinistra dei singoli paesi europei per destabilizzarli costituiscono una strategia crescente da parte di Mosca.
Per conquistare l’Ucraina e ricostruire l’Unione Sovietica, Putin deve disgregare l’Europa. Non capire questo significa rimanere prigionieri di un nazionalismo (a destra) e di un pacifismo (a sinistra) falsi che finiscono con l’essere complici.
La trappola ideologica del potere della forza
Putin appare sempre più prigioniero di se stesso e della sua azione ispirata al dominio della forza. L’Europa, cioè il mondo democratico, non può rinunciare ai principi fondanti la sua civiltà: la libertà democratica, la legittimità che proviene dal diritto, il superamento politico del dominio della forza, la cooperazione economica.
Siamo in un momento decisivo della storia. Come tutti i dittatori, Putin deve provare a uscire dalla trappola dell’ideologia del potere della forza che lui stesso ha creato e nella quale si è messo. Ma come tutti i dittatori in difficoltà punta a fare strike attraverso azioni disperate.
Sta fornendo una spinta decisiva alla continuazione della guerra in Ucraina il presidente statunitense Donald Trump. Non tutta la sua amministrazione, certamente non la sua burocrazia politico-militare e quella istituzionale sono favorevoli ad abbandonare l’Ucraina e a lasciare fare a Putin.
E Trump, che ha appena perso clamorosamente una guerra e un posizionamento geopolitico favorevole nell’inutile conflitto con l’Iran, che ha isolato e messo in difficoltà l’Arabia Saudita, che ha appoggiato incondizionatamente Netanyahu e le sue guerre, contribuendo all’isolamento di Israele, ora intende scaricare l’Ucraina e con essa l’Europa. Ma Putin non può contare pienamente sull’America. Solo sul suo presidente. Il che è moltissimo, ma forse non basta.
Anche l’Ucraina è allo stremo. Mosca mira a colpire continuamente le infrastrutture e i civili per distruggere la volontà di resistenza della popolazione, e dopo oltre quattro anni di guerra, dopo tanti lutti e un paese distrutto, tutto può accadere e in fretta.
Chi vuole la pace difenda l’Europa
L’altro punto debole è quella che chiamiamo Europa. Che cosa ne sarà di qui a qualche mese delle democrazie dei singoli Stati? Le elezioni nei suoi principali paesi rappresentano delle incognite significative. Il rischio che l’Unione Europea vada in crisi profonda è reale. I leader attuali dei singoli paesi sono in gran parte in scadenza e a rischio di non essere riconfermati.
L’assalto dei populismi di destra e di sinistra è formidabile. Manca in quasi tutti i paesi un discorso maiuscolo e di prospettiva sul futuro dell’Europa. La debolezza politica dell’Europa sta per compromettere anche la sua forza economica. Non basterà la burocrazia di Bruxelles per resistere a Putin.
Se si vuole difendere la pace, occorre difendere l’Europa.
L’azione della Santa Sede non vuole essere sopravvalutata. Di per sé può poco. Ma i simboli possono contare ed essere significativi, quando, come in questo caso, manca tutto per la pace. Non isolare Mosca, mantenere nella chiarezza e fuori da ogni ambiguità un confronto aperto significa, in questo contesto, non spingerla verso una strada senza ritorno.
Gianfranco Brunelli
Direttore de “Il Regno”
